16/05/2026
Nel 2021, in occasione della presentazione di questo libro, avevo proposto una lettura del caso di Angelo Vinci come sospeso tra il patologico e il normativo: un equilibrio fragile, in cui il principio di realtà sembrava preservato nelle dimensioni relazionali e familiari, mentre il vissuto delirante invadeva progressivamente lo spazio mentale ed esistenziale.
A distanza di alcuni anni, sento l’esigenza di tornare su quella lettura.
L’esperienza clinica mi ha insegnato che ciò che inizialmente appare come “eccezione”, il nucleo delirante, il lato persecutorio, spesso non è un elemento isolato, ma un prodotto coerente del sistema di relazioni in cui la persona è immersa. Non qualcosa che irrompe, ma qualcosa che si costruisce, si mantiene e si organizza nel tempo, dentro specifiche dinamiche interpersonali.
Rileggendo oggi quel caso in chiave sistemico-relazionale, mi colpisce meno il confine tra normalità e patologia, e di più il modo in cui i significati si distribuiscono nelle relazioni: il senso di vuoto, di abbandono, di perdita non sono soltanto stati interni, ma linguaggi che prendono forma nel contesto, nelle risposte dell’altro, nelle posizioni che ciascuno occupa.
Forse, più che chiederci “quanto è patologico Angelo”, diventa clinicamente più utile domandarci: quale funzione svolge il suo modo di stare nel mondo dentro il sistema relazionale di cui fa parte?
È una domanda che oggi orienta molto di più il mio lavoro.
E che mi porta a dire che alcune letture vanno riprese, nel tempo, perché siamo noi con la nostra esperienza a cambiarne il significato.