Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP

Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Pierpaolo Matozzo, Psicologo - Psicoterapeuta FSP - ATP, Psychologe, Locarno.

Vi chiedo di firmare, per favore, la petizione per non limitare l’accesso alla psicoterapia.La Commissione della sanità ...
30/08/2026

Vi chiedo di firmare, per favore, la petizione per non limitare l’accesso alla psicoterapia.

La Commissione della sanità del Consiglio nazionale ha depositato una mozione volta a limitare la prescrizione delle psicoterapie. La proposta prevede che, prima di poter iniziare una psicoterapia, sia obbligatorio disporre di una diagnosi certa formulata da uno psichiatra.

Credo sia importante fermarsi a riflettere sulle possibili conseguenze di una simile decisione.

1. I tempi di attesa per una valutazione psichiatrica sono già molto lunghi. I colleghi psichiatri sono spesso talmente oberati da avere difficoltà ad accogliere nuovi pazienti. I tempi di attesa possono partire già da tre mesi. Questo significherebbe che una persona che manifesta un disagio psicologico, prima ancora di poter accedere alla psicoterapia, dovrebbe attendere diversi mesi oppure mettersi alla ricerca, spesso disperata, di uno psichiatra che abbia una disponibilità immediata.

2. Una scelta che rischia di aumentare, anziché ridurre, i costi. Quando la psicoterapia è stata riconosciuta dalla LAMal, noi psicologi-psicoterapeuti siamo stati anche indicati, in alcuni dibattiti, come una delle possibili cause dell’aumento dei premi delle casse malati. Ma introdurre un ulteriore passaggio obbligatorio significa inevitabilmente creare nuove prestazioni, nuovi appuntamenti e nuovi costi. Una diagnosi “certa”, così come viene descritta nella mozione, richiederebbe presumibilmente tempo e più colloqui di valutazione.

3. Ma soprattutto, si rischia di creare un nuovo ostacolo alla salute mentale. Ed è questo, a mio avviso, l’aspetto più grave.
Il disagio psicologico è sempre esistito e continuerà ad esistere. Viviamo in una società che ci sottopone quotidianamente a pressioni, richieste, cambiamenti e ritmi che hanno inevitabilmente un impatto sul nostro benessere psicologico.

La psicoterapia non dovrebbe diventare un percorso ad ostacoli.

Dovremmo piuttosto chiederci come rendere la cura psicologica più accessibile, tempestiva e sostenibile, soprattutto quando una persona sta chiedendo aiuto.
Trovo davvero difficile accettare che, ancora oggi, di fronte a un bisogno così importante della popolazione, si possa pensare di introdurre ulteriori barriere invece di costruire maggiori possibilità di cura.

Per questo vi chiedo di informarvi, di approfondire e, se condividete queste preoccupazioni, di firmare la petizione.

La salute mentale non può essere considerata un lusso né qualcosa a cui si accede solo dopo aver superato una serie di ostacoli.

Chiedere aiuto dovrebbe essere il primo passo verso la cura, non l’inizio di una nuova difficoltà.

https://act.campax.org/petitions/zugang-zur-psychotherapie-sichern-hilfe-statt-hurden-1?share=16b592e0-2895-4ba8-8b38-3ffa5cd0b791&source=email&utm_medium=&utm_source=email

«Piove sempre sul bagnato».È un’affermazione che sento ripetere spesso da alcuni pazienti quando si trovano a vivere, ne...
25/08/2026

«Piove sempre sul bagnato».

È un’affermazione che sento ripetere spesso da alcuni pazienti quando si trovano a vivere, nel tempo, esperienze negative che si ripetono, sia nel contesto lavorativo sia in quello affettivo.

Situazioni diverse, persone diverse, ma una sensazione che rimane la stessa: «Perché succede sempre a me?»

E, a un certo punto, arriva la domanda più dolorosa:
«C’è qualcosa che non funziona in me? Sono io che, in qualche modo, attiro sempre le stesse situazioni?»

La mia risposta è: non c’è nulla di sbagliato in te.

Ma quando un’esperienza tende a ripetersi, forse vale la pena fermarsi ad ascoltare ciò che sta cercando di comunicarci.

Non per colpevolizzarci, ma per osservare.

Come mi approccio agli altri?
Come scelgo le persone con cui entro in relazione?
Quali comportamenti tollero?
Come reagisco davanti a ciò che mi fa stare male?
Quali schemi continuo, magari inconsapevolmente, a riproporre?

Perché non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade.
Ma possiamo imparare a riconoscere il nostro modo di stare nelle situazioni.

E se quel modo rimane sempre lo stesso, rischiamo di ritrovarci ancora una volta nello stesso punto.

Perché, a volte, non è che piova sempre sul bagnato. È che continuiamo a stare sotto la pioggia senza cambiare strada.

E forse il cambiamento comincia proprio da lì:
non dal chiedersi «Cosa c’è che non va in me?»,ma dal domandarsi «Cosa posso imparare da ciò che continua a ripetersi?»

Quando hai paura di perderlo, rischi di perdere te stessa.Nelle sedute, individuali e di coppia, mi capita spesso di inc...
21/08/2026

Quando hai paura di perderlo, rischi di perdere te stessa.

Nelle sedute, individuali e di coppia, mi capita spesso di incontrare donne che, dentro la relazione, sono state per molto tempo il punto fermo.
Ci sono.�Aspettano.�Comprendono.�Sono disponibili.�Provano a tenere insieme ciò che sembra vacillare.

E spesso, dall’altra parte, incontrano un uomo più instabile, più incerto, a tratti presente e a tratti distante.
Finché lui c’è, lei riesce a sentirsi sicura.

Ma quando lui si allontana, qualcosa cambia.

Quella stessa donna che fino a poco prima sembrava una certezza comincia a dubitare di sé.
“Forse non sono stata abbastanza.”�“Forse ho sbagliato qualcosa.”�“Forse devo fare di più.”�“Forse, se cambio, lui resterà.”
Ed è proprio lì che può iniziare la rincorsa.
Si scrive di più.�Si cerca di più.�Si accettano compromessi che prima non si sarebbero accettati.�Si cerca di dimostrare il proprio amore.�Si prova a diventare ciò che si pensa possa far restare l’altro.

Perché la paura di perdere qualcuno può metterci in uno stato di allerta nel quale non ci chiediamo più:
“Io, in questa relazione, sto bene?”
ma soltanto:
“Cosa devo fare perché lui non se ne vada?”
È una differenza enorme.

Quello che spesso ricordo alle mie pazienti è di non dimenticare il proprio valore proprio nel momento in cui l’altro si allontana.

Se sei stata per tanto tempo un punto fermo, non devi trasformarti in una persona che rincorre per paura di essere lasciata.

Se lui torna, non dovrebbe essere perché hai trovato il modo giusto per convincerlo, perché hai fatto abbastanza o perché hai rinunciato a una parte di te.
Dovrebbe tornare perché sceglie di esserci.

E forse la vera sicurezza affettiva non è sapere che l’altro non se ne andrà mai.
È sapere che, anche se l’altro si allontana, tu non ti allontanerai da te stessa.

Non hai bisogno di rincorrere chi è incerto.
Hai bisogno di scegliere qualcuno che non abbia bisogno di essere trattenuto, ma che desideri spontaneamente restare.

Perché essere amata non dovrebbe essere il risultato dei tuoi sforzi per non perderlo.

Dovrebbe essere una scelta reciproca.

Spesso mi trovo davanti a persone che, più che essere vittime degli altri, sono diventate vittime dei propri pensieri.Co...
19/08/2026

Spesso mi trovo davanti a persone che, più che essere vittime degli altri, sono diventate vittime dei propri pensieri.

Costrutti mentali così profondamente radicati, così connaturati al proprio modo di percepire la realtà, da diventare quasi invisibili. E proprio perché non vengono riconosciuti, finiscono per guidare le azioni, le scelte e soprattutto le relazioni.

Così accade che una paura venga proiettata sull’altro, ancora prima che l’altro abbia fatto qualcosa.

Durante le sedute parlo spesso della paura come di un’emozione fondamentale per la nostra sopravvivenza: ci segnala un pericolo e ci prepara ad affrontarlo.

Faccio un esempio semplice: se mi trovo davanti un orso, è assolutamente normale avere paura.
Ma se l’orso non è davanti a me e io continuo a vivere quello stesso stato di allarme, allora non è più il pericolo reale a mantenermi nella paura. Sono i miei pensieri, le mie immagini, le mie interpretazioni a farlo.

E così, lentamente, posso arrivare ad avere paura della paura.

Una paura che non nasce più da ciò che sta accadendo, ma da ciò che immagino potrebbe accadere.

E quando mi sento dire:”È difficile!”,rispondo sempre che sì, è difficile.
Perché affrontare la propria paura significa, spesso, affrontare se stessi. Significa mettere in discussione convinzioni che abbiamo costruito nel tempo e che abbiamo finito per scambiare per verità.

Il problema è che, per non sentire quella paura, iniziamo a evitare, a rinunciare, a controllare, a proteggerci.
E così, senza accorgercene, ci autolimitiamo.

Per questo ripeto spesso ai pazienti:
“Ricorda che tu sei molto più di quello che pensi di essere.”

E ne ho la conferma ogni giorno.
La vedo nelle persone che decidono di osare, di sperimentarsi, di fare qualcosa che avevano sempre evitato.

E quando finalmente attraversano quella paura e scoprono di poter fare ciò che non credevano possibile, arriva spesso una frase che vale più di mille spiegazioni:
“Ma io non avevo mai pensato che potessi farcela…”

Forse è proprio questo uno dei passaggi più importanti del percorso:non diventare qualcun altro, ma scoprire parti di sé che la paura aveva tenuto nascoste.

Perché a volte il limite non è ciò che siamo.È ciò che abbiamo imparato a pensare di essere.

Oggi, in seduta, parlando con un giovane adulto, ci siamo soffermati su quanto, sempre meno ci concediamo il tempo di st...
14/08/2026

Oggi, in seduta, parlando con un giovane adulto, ci siamo soffermati su quanto, sempre meno ci concediamo il tempo di stare con noi stessi.

Mi racconta un episodio apparentemente semplice: mentre aspettava il bus, si è guardato intorno. Le persone erano tutte immerse nei loro cellulari. Ognuno distante dall’altro, ma soprattutto… distante da sé.

E forse è proprio questo il punto.

Quanto spesso prendiamo in mano il telefono non perché abbiamo davvero qualcosa da fare, ma perché abbiamo paura di non avere nulla da fare con noi stessi?

Il telefono può diventare un rifugio. Un modo per non pensare, per riempire il silenzio, per evitare quelle domande che, quando finalmente restiamo soli, possono farsi sentire.

E lo stesso può accadere attraverso l’alcol, il gioco, le sostanze, il cibo, il lavoro, le relazioni o qualsiasi altra cosa ci permetta di non fermarci.

Perché a volte non abbiamo paura della solitudine.

Abbiamo paura di ciò che potremmo incontrare quando siamo soli con noi stessi.

Abbiamo paura di ascoltare quello che ci tormenta, quello che abbiamo rimandato, quello che non vogliamo ancora guardare.

E allora mi è venuta in mente un’altra giovane ragazza che, un giorno, durante una seduta, mi disse:
“Pierpaolo, ho voglia di imparare a stare con me stessa. Tant’è vero che ho preso appuntamento al cinema… con me, da sola!”

Mi colpì moltissimo.

Perché imparare a stare con se stessi non significa isolarsi dal mondo.

Significa imparare a non aver sempre bisogno di qualcosa o qualcuno che ci distragga da noi.

Forse, in una società che ci insegna continuamente a essere connessi, dovremmo tornare ad imparare qualcosa di molto più semplice:

stare con noi stessi.

Senza scappare.
Senza riempire ogni silenzio.
Senza avere sempre bisogno di uno schermo.

Perché a volte, proprio nel silenzio che tanto temiamo, possiamo finalmente incontrare la persona che abbiamo trascurato più di tutte:

noi stessi.

stessi

La parentificazione emotiva: quando un figlio diventa il custode delle emozioni degli altriEsiste un legame invisibile c...
13/08/2026

La parentificazione emotiva: quando un figlio diventa il custode delle emozioni degli altri

Esiste un legame invisibile che può crearsi all’interno di alcune famiglie: il benessere di un/a figlio/a viene, implicitamente, misurato sulla sua capacità di rendere felici gli altri.

E così un/a bambino/a, senza rendersene conto, può diventare il custode dello stato emotivo del proprio genitore.
Impara a osservare gli sguardi, a percepire i silenzi, ad anticipare gli umori, a capire quando è il momento di fare un passo indietro o di essere “bravo” per non creare ulteriori problemi.

Non perché lo abbia scelto. Non perché qualcuno gli abbia detto esplicitamente che è un suo compito. Ma perché, crescendo, può arrivare a sentire che l’amore passa anche dalla responsabilità di far stare bene l’altro.

Questo è uno degli aspetti della parentificazione emotiva: il/la bambino/a assume un ruolo che non gli appartiene e finisce per occuparsi emotivamente del proprio genitore, invece di poter essere semplicemente figlio.

E quel ruolo può diventare un automatismo che accompagna anche l’adulto:
monitorare, anticipare, prevedere, proteggere le emozioni altrui.

Fino a trasformarsi in senso di colpa ogni volta che prova a scegliere se stesso.
“Se sto bene io, forse ferisco qualcuno.” “Se dico di no, deluderò.” “Se penso a me, sono egoista.””Se l’altro soffre, è colpa mia.”

Ma c’è una verità importante da ricordare:
nessuno può costruire la felicità di un’altra persona al suo posto.

Fare un passo indietro non significa smettere di amare.”Significa restituire a ciascuno il proprio peso, le proprie emozioni e la propria responsabilità.
Perché amare non significa farsi carico dell’altro.
E soprattutto:
dare priorità al proprio benessere non è una colpa.
È imparare, forse per la prima volta, a essere figlio/a.E poi adulto.Senza dover continuamente meritare l’amore attraverso ciò che si fa per gli altri.

“È un narcisista. Mi manipola.”È una frase che ascolto sempre più spesso durante i colloqui.Viviamo in un periodo storic...
09/08/2026

“È un narcisista. Mi manipola.”

È una frase che ascolto sempre più spesso durante i colloqui.

Viviamo in un periodo storico in cui l’apparenza, l’estetica, l’immagine e, talvolta, anche le dinamiche manipolatorie sembrano essere sempre più presenti nelle relazioni.

Eppure, devo ammettere che rimango perplesso quando sento attribuire con tanta facilità l’etichetta di narcisista all’uomo con cui una relazione non sta funzionando.

Il problema non è negare l’esistenza del disturbo narcisistico di personalità.
Esiste, ed è una condizione clinica che può avere conseguenze importanti nelle relazioni.

Ma una diagnosi di disturbo di personalità non può essere fatta semplicemente osservando alcuni comportamenti che ci hanno ferito, deluso o fatto stare male.

Nel DSM-5 esistono criteri diagnostici specifici che devono essere valutati all’interno di un quadro complessivo e stabile della personalità.

Una persona che è egoista, che mente, che tradisce, che comunica male, che è emotivamente immatura, manipolatrice o con cui la relazione è diventata conflittuale non è automaticamente un narcisista.

E soprattutto, il narcisismo patologico non è una caratteristica esclusivamente maschile. Può riguardare uomini e donne.

Forse, allora, dovremmo chiederci anche perché sentiamo così fortemente il bisogno di dare un’etichetta all’altro.

Perché a volte dietro quell’etichetta può esserci un ego ferito.

La rabbia per essere stati delusi.�La rabbia per ciò che abbiamo subito.�Ma anche, talvolta, la rabbia verso noi stessi per aver permesso, tollerato o accettato determinate cose per troppo tempo.

Dire “è un narcisista” può diventare allora un modo per dare un senso a ciò che è accaduto, per spostare completamente sull’altro la responsabilità e, forse, per non entrare in contatto con una domanda più dolorosa:
“Perché sono rimasto lì così a lungo?”

Ma questa domanda non serve a colpevolizzarsi.

Serve a conoscersi.

Perché riconoscere la propria parte in una dinamica relazionale non significa assumersi la responsabilità dei comportamenti dell’altro.

Significa provare a comprendere se stessi, i propri bisogni, i propri confini e ciò che ci ha portato a rimanere in quella relazione.

E forse, qualche volta, la domanda più utile non è:
“Quanto è narcisista l’altro?”
ma:
“Che cosa è successo dentro di me, perché ho accettato così tanto?”

Cosa dirà la gente?"È una delle frasi che più frequentemente risuona nel mio studio.La ascolto da persone di età diverse...
06/08/2026

Cosa dirà la gente?"

È una delle frasi che più frequentemente risuona nel mio studio.

La ascolto da persone di età diverse, con storie diverse, ma con un filo conduttore comune: la paura del giudizio.

Molti pensano che questa paura nasca semplicemente dall'insicurezza. In realtà, molto spesso, ha radici molto più profonde.
Per tanti bambini, il messaggio non è stato trasmesso in modo esplicito.

È stato respirato nell'aria di casa.
"Non fare br**ta figura."
"Stai attento a quello che dici."
"Cosa penseranno gli altri?"
"Non farci vergognare."

Sono frasi che, ripetute nel tempo, finiscono per trasformarsi in una voce interiore. Una voce che continua a parlare anche quando i genitori non ci sono più.

Così il bambino impara che essere se stesso può essere rischioso.
Impara che alcune emozioni è meglio nasconderle.
Che alcuni desideri è meglio non esprimerli.
Che alcune scelte potrebbero deludere qualcuno.

Piano piano costruisce una parte di sé che non nasce dalla spontaneità, ma dall'adattamento.
Diventa molto bravo a capire cosa gli altri si aspettano da lui.
Molto meno bravo a capire cosa desidera davvero.

Da adulto continua a vivere con un osservatore invisibile sulle spalle.
Il risultato è una vita vissuta in continua sorveglianza.

Il paradosso è che più cerchiamo di evitare il giudizio degli altri, più finiamo per giudicare severamente noi stessi.
Una domanda si palesa:

"Come devo essere perché gli altri mi accettino?"
Ed è proprio qui che molte persone iniziano a sentirsi svuotate.
Perché passano la vita a interpretare un ruolo, dimenticando lentamente chi c'è dietro quella maschera.

La psicoterapia non insegna a non essere giudicati. Questo non sarà mai possibile.
Aiuta, piuttosto, a riconoscere da dove nasce quella paura.
A distinguere la propria voce da quella dei condizionamenti ricevuti.
A comprendere che il valore di una persona non può dipendere dal consenso degli altri.

Crescere significa anche questo: avere il coraggio di deludere alcune aspettative pur di non tradire sé stessi.

Perché il prezzo dell'approvazione, quando richiede di rinunciare alla propria autenticità, è spesso troppo alto.

E forse la domanda più importante non è:
"Cosa dirà la gente?"
Ma:
"Se smettessi di vivere per il giudizio degli altri, chi sarei davvero?"

"Chi tradisce è sempre il colpevole?"È una domanda che spesso divide.Parto da una premessa chiara: non giustifico il tra...
05/08/2026

"Chi tradisce è sempre il colpevole?"

È una domanda che spesso divide.

Parto da una premessa chiara: non giustifico il tradimento. È una scelta che ferisce profondamente, rompe la fiducia e può lasciare cicatrici difficili da rimarginare.

Ma da psicoterapeuta mi interessa andare oltre il giudizio.

Perché, nella maggior parte dei casi, il tradimento non nasce all'improvviso.
Nasce in una relazione che, spesso da tempo, sta comunicando che qualcosa non funziona più.

Ci sono conversazioni rimandate, bisogni ignorati, solitudini vissute in due, intimità che si spegne lentamente, conflitti evitati, richieste di vicinanza che cadono nel vuoto.

La coppia manda segnali.

Il problema è che molte volte nessuno li ascolta.

Il tradimento non è necessariamente la causa della crisi: molto spesso è il momento in cui la crisi diventa impossibile da nascondere.

Attenzione, però.

Dire questo non significa spostare la responsabilità sull'altro partner o trovare una giustificazione a chi tradisce.

Chi tradisce resta responsabile della propria scelta.

Esistono modi più maturi per affrontare un rapporto che non funziona: parlare, chiedere aiuto, mettere in discussione la relazione o, se necessario, chiuderla.

Ma se ci limitiamo a dire "è successo perché una persona è uno str… o una putt…”rischiamo di non capire nulla di ciò che è accaduto prima.

Ed è proprio lì che la psicologia prova a guardare.

Perché comprendere non significa assolvere.

Significa cercare di capire quali dinamiche hanno portato due persone, che un tempo si erano scelte, ad allontanarsi fino al punto in cui uno dei due ha cercato altrove qualcosa che nella relazione non riusciva più a trovare.

Dopo un tradimento ogni coppia è chiamata a una scelta.

C'è chi scopre che quella ferita è irreparabile.

E c'è chi, attraversando il dolore, riesce a ricostruire un rapporto più autentico, perché finalmente affronta ciò che per anni era rimasto in silenzio.

Forse la domanda non è soltanto:
"Perché ha tradito?"

Ma anche:
"Da quanto tempo la coppia stava chiedendo aiuto senza che nessuno se ne accorgesse?"

💬 Tu cosa ne pensi? Il tradimento è sempre e solo una scelta individuale o, pur rimanendo una responsabilità personale, può anche raccontare qualcosa della storia della coppia?

Sei sempre stato così maturo..."È una frase che molti ricevono come un complimento.Ma a volte racconta una storia molto ...
03/08/2026

Sei sempre stato così maturo..."

È una frase che molti ricevono come un complimento.
Ma a volte racconta una storia molto diversa.

Ci sono bambini che crescono troppo in fretta. Non perché lo scelgano, ma perché l'ambiente in cui vivono glielo impone.

Sono figli che imparano presto a mettere da parte i propri bisogni per occuparsi di quelli degli adulti. Consolano una madre, proteggono un padre, fanno da mediatori nei conflitti, cercano di mantenere un equilibrio che non dovrebbe mai dipendere da loro.

In psicologia questo fenomeno prende il nome di genitorializzazione: un'inversione dei ruoli in cui il bambino smette di essere semplicemente un figlio e diventa, emotivamente o praticamente, il "genitore" dei propri genitori.

La sua infanzia perde leggerezza. La spensieratezza lascia spazio al senso del dovere. Impara che il proprio valore dipende da quanto riesce a prendersi cura degli altri e che i suoi bisogni possono aspettare.

Spesso questo ruolo viene mantenuto attraverso messaggi sottili, fatti di sensi di colpa e ricatti emotivi:�"Se mi vuoi bene, non puoi lasciarmi da solo."�"Con tutto quello che faccio per te..."�"Sei l'unico che mi capisce."

Così il bambino cresce convinto che amare significhi sacrificarsi e che dire "no" equivalga a deludere o tradire chi ama.
Quello che accade nell'infanzia non rimane confinato all'infanzia.

Da adulto, quel bambino rischia di costruire relazioni in cui continua a sentirsi responsabile della felicità degli altri, fatica a chiedere aiuto, prova senso di colpa quando mette dei confini e non riesce a legittimare i propri bisogni, come se non avessero lo stesso diritto di esistere di quelli altrui.

Guarire significa riconoscere che quel ruolo non ti apparteneva.

Perché nessun bambino dovrebbe rinunciare alla propria infanzia per sostenere il peso emotivo di un adulto. E nessun adulto dovrebbe sentirsi in colpa per aver finalmente imparato a prendersi cura di sé.

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