Alfredo Nazzaro. Medicina della Riproduzione

Alfredo Nazzaro. Medicina della Riproduzione Ginecologo. Medicina della Riproduzione Umana. PMA omologa ed eterologa

NEL TRANSFER DI EMBRIONI CONGELATI, “NATURALE” È DAVVERO SEMPRE MEGLIO?SINCRONIZZARE SENZA RINUNCIARE ALLA FISIOLOGIANel...
06/09/2026

NEL TRANSFER DI EMBRIONI CONGELATI, “NATURALE” È DAVVERO SEMPRE MEGLIO?
SINCRONIZZARE SENZA RINUNCIARE ALLA FISIOLOGIA

Nel transfer di embrioni congelati si sta progressivamente affermando l’idea che conservare l’ovulazione e il corpo luteo possa rappresentare la scelta più “fisiologica” e, forse, anche più sicura.

È un’ipotesi interessante. Ma credo debba essere interpretata con prudenza.

Un recente lavoro pubblicato su Fertility and Sterility confronta il programmed ovulatory FET (PO-FET) con il modified natural cycle FET (mNC-FET) nelle donne normo-ovulatorie e non rileva differenze statisticamente significative nel live birth rate.

Il punto, però, è proprio la popolazione studiata.

Parliamo di una popolazione selezionata: donne normo-ovulatorie, relativamente giovani, con BMI medio nella norma e con criteri di esclusione riguardanti malformazioni uterine e anomalie endometriali.

La paziente che incontriamo nella pratica clinica può essere molto diversa.

Età materna più avanzata, BMI, storia riproduttiva, endometriosi, fibromi, adenomiosi, patologie metaboliche o cardiovascolari e altre comorbidità possono influenzare l’impianto, il rischio di ab**to e l’evoluzione ostetrica della gravidanza, comprese le complicanze ipertensive.

Per questo credo sia necessario essere cauti quando attribuiamo al ciclo ovulatorio — e in particolare alla presenza del corpo luteo — i migliori outcome ostetrici osservati in alcuni studi.

Il corpo luteo potrebbe essere parte della spiegazione. Non sappiamo ancora quanto lo sia.

Esistono meccanismi biologicamente plausibili e associazioni epidemiologiche che meritano attenzione. Ma plausibilità biologica, associazione e causalità non sono sinonimi.

E neppure il propensity-score matching risolve completamente il problema: può rendere confrontabili i gruppi per le variabili conosciute e misurate, ma non elimina il confondimento determinato da ciò che non è stato misurato o adeguatamente caratterizzato.

C’è poi l’altra faccia della fisiologia.

Conservare l’ovulazione significa conservare anche la variabilità della crescita follicolare, il picco endogeno di LH e le fluttuazioni di estradiolo e progesterone. Il modified natural cycle permette di controllarne una parte, ma non elimina completamente questa variabilità.

Ed è proprio per questo che continuo a preferire, quando indicato, un ciclo sincronizzato e maggiormente controllabile, nel quale il timing della trasformazione endometriale sia il più possibile prevedibile e riproducibile.

Non significa necessariamente rinunciare alla fisiologia.

Significa chiedersi quanto della fisiologia sia utile conservare e quanto, invece, della sua variabilità possa interferire con la sincronizzazione embrione-endometrio.

C’è infine un problema metodologico che considero fondamentale.

Quando confrontiamo strategie differenti non basta sapere quanti bambini nascono per transfer effettuato.

Dobbiamo sapere quanti bambini nascono per ciclo iniziato.

Quanti cicli arrivano realmente al transfer?
Quanti vengono cancellati o rinviati?
Quanti controlli ecografici e ormonali richiedono?
Quanto incidono le fluttuazioni endocrine sul timing?

La cancellazione di un ciclo non è un semplice inconveniente organizzativo. È un outcome del trattamento, con conseguenze cliniche, organizzative ed emotive per la paziente.

Per questo eviterei una nuova contrapposizione tra “naturale” e “artificiale”.

La questione, probabilmente, è più interessante: personalizzare la preparazione endometriale sulla paziente e rendere contemporaneamente la sincronizzazione embrione-endometrio quanto più controllabile e riproducibile possibile.

Sincronizzare, quindi, senza rinunciare alla fisiologia.

Ma soprattutto senza trasformare la fisiologia in un dogma.

🎗️ L’ENDOMETRIOSI NON RIGUARDA SOLO L’APPARATO RIPRODUTTIVOLe nuove evidenze stanno ampliando il modo in cui guardiamo a...
04/09/2026

🎗️ L’ENDOMETRIOSI NON RIGUARDA SOLO L’APPARATO RIPRODUTTIVO

Le nuove evidenze stanno ampliando il modo in cui guardiamo alla malattia.

L’ENDOMETRIOSI NON È SOLO DOLORE PELVICO

L’endometriosi è una malattia infiammatoria cronica, complessa ed eterogenea, che interessa circa il 6–10% delle donne in età riproduttiva. Nelle donne con infertilità la prevalenza sale al 30–50%.

In Italia oltre 1,8 milioni di donne hanno una diagnosi accertata, ma si stima che i casi reali arrivino a circa 3 milioni, considerando quelli non diagnosticati.

Per molto tempo l’abbiamo raccontata soprattutto attraverso le sue manifestazioni ginecologiche e riproduttive: dismenorrea, dolore pelvico cronico, dispareunia e infertilità. Una rappresentazione che oggi appare decisamente troppo stretta.

🧩 Dimensione anatomica e comorbidità

L’endometriosi non è necessariamente confinata all’apparato riproduttivo: può interessare l’intestino, l’apparato urinario e, più raramente, sedi extrapelviche, comprese quelle diaframmatiche e toraciche.

A questo si aggiunge un altro livello di complessità. Studi epidemiologici su grandi popolazioni evidenziano una maggiore frequenza di comorbidità extraginecologiche, tra cui:

• disturbi gastrointestinali
• emicrania
• condizioni immuno-mediate e altre manifestazioni sistemiche

📊 Un ampio studio condotto dalla University of California, San Francisco (UCSF) su quasi 40.000 persone ha ulteriormente documentato la rilevanza di queste associazioni cliniche.

⚠️ Rigore scientifico: associazione epidemiologica non significa causalità.

Una condizione più frequente nelle donne con endometriosi non è necessariamente provocata dall’endometriosi. Ma questo dato ci dice qualcosa di clinicamente fondamentale: dobbiamo imparare a guardare la paziente nel suo complesso.

⏳ Il vero nodo: 9 anni di ritardo diagnostico

Ampliare l’anamnesi serve anche ad affrontare uno dei problemi più importanti: il tempo.

Ancora oggi, tra la comparsa dei primi sintomi e la diagnosi trascorrono in media circa 9 anni.

Nove anni sono inaccettabili.

Sono nove anni di dolore, limitazioni della vita quotidiana, lavorativa, sessuale e affettiva e di possibile progressione del danno.

Il tempo conta. Il danno associato all’endometriosi può avere una dimensione tempo-dipendente: la persistenza dei processi infiammatori e fibrotici può contribuire alla formazione di aderenze, ad alterazioni anatomiche e funzionali e alle conseguenze documentate della malattia sulla fertilità e sulla funzione riproduttiva.

🔎 La diagnosi precoce come obiettivo prioritario

Fare diagnosi precoce significa:

• non normalizzare mai una dismenorrea severa;
• ricercare sistematicamente le manifestazioni intestinali, urinarie ed extrapelviche;
• valutarne, quando presente, la relazione con il ciclo mestruale;
• indirizzare tempestivamente la donna verso una valutazione specialistica e, quando necessaria, multidisciplinare.

🩺 È su questo che stiamo lavorando: integrare la valutazione ginecologica e riproduttiva con una caratterizzazione più ampia della malattia.

Non per trasformare le associazioni epidemiologiche in diagnosi affrettate, ma per non ignorarle.

Ridurre quei 9 anni significa riconoscere prima la malattia, intervenire prima che il danno diventi più complesso e raggiungere quello che deve rimanere il vero obiettivo di ogni percorso di cura:

migliorare la qualità della vita delle donne con endometriosi.

Alfredo Nazzaro
Medico Specialista in Medicina della Riproduzione

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L’IMPIANTO DELL’EMBRIONE: UN PARADOSSO DELLA BIOLOGIA CELLULAREQuesta fotografia è stata scattata molti anni dopo, davan...
25/08/2026

L’IMPIANTO DELL’EMBRIONE: UN PARADOSSO DELLA BIOLOGIA CELLULARE

Questa fotografia è stata scattata molti anni dopo, davanti all’ingresso dei laboratori di Tennis Court Road a Cambridge.

Ma è qui che, tra il 1988 e il 1990, come Visiting Research Fellow nel gruppo di Charlie Loke, uno dei maggiori studiosi internazionali del trofoblasto extravilloso e dei meccanismi della placentazione, una parte importante della mia formazione scientifica prese una direzione che non ho più abbandonato: cercare di comprendere i meccanismi che regolano l’impianto dell’embrione e il rapporto tra trofoblasto e decidua.

L’impianto è uno degli eventi più affascinanti della biologia umana.

Un embrione deve entrare in relazione con un tessuto materno, aderire all’endometrio, modificarne localmente l’organizzazione e consentire al trofoblasto di acquisire capacità invasive. Tutto questo deve avvenire in una finestra temporale estremamente precisa, attraverso un dialogo continuo tra embrione ed endometrio.

Già in quegli anni questo processo veniva descritto come un vero “paradosso della biologia cellulare”: superfici epiteliali normalmente non adesive devono modificare temporaneamente le proprie caratteristiche per consentire l’adesione e l’invasione del trofoblasto. Era uno dei grandi temi della ricerca sull’interazione trofoblasto-endometrio, alla quale John Aplin avrebbe dato contributi fondamentali.

Da allora abbiamo imparato moltissimo.

Oggi sappiamo che l’impianto non è semplicemente un embrione che incontra un endometrio “recettivo”. È un processo dinamico di comunicazione, adesione, rimodellamento tissutale e segnali reciproci tra embrione e organismo materno. Un vero dialogo tra embrione ed endometrio.

Eppure, dopo quasi quarant’anni, l’impianto rimane uno dei passaggi che maggiormente condizionano il successo della Medicina della Riproduzione. Ancora oggi non tutto ciò che determina il successo o il fallimento di quel dialogo è completamente compreso.

Forse è anche per questo che continuo a considerarlo uno degli aspetti più affascinanti del mio lavoro.

Cambiano le tecnologie, cambiano i laboratori, cambiano le possibilità terapeutiche. Le domande fondamentali, qualche volta, rimangono sorprendentemente simili.

23/08/2026

Da oltre 40 anni mi occupo di Medicina della Riproduzione Umana, accompagnando donne e coppie dalla diagnosi alla scelta del percorso riproduttivo più appropriato.

PMA omologa ed eterologa, ovodonazione e doppia donazione, preservazione della fertilità, endometriosi e adenomiosi, anomalie uterine e problemi dell’impianto fanno parte di un unico approccio: non applicare una tecnica, ma costruire un percorso sulla persona.

Una parte importante della mia attività riguarda inoltre percorsi riproduttivi che oggi non possono essere realizzati in Italia, come quelli destinati alle donne single, alle coppie di donne e il metodo ROPA, che seguo presso l’Instituto de Fertilidad Clínica Rincón di Málaga.

Credo in una Medicina della Riproduzione sempre più fondata su qualità, ricerca, tecnologia e medicina di precisione, nella quale laboratorio e clinica siano parti dello stesso progetto.

Questa pagina nasce per parlare di tutto questo: fertilità, PMA, ricerca, nuove tecnologie e diritti riproduttivi.

Con un principio semplice: spiegare ciò che la medicina può fare, senza promettere ciò che la biologia non consente.

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Benevento

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