Dott. Giuseppe Giovanni Circhirillo - Psicologo

Dott. Giuseppe Giovanni Circhirillo - Psicologo Narrare, ricordare, ricostruire...
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Ha studiato psicoterapia relazionale presso il C.T.R. di Catania,.

Tra i principali interesse vi è la terapia ricostruttiva interpersonale di Lorna Smith Benjamin e la psicologia etno-sistemica. Ha studiato psicoterapia relazionale presso il C.T.R. di Catania, sede del Centro Studi di Terapia della Famiglia di Roma.

Nel 2021, in occasione della presentazione di questo libro, avevo proposto una lettura del caso di Angelo Vinci come sos...
16/05/2026

Nel 2021, in occasione della presentazione di questo libro, avevo proposto una lettura del caso di Angelo Vinci come sospeso tra il patologico e il normativo: un equilibrio fragile, in cui il principio di realtà sembrava preservato nelle dimensioni relazionali e familiari, mentre il vissuto delirante invadeva progressivamente lo spazio mentale ed esistenziale.

A distanza di alcuni anni, sento l’esigenza di tornare su quella lettura.

L’esperienza clinica mi ha insegnato che ciò che inizialmente appare come “eccezione”, il nucleo delirante, il lato persecutorio, spesso non è un elemento isolato, ma un prodotto coerente del sistema di relazioni in cui la persona è immersa. Non qualcosa che irrompe, ma qualcosa che si costruisce, si mantiene e si organizza nel tempo, dentro specifiche dinamiche interpersonali.

Rileggendo oggi quel caso in chiave sistemico-relazionale, mi colpisce meno il confine tra normalità e patologia, e di più il modo in cui i significati si distribuiscono nelle relazioni: il senso di vuoto, di abbandono, di perdita non sono soltanto stati interni, ma linguaggi che prendono forma nel contesto, nelle risposte dell’altro, nelle posizioni che ciascuno occupa.

Forse, più che chiederci “quanto è patologico Angelo”, diventa clinicamente più utile domandarci: quale funzione svolge il suo modo di stare nel mondo dentro il sistema relazionale di cui fa parte?

È una domanda che oggi orienta molto di più il mio lavoro.

E che mi porta a dire che alcune letture vanno riprese, nel tempo, perché siamo noi con la nostra esperienza a cambiarne il significato.

M. e G. arrivano in terapia dopo 7 anni di relazione.  Si amano ancora, ma qualcosa si è spezzato: la fiducia.Per anni l...
07/05/2026

M. e G. arrivano in terapia dopo 7 anni di relazione.
Si amano ancora, ma qualcosa si è spezzato: la fiducia.

Per anni lui aveva nascosto un fallimento importante legato all’università.
Lei lavorava, costruiva, progettava.
Lui invece taceva.
E quando una verità resta nascosta troppo a lungo, nella coppia non entra solo la rabbia: entra il dubbio.

“Posso fidarmi davvero di te?”
Da lì iniziano molte crisi relazionali.

Nel lavoro terapeutico però abbiamo scoperto che il problema non era solo una bugia.
Dietro quella bugia c’erano paura, vergogna, senso di fallimento, lealtà familiari invisibili.

M. è cresciuto in una famiglia ad alta conflittualità, dove il padre diceva apertamente di non aver mai amato la madre.
Ha imparato che l’amore può essere tensione, silenzio, schieramento.
Che bisogna nascondere la fragilità per non deludere.

G. invece portava dentro il peso di dover essere forte, stabile, affidabile.
Ma sotto quella forza c’era una paura profonda: costruire una vita con qualcuno che potesse crollare da un momento all’altro.

In terapia non abbiamo lavorato per stabilire chi avesse ragione.
Abbiamo lavorato per capire cosa stesse chiedendo davvero ciascuno dei due.

Perché spesso dietro una critica c’è una richiesta di rassicurazione.
Dietro la rabbia c’è paura.
Dietro il controllo c’è il terrore di soffrire ancora.

A un certo punto della terapia ho restituito:

“Se continuate a combattere per avere ragione, perderete entrambi l’unica cosa che conta: la relazione.”

Col tempo hanno iniziato a parlarsi diversamente.
A litigare meglio.

A costruire un “noi” invece di vivere da avversari.

Oggi progettano il matrimonio, hanno una data e un anello.

La coppia non guarisce quando smette di litigare.
Guarisce quando due persone smettono di difendersi l’una dall’altra e iniziano finalmente a comprendersi.

Oggi M. e G. non sono una coppia perfetta.
Sono una coppia più consapevole.

Hanno imparato che l’amore non è nascondere le proprie fragilità, ma avere il coraggio di mostrarle senza distruggersi.

E forse è proprio questo il momento in cui nasce davvero un “noi”.

Dalle terapie di oggi: “Spesso quando in una coppia uno deve controllare continuamente che l’altro non esploda, non spar...
06/05/2026

Dalle terapie di oggi:
“Spesso quando in una coppia uno deve controllare continuamente che l’altro non esploda, non sparisca o non si distrugga, smette gradualmente di potersi rilassare dentro l’amore.”

Ringrazio il Rotary Bivona – Montagna delle Rose per l’eccellente organizzazione e per aver creato uno spazio così auten...
05/05/2026

Ringrazio il Rotary Bivona – Montagna delle Rose per l’eccellente organizzazione e per aver creato uno spazio così autentico di incontro e pensiero condiviso.

È stato un momento intenso, vivo, profondamente arricchente. Il confronto con colleghe e colleghi ha restituito valore, profondità e senso al nostro lavoro, ricordandoci quanto la psicoterapia nasca e cresca nella relazione.

Nel mio intervento, “La sedia vuota: quando la perdita riscrive le regole della famiglia”, ho portato una riflessione su ciò che accade nei sistemi familiari quando una perdita interrompe gli equilibri: non solo dolore, ma una trasformazione silenziosa delle posizioni e dei ruoli. Spesso, senza che nessuno lo nomini, qualcuno viene chiamato a occupare quel vuoto.

Il cuore del lavoro terapeutico, allora, diventa restituire ordine: permettere che ogni membro torni al proprio posto e che quella sedia resti vuota, riconosciuta, senza essere riempita impropriamente.

Giornate come questa ricordano il valore del nostro impegno e la responsabilità che abbiamo nel prenderci cura delle storie familiari.

Grazie a tutti per la presenza, l’ascolto e la qualità degli scambi.

Mi arriva un invio da una collega psichiatra.Un ragazzo di 29 anni, con HPPD - Disturbo Persistente della Percezione da ...
18/04/2026

Mi arriva un invio da una collega psichiatra.
Un ragazzo di 29 anni, con HPPD - Disturbo Persistente della Percezione da Allucinogeni. Prima volta, per me, su questo quadro.
Sintomi chiari: scie, aloni, immagini persistenti. Momenti di distacco da sé.
Accanto: gioco d’azzardo, uso di cannabis.
Questa storia non comincia con le sostanze.
Comincia molto prima.
Con una madre che, a 22 anni, trova la propria madre morta suicida.
Con una separazione conflittuale.
Con una malattia lunga e un grave lutto.
E con un figlio che, a un certo punto, smette di essere figlio.
Si organizza, accompagna, tiene. Senza fare rumore.
Queste storie non esplodono.
Si comprimono.
Finché trovano una via.
A volte è la sostanza.
A volte è il gioco.
A volte è il corpo che altera la percezione.
Ma non sono punti di partenza.
Sono punti di emersione.
La cannabis abbassa. Il gioco accelera.
Due regolazioni opposte, stessa funzione: non entrare in contatto.
Quando questi assetti saltano, resta una cosa:
un sistema iperattivo, che controlla, che monitora, che non riesce più a lasciar andare.
E allora il sintomo diventa credibile. Centrale. Spiegazione di tutto.
Ma il sintomo non spiega. Segnala.
In terapia non sto lavorando “contro” ciò che vede.
Sto lavorando su ciò che fa quando lo vede.
E su ciò che, per anni, non è stato possibile sentire.
Perché se guardi solo le crepe, ti perdi il punto.
Queste sono storie costruite sopra macerie che nessuno ha mai potuto toccare.
E finché restano lì sotto, continueranno a trovare una forma per farsi vedere.

Nelle coppie, spesso il problema non è cosa succede.È come si costruisce la relazione nel tempo.C’è un meccanismo descri...
24/03/2026

Nelle coppie, spesso il problema non è cosa succede.
È come si costruisce la relazione nel tempo.

C’è un meccanismo descritto da Gregory Bateson che aiuta a capirlo: la schismogenesi.
Significa questo: più due persone reagiscono l’una all’altra, più tendono a estremizzarsi.

E nelle relazioni lo vediamo chiaramente:

più uno rincorre → più l’altro si allontana
più uno controlla → più l’altro si chiude
più uno attacca → più l’altro si difende

All’inizio sembrano semplici reazioni.
Col tempo diventano ruoli.

E a quel punto non siete più due persone libere, ma due posizioni rigide che si alimentano a vicenda.

Il punto clinico è che la schismogenesi tende a diventare auto-rinforzante. Ogni parte percepisce il comportamento dell’altra come giustificazione della propria radicalizzazione. Si entra così in un circuito:
più tu estremizzi → più io estremizzo → più tu estremizzi.

Questo meccanismo riduce la complessità, semplifica il pensiero e aumenta la reattività emotiva. In termini sistemici, il sistema perde flessibilità e si avvicina a configurazioni disfunzionali.

la dinamica è quella che osserviamo nelle coppie conflittuali o nei sistemi familiari rigidi:
escalation simmetrica → litigio cronico
complementarità rigida → relazioni diseguali e cristallizzate
assenza di metacomunicazione → impossibilità di cambiamento

Il punto non è stabilire chi ha iniziato.
Nelle dinamiche relazionali, questa domanda serve a poco.

Il punto è accorgersi del ciclo.
Perché finché ognuno continua a fare “la propria parte”, la relazione resta bloccata.

Interrompere questo schema non significa cambiare l’altro.
Significa fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che il sistema si aspetta da noi.

È lì che si apre uno spazio nuovo.

Ed è lì che una coppia può davvero cambiare.

Come si ricostruiscono i legami quando una sedia resta vuota?Sabato 11 Aprile alle 17:30 a Bivona, proveremo a dare un s...
21/03/2026

Come si ricostruiscono i legami quando una sedia resta vuota?
Sabato 11 Aprile alle 17:30 a Bivona, proveremo a dare un senso a questo vuoto. La psicoterapia non serve a dimenticare, ma a ricostruire legami capaci di reggere il peso della trasformazione.
Un ringraziamento al Rotary Club Bivona per aver promosso questo spazio di ascolto e riflessione.
Vi aspettiamo in Aula Consiliare.

Dalle sedute di oggi porto con me una frase che mi ha toccato in profondità, pronunciata da una paziente che ha conosciu...
20/01/2026

Dalle sedute di oggi porto con me una frase che mi ha toccato in profondità, pronunciata da una paziente che ha conosciuto molto dolore:

“Non puoi costruire la tua felicità sul dolore degli altri.”

Parole semplici, ma pesanti come pietre.
Ricordano una verità antica: il benessere vero non nasce dal vincere sull’altro, né dal farsi scegliere a costo di annullare qualcuno. Nasce dal rispetto, dai confini, dalla capacità di non usare le ferite altrui per sentirsi interi.

A volte il dolore più grande non è solo quello che subiamo,
ma quello che ci accorgiamo di aver permesso.

Crescere significa anche questo: smettere di chiamare amore ciò che ci chiede di tradire noi stessi o gli altri.

D. è una donna di 45 anni. Separata. Un figlio adolescente.Lavora come donna delle pulizie. La sua storia familiare è se...
15/12/2025

D. è una donna di 45 anni. Separata. Un figlio adolescente.
Lavora come donna delle pulizie. La sua storia familiare è segnata molto presto dalla rottura dell’ordine. Quando ha sei anni, il padre cade da un balcone e rimane tetraplegico. Da quel momento la famiglia si organizza intorno alla malattia. La madre lavora, assiste il marito, piange spesso per la disperazione. La sorella maggiore, già adolescente, entra in forte conflitto con la madre.
Lei, invece, si adatta.
Diventa presto una bambina “grande”. Aiuta in casa, assiste il padre, impara gesti che non appartengono all’infanzia: cateteri, pulizia, silenzio. Per anni la famiglia vive tra casa e ospedale. Quando lei ha quattordici anni il padre muore. Dieci anni dopo muore anche la madre, accudita fino alla fine proprio da lei.
Nella sua infanzia non restano fotografie. La madre, travolta dalla rabbia e dal dolore, le ha buttate via. Di quel tempo restano pochi ricordi e un’immagine di sé: “ero cicciottella”. La sorella era “la Barbie”. In quel sistema il cibo ha un significato preciso. Il sabato, andare a fare la spesa, era l’unico momento sereno. Il cibo non era piacere, era sicurezza. Contenimento. Ordine. In seduta, racconta che mangia dalla pattumiera mentre lavora nelle case degli altri. Lo dice con vergogna. Dice che le fa schifo, ma non riesce a fermarsi. Non parla di fame. Parla di un gesto che accade automaticamente.
In seduta non emerge un impulso incontrollato, ma una posizione antica. Quel gesto assomiglia molto al posto che ha occupato nel suo sistema familiare: prendere ciò che resta, senza chiedere, senza disturbare. Mangiare lo scarto diventa il modo più coerente che il corpo ha per raccontare chi è stata. Il significato non è nel cibo, ma nella lealtà.
Lealtà a una storia in cui lei ha imparato a sopravvivere mettendosi da parte, reggendo il dolore degli altri, trovando nel corpo l’unico spazio possibile di autoregolazione.
In psicoterapia familiare non si combatte il sintomo.
Lo si ascolta. Perché spesso è l’unico modo che il sistema ha trovato per restare in piedi.

René Girard, filosofo e antropologo francese, ci parla del desiderio come di un movimento mimetico: non desideriamo mai ...
17/10/2025

René Girard, filosofo e antropologo francese, ci parla del desiderio come di un movimento mimetico: non desideriamo mai in modo completamente autonomo, ma attraverso l’altro. È l’altro a indicarci, con il suo stesso desiderare, ciò che vale la pena volere. Nel rapporto tra padre e figlio, ad esempio, questo meccanismo può assumere un significato profondo e talvolta conflittuale. Il padre diventa modello, colui da cui il figlio apprende come stare al mondo, ma proprio in questa imitazione può nascere una tensione. Il desiderio di essere come lui si intreccia con quello, inevitabile, di differenziarsene.

Girard parlerebbe qui di rivalità mimetica: l’altro, amato e ammirato, diventa anche il limite da superare. Nella crescita, il figlio cerca di appropriarsi del mondo attraverso lo sguardo del padre, e questo può essere vissuto come una minaccia da chi teme di essere sostituito, oppure come una naturale eredità da chi sa lasciare spazio.

In questa prospettiva, troviamo un’interessante risonanza con il pensiero di John Byng-Hall, che nel suo lavoro sui copioni familiari mostra come ogni famiglia trasmetta ruoli, aspettative e narrazioni di sé. Il figlio, per appartenere, si muove dentro queste storie, cercando di essere fedele a un copione che lo precede e, allo stesso tempo, di scrivere la propria parte. Anche qui, la tensione tra imitazione e autonomia è al centro del processo di crescita.

Girard e Byng-Hall, pur provenendo da linguaggi diversi, si incontrano nel descrivere lo stesso movimento: quello di chi cerca di diventare se stesso attraverso la relazione con chi lo ha generato. La rivalità, in questa luce, non è soltanto scontro ma passaggio. Quando viene riconosciuta e attraversata, può trasformarsi in continuità, in trasmissione, in un modo nuovo di appartenere senza perdersi.

Ogni figlio che imita il padre non vuole togliergli il posto, ma cercare il proprio, a partire dal suo sguardo.

Indirizzo

Agrigento
92100

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