06/09/2026
NEL TRANSFER DI EMBRIONI CONGELATI, “NATURALE” È DAVVERO SEMPRE MEGLIO?
SINCRONIZZARE SENZA RINUNCIARE ALLA FISIOLOGIA
Nel transfer di embrioni congelati si sta progressivamente affermando l’idea che conservare l’ovulazione e il corpo luteo possa rappresentare la scelta più “fisiologica” e, forse, anche più sicura.
È un’ipotesi interessante. Ma credo debba essere interpretata con prudenza.
Un recente lavoro pubblicato su Fertility and Sterility confronta il programmed ovulatory FET (PO-FET) con il modified natural cycle FET (mNC-FET) nelle donne normo-ovulatorie e non rileva differenze statisticamente significative nel live birth rate.
Il punto, però, è proprio la popolazione studiata.
Parliamo di una popolazione selezionata: donne normo-ovulatorie, relativamente giovani, con BMI medio nella norma e con criteri di esclusione riguardanti malformazioni uterine e anomalie endometriali.
La paziente che incontriamo nella pratica clinica può essere molto diversa.
Età materna più avanzata, BMI, storia riproduttiva, endometriosi, fibromi, adenomiosi, patologie metaboliche o cardiovascolari e altre comorbidità possono influenzare l’impianto, il rischio di ab**to e l’evoluzione ostetrica della gravidanza, comprese le complicanze ipertensive.
Per questo credo sia necessario essere cauti quando attribuiamo al ciclo ovulatorio — e in particolare alla presenza del corpo luteo — i migliori outcome ostetrici osservati in alcuni studi.
Il corpo luteo potrebbe essere parte della spiegazione. Non sappiamo ancora quanto lo sia.
Esistono meccanismi biologicamente plausibili e associazioni epidemiologiche che meritano attenzione. Ma plausibilità biologica, associazione e causalità non sono sinonimi.
E neppure il propensity-score matching risolve completamente il problema: può rendere confrontabili i gruppi per le variabili conosciute e misurate, ma non elimina il confondimento determinato da ciò che non è stato misurato o adeguatamente caratterizzato.
C’è poi l’altra faccia della fisiologia.
Conservare l’ovulazione significa conservare anche la variabilità della crescita follicolare, il picco endogeno di LH e le fluttuazioni di estradiolo e progesterone. Il modified natural cycle permette di controllarne una parte, ma non elimina completamente questa variabilità.
Ed è proprio per questo che continuo a preferire, quando indicato, un ciclo sincronizzato e maggiormente controllabile, nel quale il timing della trasformazione endometriale sia il più possibile prevedibile e riproducibile.
Non significa necessariamente rinunciare alla fisiologia.
Significa chiedersi quanto della fisiologia sia utile conservare e quanto, invece, della sua variabilità possa interferire con la sincronizzazione embrione-endometrio.
C’è infine un problema metodologico che considero fondamentale.
Quando confrontiamo strategie differenti non basta sapere quanti bambini nascono per transfer effettuato.
Dobbiamo sapere quanti bambini nascono per ciclo iniziato.
Quanti cicli arrivano realmente al transfer?
Quanti vengono cancellati o rinviati?
Quanti controlli ecografici e ormonali richiedono?
Quanto incidono le fluttuazioni endocrine sul timing?
La cancellazione di un ciclo non è un semplice inconveniente organizzativo. È un outcome del trattamento, con conseguenze cliniche, organizzative ed emotive per la paziente.
Per questo eviterei una nuova contrapposizione tra “naturale” e “artificiale”.
La questione, probabilmente, è più interessante: personalizzare la preparazione endometriale sulla paziente e rendere contemporaneamente la sincronizzazione embrione-endometrio quanto più controllabile e riproducibile possibile.
Sincronizzare, quindi, senza rinunciare alla fisiologia.
Ma soprattutto senza trasformare la fisiologia in un dogma.