29/04/2026
Ne vogliamo parlare?
“La voce, trasportata dal vento salmastro, tornò: ‘Buttatevi’, intimava. ‘Buttatevi’.
Era ammaliante. Dava ordini certo, ma affascinava e chiamava a sé. Nelly cominciò a muoversi come un automa verso il bagnasciuga, con lo sguardo fisso e tenendo per mano il bambino. Ben presto arrivò in prossimità delle acque e stava per entrarci, quando sentì la mano del piccolo stringere con forza la sua. Non si curò e provò ancora a trascinarlo, ma le parve di scontrarsi con una sorta di pilastro difficile da spostare. Lo guardò e trovò un viso piangente e due occhi imploranti. ‘Non voglio morire‘ , sembravano dire. E Nelly, sentì dentro potenti leggi di natura rimettersi in moto per il verso giusto, il cuore allargarsi e quella sorta di incantesimo svanire. Si abbassò per abbracciare il bambino a sé e lo tenne stretto per lunghi attimi”.
E’ un brano del mio romanzo ‘Cuore Liquido. L’Ermafrodito’, una scena che richiama, in modo inquietante, la tragedia di Catanzaro di una settimana fa. Secondo le ricostruzioni, una madre di 46 anni ha lasciato cadere dal balcone i suoi tre figli di 4 e 6 anni e la bimba di soli 4 mesi, per poi lanciarsi a sua volta. Solo la primogenita è riuscita a salvarsi e non è più in pericolo di vita.
Alcuni commentatori hanno ricondotto il gesto della donna alla depressione post partum insorta dopo la nascita dell’ultimogenita. Tuttavia la gravidanza non è una malattia e la depressione puerperale interessa il 10-15% dei casi, e solo in percentuali ancora più ridotte può assumere le forme psicotiche che sembrano connotare il caso di Catanzaro. Aspetti di questo tipo, peraltro, tendono ad emergere su fragilità già presenti. E colpisce che, tra gli articoli che hanno raccontato la vicenda, solo uno abbia accennato a un precedente ‘disagio psichiatrico’ della donna. C’è ancora la tendenza a tenere sullo sfondo la realtà del disturbo mentale? Ma è meglio parlarne o lasciarlo in filigrana?