Nicola Ghezzani

Nicola Ghezzani Psicologo clinico e Psicoterapeuta

Quando aiuto una persona a risolvere i suoi sintomi e a capire il significato della sua vita, non aiuto solo lui, ma anche me stesso, la mia qualità umana, e – sia pure per una piccola parte – il benessere generale del mondo.

IL BAMBINO SENSIBILE E IL TRAUMA EDUCATIVO Negli ultimi quarant'anni la psicoterapia ha conosciuto una trasformazione pr...
30/07/2026

IL BAMBINO SENSIBILE E IL TRAUMA EDUCATIVO

Negli ultimi quarant'anni la psicoterapia ha conosciuto una trasformazione profonda. Dopo decenni in cui il disagio psichico veniva interpretato prevalentemente come il prodotto di conflitti intrapsichici, fantasie inconsce e vulnerabilità genetiche individuali, l'attenzione si è progressivamente spostata sulle esperienze relazionali traumatiche. Questo cambiamento ha rappresentato uno dei più importanti avanzamenti della psicologia clinica contemporanea.
Eppure, a mio avviso, manca ancora un tassello fondamentale. Gran parte della psicoterapia moderna continua a cercare il trauma soprattutto negli eventi eccezionali – la guerra, l'abuso sessuale, il maltrattamento, la negligenza grave, l'abbandono – mentre trascura una forma di trauma assai più frequente, più sottile e, proprio per questo, più difficile da riconoscere: ossia – nella mia definizione – il “trauma educativo”, cioè la sofferenza prodotta da pratiche educative considerate del tutto normali dalla cultura che le genera.

Il problema non è soltanto clinico. È antropologico.

Per comprendere cosa sia il trauma educativo bisogna infatti partire dalla neotenia, la caratteristica psicobiologica che distingue radicalmente la nostra specie da tutte le altre.
La neotenia: ciò che rende unico il bambino umano
Poche teorie psicologiche si sono poste il problema della differenza radicale fra l’infanzia umana e quella animale. Per quanto fondamentale sia stato negli anni Cinquanta e oltre l’approccio etologico di Harry Harlow e John Bowlby, oggi siamo in grado di vedere più lontano. Possiamo infatti osservare non solo l’uguaglianza fra i mammiferi e l’uomo per quanto attiene al Sistema di attaccamento, ma ci siamo anche resi conto di quanto la dipendenza infantile umana sia diversa da quella di qualunque altro animale.
Solo il piccolo d’uomo nasce prematuro, cioè col corpo inetto e senza alcun istinto che lo supporti nelle prime fasi della vita. Solo il piccolo d’uomo, a causa della sua inermità, vive in simbiosi con la madre per almeno un anno dopo la nascita e resta dipendente dagli adulti oltre l’adolescenza, cioè fino a 16-18 di vita. Solo il giovane della specie Homo sapiens ha un cervello plastico che conclude la sua maturazione intorno ai 22-25 anni di vita. Questa differenza radicale fra il bambino umano e il. cucciolo di qualunque altra specie vivente va sotto il nome di neotenia.
Io e Luigi Anepeta siamo stati fra i primi, almeno in Italia, a introdurla diffusamente in ambito psicologico, fino a porla al centro della nostra riflessione su psicologia, psicopatologia, sociologia e antropologia. Abbiamo cominciato a pubblicare le nostre riflessioni già dal 2007. Dal 2020 in poi, io ne sto facendo un’analisi sistematica (vedi i libri: “Il dramma delle persone sensibili”, “La lingua perduta dell’amore”, “Persone sensibili in terapia”). Il fenomeno, noto ai biologi evoluzionisti, era quasi del tutto ignoto agli psicologi.
Il termine indica il fatto che l'essere umano nasce biologicamente incompleto. A differenza della quasi totalità dei mammiferi, il piccolo d'uomo viene al mondo con un cervello ancora largamente immaturo, con una dotazione istintuale molto ridotta e con una straordinaria plasticità neurobiologica.
Questa caratteristica era stata intuita da autori come Louis Bolk e successivamente approfondita da biologi evoluzionisti quali Adolf Portman e Stephen Jay Gould e da filosofi come Arnold Gehlen.
Il bambino dipende dagli adulti non solo per il nutrimento e la protezione. Dipende da loro anche per organizzare il significato della realtà. È questo il punto decisivo. Nella lunga fase educativa, il bambino attiva processi di imitazione, emulazione e identificazione che presiedono al suo adattamento alle “regole del mondo adulto”. Dunque, non solo dipende dall’adulto per la soddisfazione dei suoi bisogni materiali e per la regolazione emotiva, ma anche per l’apprendimento delle mediazioni sociali (prima fra tutte il linguaggio) e per l’organizzazione della sua personale “visione del mondo”.
È durante questa lunghissima fase di dipendenza, accudimento e apprendimento che bambino e adolescente possono incorrere in quello che io chiamo “trauma educativo”. Il cervello umano continua la propria maturazione fino ai 22-25 anni circa. Durante tutto questo lungo periodo la persona umana è in formazione e non si limita a crescere biologicamente, ma costruisce attivamente il proprio modo di percepire il mondo.

Oltre la teoria dell'attaccamento

Gli studi di Harry Harlow e John Bowlby hanno dimostrato quanto il bisogno di attaccamento sia un sistema motivazionale primario e non una semplice conseguenza della soddisfazione della fame. Oggi sappiamo che il bambino non ricerca soltanto una figura di attaccamento. Egli costruisce, attraverso quella relazione, l'intera architettura della propria mente.
Il lungo periodo neotenico consente la coesistenza di più generazioni, con l’effetto che se da un lao il bambino e l’adolescente apprendono ogni aspetto della vita sociale, dall’altro l’adulto è indotto a prendersi cura del minore e a farsene carico moralmente. Non solo la madre, non solo la coppia dei genitori, ma l’intero gruppo tribale. L’essere umano è dunque predisposto a porsi in relazione con l’intera società. L’effetto è che ogni educazione non è mai soltanto trasmissione di regole, ma sempre anche trasmissione di una intera visione del mondo; una visione del mondo fatta di un certo modo di sentire, vedere, sperimentare e predire la vita.
Fra adulti e bambino scorrono le emozioni che è lecito provare, i desideri che è consentito avere, le paure considerate accettabili, le qualità premiate, le caratteristiche da reprimere. In altre parole, il bambino interiorizza dei “codici mentali”.

Il trauma invisibile

Nella letteratura psicologica contemporanea si è tornato a parlare con insistenza, da almeno trent’anni, di psicopatologia da trauma. Sulla base di una rivisitazione dei testi di autori coraggiosi come Sàndor Ferenczi, Masud Khan e Alice Miller (tutti vittime dell’establishment psicoanalitico), autori innovativi come John Bowlby, Giovanni Liotti, Bessel van der Kolk, Judith Hermann, Allan Schore, Onno van der Hart, Gabor Matè, Clara Mucci e molti altri, hanno spostato l’attenzione clinica dalla dimensione intrapsichica a quella interpersonale traumatica.
Il cambio di prospettiva è stato fondamentale. Oggi, grazie a loro, abbiamo una visione più minuziosa e dettagliata degli eventi traumatici individuali e transgenerazionali e del passaggio dalla salute alla psicopatologia. Ovviamente, non si può non essere d’accordo con questa impostazione, che riporta in luce un dato di fatto enorme, che era stato rimosso dall’esperienza clinica. Si tratta dunque di una conquista di grande importanza.
Il cambio di scena è stato tuttavia guidato dalla falsariga del Disturbo da stress post-traumatico, quindi enfatizzando l’occasionalità del trauma: le guerre per gli adulti e per i bambini i maltrattamenti violenti e gli abusi sessuali.
Il trauma educativo che io descrivo è diverso. Non coincide con un singolo episodio. È l'effetto di migliaia di microesperienze quotidiane. La sua struttura non implica la semplice trasmissione di uno schema di violenza, bensì un’intera visone del mondo, considerata dalla società ospite come naturale.
Il bambino impara progressivamente che alcune parti di sé non sono compatibili con il mondo nel quale vive. Non viene picchiato. Non viene abusato. Viene reso oggetto di infinite comunicazioni prescrittive e proscrittive. Infine, comprende che, per essere amato o anche semplicemente accettato, dovrà smettere di essere ciò che spontaneamente è per diventare qualcos’altro, qualcosa che pianifica la sua alienazione futura.
È questa la violenza invisibile della normalità.

Quando la normalità diventa patologica

La mia teoria aggiunge, dunque, qualcosa, di fondamentale.
Prendendo molto sul serio l’analisi sociopsicologica di autori come Wilhelm Reich, Eric Fromm, Ronald D. Laing, e di storici e filosofi come Theodore Adorno, Philippe Ariès, Michel Foucault, Christopher Lasch, nonché il concetto di “pedagogia nera” descritto da Alice Miller, ho analizzato i codici mentali sulla base dei quali l’umanità viene educata. E ho scoperto che i traumi ai quali i bambini sono maggiormente esposti sono invisibili, perché sono “normalizzati” all’interno delle pratiche educative correnti, considerate appunto “normali”.
Il bambino che viene educato, sin da piccolissimo, a contenere le sue esigenze vitali (che fino a pochi decenni fa venivano considerate, “pulsioni” e “istinti animali”, e dalla religione come “tendenze al vizio e al peccato”) subisce un trauma invisibile fintanto che il ricercatore e il clinico condividono il sistema educativo che stanno esaminando. Lo stesso accade oggi quando il bambino esprime vulnerabilità, assenza di competizione, bisogno di introversione e sensibilità empatica, in un conteso valoriale educativo in cui si predilige l’opposto: la delega accuditiva precocissima, la socialità intensiva, l’aggressività competitiva, l’estroversione ecc.
Lo studio dei codici mentali consente di spiegare almeno due punti sui quali la psicopatologia contemporanea si è arenata.
Il primo punto è il misterioso passaggio dalle psicopatologie della colpa e del controllo a quelle attuali incentrate sulla vergogna e sul desiderio narcisistico illimitato. L’analisi di questo passaggio epocale necessita l’osservazione delle coordinate sociali e valoriali entro le quali le personalità si sviluppano. Rendendo obsoleta l’ipotesi psicoanalitica di una “perdita di valori” e di una “evaporazione del padre”, l’osservazione dei sistemi di valori attuali mostra la presenza di una autorità che incita al piacere illimitato (come per primo aveva segnalato Michel Foucault). Se vogliamo seguire la suggestiva espressione lacaniana, dovremmo precisare che oggi non c’è “evaporazione del padre”, bensì la trasformazione del padre – o meglio: del codice normativo – da diffidente e repressivo a incentivante e perversivo.
Il secondo punto che l’analisi dei codici mentali consente di chiarire è come possa esistere psicopatologia da stress in assenza di traumi manifesti. Senza dover per forza colpevolizzare i genitori, la responsabilità può agevolmente essere individuata in codici mentali innaturali, di cui i genitori sono il più delle volte inconsapevoli o semiconsapevoli replicatori.

Dal trauma della colpa al trauma della vergogna

L'analisi dei codici culturali consente di comprendere l'evoluzione storica della psicopatologia. Nelle società fortemente autoritarie predominavano i disturbi fondati sulla colpa. L’individuo temeva di trasgredire la legge morale. La pedagogia nera di quelle epoche consisteva in diffidenza verso l’animalità dell’uomo e nella repressione punitiva di ogni suo indizio di vitalità, ribellione, autonomia.
Nelle società contemporanee prevalgono invece disturbi fondati sulla vergogna, sull'inadeguatezza, sul senso di vuoto e sul bisogno incessante di conferma narcisistica. In sostanza: i codici attuali sono anestetici e narcisistici, incitano al desiderio illimitato, all’egocentrismo e alla prevaricazione. Quindi puniscono con la vergogna il senso di impotenza, di limite, di necessità relazionale.
Non è cambiata la natura umana. Sono cambiati i codici educativi.
In questo senso farei una correzione alla teoria di Alice Miller: la pedagogia nera non è solo quella che punisce e mortifica; è anche quella che incentiva e fomenta il godimento insensibile e l’indifferenza morale. In questo senso, pedagogia nera è qualunque codice educativo che aliena e coarta la personalità infantile e adolescenziale costringendola in direzioni innaturali.
Ogni epoca considera naturali pratiche che, viste storicamente, appaiono profondamente artificiali. Per secoli si è ritenuto normale educare attraverso punizioni corporali. Era normale fasciare rigidamente i neonati. Era normale separare precocemente madre e figlio. Era normale considerare il pianto un vizio. Era normale pretendere obbedienza assoluta.
Oggi molte di queste pratiche ci appaiono crudeli. Quindi gli psicologi le individuano con estrema facilità.
Ma anche il nostro tempo possiede le proprie normalità invisibili. Tra queste possiamo citare:
la separazione precoce tra madre e bambino;
la delega accuditiva nei primi mesi di vita;
la richiesta di autonomia emotiva anticipata;
la valorizzazione della competizione come principio educativo;
la socializzazione intensiva di bambini ancora immaturi;
la trasformazione dell'infanzia in una continua e ossessiva preparazione alla prestazione adulta;
la scoperta obbligata della sessualità in età adolescenziale;
l’esperienza sessuale giovanile aperta e non vincolata da sentimenti;
il godimento obbligato di esperienze sessuali libere;
l’affermazione dei diritti dell’Io contro quelli dell’altro;
il diritto inalienabile dell’Io al godimento assoluto.
Queste pratiche vengono raramente percepite come traumatiche proprio perché appartengono alla normalità culturale. Ma lo sono perché violano il vincolo naturale di empatia e di appartenenza.
Genitori responsabili, ma non colpevoli

Il concetto di trauma educativo ha anche un'importante conseguenza clinica.
Evita una delle semplificazioni più diffuse della psicologia contemporanea: attribuire ogni sofferenza infantile alla psicopatologia o alla delinquenza morale dei genitori.
Nella grande maggioranza dei casi i genitori non sono né malati, né pervertiti né persecutori. Sono figli dello stesso sistema educativo che insegnano ai loro figli. Trasmettono inconsapevolmente valori che hanno interiorizzato come naturali.
La madre che anticipa l'autonomia del figlio allontanandolo da sé e socializzandolo a pochi mesi di vita spesso lo fa credendo sinceramente di aiutarlo. Il padre che misura la forza caratteriale del figlio e enfatizza la competizione pensa di prepararlo alla vita. L'insegnante che premia esclusivamente il rendimento ritiene di svolgere bene il proprio lavoro. Nessuno di loro agisce necessariamente con cattive intenzioni. È il codice educativo che opera attraverso di loro.
Per questo la mia teoria, la Psicologia dialettica, analizza in dettaglio, assieme alla personalità dei genitori e agli eventi transgenerazionali della genealogia, anche i sistemi di valori storici e i codici mentali psicologici in cui gli individui hanno vissuto e vivono. I codici mentali sono spesso molto sottili: non si avvalgono solo di azioni pedagogiche esplicite; adoperano infinite e sottili co-esperienze esistenziali. In sintesi, il codice mentale non trasmette soltanto regole; trasmette un'organizzazione percettiva del mondo. Il bambino non eredita solo ciò che deve fare, ma innanzitutto ciò che deve sentire, percepire, esperire, vedere. Il genitore trasmette un’intera ideologia della vita, quindi non interagisce solo con le sue azioni educative dirette, ma anche con il suo stesso modo di esistere nel mondo.
Dal punto di vista della Psicologia dialettica, la personalità non si sviluppa nel vuoto, ma dentro sistemi storici di valori. Per questo la psicopatologia cambia insieme alla società. Sottoposto a un certo regime valoriale costante, estraneo alla sua natura, il bambino ricava traumi educativi in grado di produrre patologia quanto i traumi occasionali da violenza esplicita.
Il concetto di trauma educativo che ho proposto negli anni ci consente così di capire l’universalità della psicopatologia e di evitare il rischio di cercare traumi violenti anche laddove non ci sono.
Dico che si tratta di traumi invisibili perché non solo i genitori ma spesso anche il ricercatore e lo psicologo rischiano di non vederli, se condividono i valori della società in cui avvengono.

Ripensare la psicoterapia

Se il disagio nasce anche dall'interiorizzazione di codici culturali incompatibili con la natura psicobiologica del bambino, allora anche la psicoterapia deve cambiare prospettiva.
Non basta individuare il trauma manifesto. Occorre interrogarsi sul modo in cui una determinata società definisce la normalità. Ciò è particolarmente evidente nel caso di bambini sensibili e plusdotati. Molti pazienti non sono stati vittime di violenze evidenti. Sono stati educati con dedizione, talvolta persino con amore. Ma secondo criteri profondamente incompatibili con la loro struttura emotiva e intellettiva. Hanno imparato a reprimere la sensibilità, l'introversione, la cooperazione, la vulnerabilità o, al contrario, il bisogno di autonomia e di individuazione.
La loro sofferenza nasce dall'adattamento, non dalla ribellione. Nasce dal trauma inflitto da un’intera epoca storica e un’intera organizzazione sociale (sia pure nella mediazione non sempre ottimale della famiglia), non da abusi sessuali o violenze fisiche. Nasce da un abuso morale costante e invisibile, non da abusi fisici eclatanti, che lo psicologo può individuare con facilità.
Il concetto di trauma educativo non sostituisce la teoria del trauma relazionale. La amplia. Ci ricorda che una società può produrre sofferenza anche quando nessuno esercita una violenza diretta e intenzionale. Può farlo semplicemente definendo "normale" ciò che è incompatibile con la struttura evolutiva dell’essere umano.
La vera domanda della psicoterapia, non è allora soltanto quella che chiede quali traumi un bambino abbia subito. È un'altra. A quale idea innaturale e traumatica di essere umano quel bambino è stato educato?
Perché è proprio nell'incontro – o nello scontro – tra la natura psicobiologica del bambino e i codici culturali della sua epoca che si gioca una parte decisiva del suo destino psicologico.

Visit ail mio sito:
https://www.nicolaghezzani.it

BIBLIOGRAFIA DELL’AUTORE
Ghezzani N., Il dramma delle persone sensibili, FrancoAngeli Milano 2021.
Ghezzani N., La lingua perduta dell’amore, FrancoAngeli Milano 2023.
Ghezzani N., Persone sensibili in terapia, FrancoAngeli Milano 2024.
Ghezzani N., Ipocondria, FrancoAngeli Milano 2025.

LA VITA TRAGICA DEL NARCISISTA (E DI CHI LO INCONTRA) Fragilità, vergogna e slittamenti strutturali nella psicopatologia...
11/06/2026

LA VITA TRAGICA DEL NARCISISTA (E DI CHI LO INCONTRA)

Fragilità, vergogna e slittamenti strutturali nella psicopatologia contemporanea

Il narcisismo è sempre patologico

Negli ultimi anni il termine narcisista è entrato nel linguaggio quotidiano.
Non c’è quasi divorzio, separazione sentimentale, amicizia tossica o conflitto familiare in cui uno dei protagonisti non venga etichettato come “narcisista”. Sui social, nei talk show e nei manuali divulgativi, il narcisismo è diventato una sorta di categoria morale universale: il manipolatore, il freddo seduttore, il predatore affettivo. C’è chi si avventura, persino fra gli psicoterapeuti, a stilare diagnosi di “narcisismo come malattia genetica”, che sono condanne morali mascherate da pseudoscienza.
Eppure, dal punto di vista clinico, le cose sono più complesse.
Nella mia prospettiva teorica — la Psicologia dialettica — non utilizzo mai l’espressione “narcisismo sano”. Quando incontro nella persona un senso positivo di sé, parlo di “autostima positiva”, oppure di “impulso allo sviluppo”. Il narcisismo, invece, lo considero sempre una struttura psicopatologica difensiva.
Del resto, già il mito greco lo suggeriva chiaramente. Narciso non è soltanto un giovane che ama troppo se stesso: è un ragazzo incapace di amare gli altri, terrorizzato dalla relazione affettiva, chiuso in una contemplazione sterile della propria immagine. Infine, lascia morire la ninfa Eco che aveva riposto in lui la speranza di guarire dal proprio dolore.
Il mito, dunque, non descrive un semplice eccesso di autostima, ma un preciso e distinto disturbo della relazione.

Quanto è frequente il narcisismo? Quindi quanto è statisticamente possibile che il partner o l'ex partner abbiano questo disturbo?

Ebbene io penso che la frequenza possa essere molto alta e spiego il perché.
Facciamo chiarezza. Il narcisismo clinico, in sintesi, implica una struttura difensiva piuttosto rigida.
I manuali diagnostici internazionali e le opere di psicopatologia scientifica descrivono il Disturbo Narcisistico di Personalità (NPD) attraverso criteri piuttosto precisi:
• Sentimento di umiliazione latente.
• Vergogna intollerabile.
• Profonda e costante fragilità del Sé.
• Identità mimetica (falso Sé).
• grandiosità compensatoria.
• Bisogno di ammirazione come regolatore emotivo.
• Relazioni strumentali.
• Difetto di empatia.
Statisticamente, il disturbo “puro” sembrerebbe riguardare circa il 2% della popolazione.
Ma allora perché così tante persone hanno realmente l’impressione di aver incontrato, amato o subito personalità narcisistiche?
La risposta, a mio avviso, è che il narcisismo raramente resta puro. Nella vita reale tende a slittare, a evolvere fondendosi con altre strutture psicopatologiche.

La vergogna al centro del problema

Alla base del narcisismo clinico non c’è la superbia, come comunemente si crede, ma la vergogna.
Una vergogna antica, spesso nata in relazioni umilianti:
• genitori svalutanti;
• confronti continui;
• amore condizionato alla prestazione;
• disprezzo implicito della vulnerabilità;
• traumi relazionali precoci.
Il soggetto, per non identificarsi mai più con la vittima che è stato, sviluppa allora un falso Sé adattivo: brillante, seduttivo, controllato, performante; oppure egoista, malevolo, opportunista, segretamente sadico. Ma sotto questa superficie difensiva resta un nucleo profondamente fragile.
Heinz Kohut aveva già intuito qualcosa di essenziale: il Sé narcisistico vive grazie a continui “rifornimenti” esterni di conferma. Oppure, come ha suggerito Otto Kernberg, è animato da incoercibili pulsioni aggressive. La mia differenza rispetto a Kernberg sta nella mia convinzione che le pulsioni aggressive non siano innate (non esiste una “Razza di Caino”), bensì prodotte dalla storia soggettiva e sociale.
La Psicologia dialettica suggerisce un’osservazione decisiva: dietro questo bisogno di conferma agisce un Super-Io denigratorio, che minaccia costantemente il soggetto di umiliazione e collasso.
Il narcisista non si sente superiore: teme disperatamente di sentirsi inferiore.
È facile – e frequente – che il sentimento di umiliazione, che poggia su antichi traumi relazionali e ha strutturato il Super-io iper-critico e denigratorio, venga slatentizzato da episodi anche banali di fallimento relazionale, sentimentale, economico, professionale, sociale ecc. Si riattiva allora la vergogna intollerabile, l’Io rischia il collasso (si tenga presente che un grave collasso depressivo può portare al suicidio), quindi effettui quello che io definisco uno “slittamento strutturale”: l’Io fa un salto di qualità e scivola in direzione di altri disturbi.

Lo slittamento strutturale

Lo slittamento strutturale è uno dei concetti fondamentali della mia teoria: le entità nosografiche (le etichette diagnostiche) non sono discontinue, non sono delimitabili: fanno parte di un continuum strutturale, organizzato da attrattori.
Quando la vergogna viene riattivata da:
• fallimenti sentimentali,
• umiliazioni sociali,
• crisi economiche,
• abbandoni,
• perdita di prestigio,
l’equilibrio difensivo narcisistico rischia di crollare. E allora l’Io radicalizza le proprie difese.
Nella Psicologia dialettica chiamo Io antitetico quella parte oppositiva della personalità che, spostando l’Io dalla sua traiettoria originaria naturale, lo indirizza verso la rabbia, il risentimento, la protesta, l’opposizione nei confronti dell’umiliazione e della sopraffazione.
Se la sofferenza supera una soglia critica, l’Io antitetico può estremizzarsi.
Il narcisismo allora slitta:
• verso il disturbo borderline, diventando aggressivo e riparativo, quindi abbandonico e fusionale allo stesso tempo;
• verso il sadismo, trasformando la vulnerabilità altrui in oggetto di aggressione, persecuzione e controllo;
• oppure, più raramente, verso la psicopatia antisociale, dove, nonostante i crimini morali, il sentimento di colpa viene quasi completamente anestetizzato.
Ecco perché il fenomeno appare molto più frequente del 2%. Non perché tutti siano narcisisti “puri”, ma perché molte personalità disturbate presentano difese narcisistiche fuse con altre strutture.
Se consideriamo questi slittamenti, la percentuale reale di personalità pericolose su un piano relazionale sale al 5-6% della popolazione. Vale a dire: circa una persona ogni venti.

Il ruolo della cultura contemporanea

Come ogni altra struttura psicopatologica, il narcisismo non nasce nel vuoto. Nasce dalle relazioni primarie e dalla storia sociale.
La cultura contemporanea premia:
• autosufficienza emotiva;
• cinismo relazionale;
• seduzione competitiva;
• sfruttamento affettivo;
• anestesia della pietas.
L’individualismo neoliberale valorizza implicitamente il mito della forza invulnerabile. Tutti i giudizi sociali impliciti vanno in questa direzione. Tutti i miti della cultura di massa vanno in questa direzione. Il soggetto fragile, empatico, dipendente, viene quindi percepito come debole. E di fatto lo è: può essere manipolato, sfruttato, scartato, eliminato. Questi valori sociali non restano senza conseguenze. Una personalità già ferita nella sua storia personale e incline alla dissociazione emotiva trova conferma culturale nella propria difesa.
Erich Fromm parlava della “patologia della normalità”: una società può rendere normali assetti profondamente disfunzionali. Christopher Lasch descriveva la nascita di un “Io minimo”, fragile e narcisistco, costretto a sopravvivere attraverso l’immagine sociale. La Psicologia dialettica aggiunge che il sistema culturale contemporaneo non solo tollera queste strutture, ma spesso le premia sul piano pratico e simbolico.
Non si tratta solo di “cultura” di intrattenimento: cinema, romanzi e siti internet, che valorizzano l’acrobata dei sentimenti, il cinico individualista, il leader spietato, il ricco egoista, la star dello spettacolo, il campione sportivo vincente, il guerriero psicopatico, il criminale senza scrupoli. Si tratta di un sistema di valori che ha profondamente pervaso la mentalità contemporanea e la mente di ciascuno, gli eventi della vita vengono letti nella sua ottica, con l’effetto di essere veicolato di genitore in figlio, attraverso l’eredità transgenerazionale.

Una vignetta clinica: Andrea

Andrea ha quarantadue anni, dirige un’azienda, è brillante, colto, molto seduttivo. Arriva in terapia dopo che la compagna lo ha lasciato dicendogli: «Basta Andrea! Sei troppo egoista. Non mi sento amata. Mi sento usata.»
Lui inizialmente è indignato: «Le ho dato tutto. Viaggi, sicurezza, attenzioni.» Ma durante le sedute emerge qualcosa di diverso. Ogni volta che la compagna mostrava fragilità, bisogno o richiesta affettiva, Andrea si irrigidiva. La viveva come un tentativo di manipolazione e controllo.
Dietro questa reazione compare lentamente la storia infantile: una madre depressa e intrusiva, un padre umiliante e competitivo. Da bambino Andrea aveva imparato che amare significava essere inghiottiti o svalutati. Il suo narcisismo non era un eccesso pulsionale, non era una grandiosità fine a se stessa; era anestesia difensiva.
Quando la partner lo criticava, però, la vergogna e il sentimento di umiliazione riemergeva violentemente. In quei momenti Andrea slittava:
• diventava aggressivo,
• svalutava,
• manipolava,
• oppure sprofondava in stati depressivi vicini al collasso.

Il narcisismo è curabile?

Sì, il narcisismo è curabile, molto più di quanto si creda.
Il problema non è la “malvagità” del narcisista, che non ha una base naturale, ma la rigidità delle sue difese.
Ma non di rado il narcisista viene in terapia sotto l’impatto di una fase depressiva, mascherata dalla rabbia o dalla frustrazione. La sua sofferenza è autentica, bisogna scrostare la superficie. Allora sarà in grado pian piano di ammettere che:
• sente il vuoto,
• riconosce il fallimento relazionale,
• avverte il proprio isolamento,
Può infine stabilire col terapeuta un buon transfert (una buona “alleanza terapeutica”) e la psicoterapia diventa allora trasformativa.
La terapia lavora soprattutto su:
1. vergogna profonda;
2. paura della dipendenza;
3. anestesia emotiva;
4. falso Sé performativo;
5. riattivazione dell’empatia.
Nella Psicoterapia dialettica il compito non è distruggere le difese, ma comprenderne la funzione cibernetica: il narcisismo protegge il soggetto da un dolore percepito come catastrofico.

Quando il narcisismo è (quasi) incurabile

Esistono però situazioni molto difficili. Il narcisismo tende a essere scarsamente trattabile quando:
• è completamente egosintonico;
• produce vantaggi relazionali, sociali ed economici;
• protegge da un crollo depressivo o psicotico.
In questi casi il soggetto non percepisce la propria struttura di personalità come un problema, ma come la soluzione.
La freddezza relazionale diventa:
• successo;
• potere;
• controllo;
• immunità dal dolore.
Oppure rappresenta una diga contro un abisso interno:
• depressione grave,
• frammentazione del Sé,
• angosce psicotiche.
Qui il rischio terapeutico è enorme: se si smontano troppo rapidamente le difese narcisistiche, il soggetto può collassare e andare incontro a crisi depressive gravi e idee deliranti. Talvolta si tratta di depressioni suicidarle, che rivelano il lato tragico della vita del narcisista. Il momento del crollo, è il più fecondo perché il senso di colpa che si fa strada non sia meramente distruttivo (rilanciando così lai sfida maniacale) ma utile al cambiamento.
Per questo la psicoterapia deve procedere con gradualità, rispettando la funzione protettiva della struttura.

Conclusione: oltre la demonizzazione

Il narcisismo contemporaneo non va banalizzato né moralizzato.
Dietro il cinismo, la manipolazione e la freddezza esiste quasi sempre:
• una storia di umiliazione;
• una paura devastante della dipendenza;
• una vergogna intollerabile;
• un attacco ai legami nato come difesa.
Comprendere questo non significa giustificare i comportamenti distruttivi. Significa però evitare la caricatura moralistica del “mostro narcisista”. Il narcisismo è una tragedia relazionale prima ancora che una colpa morale. Ed è anche uno dei grandi sintomi culturali del nostro tempo: una società che insegna a vincere, non a dipendere; a controllare, non a sentire; a sedurre, non ad amare.

Tutto questo sul mio libro RELAZIONI CRUDELI, qui:
https://www.amazon.it/Relazioni-crudeli-Narcisismo-dipendenza-affettiva/dp/8891781533/ref=tmm_pap_swatch_0

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