30/07/2026
IL BAMBINO SENSIBILE E IL TRAUMA EDUCATIVO
Negli ultimi quarant'anni la psicoterapia ha conosciuto una trasformazione profonda. Dopo decenni in cui il disagio psichico veniva interpretato prevalentemente come il prodotto di conflitti intrapsichici, fantasie inconsce e vulnerabilità genetiche individuali, l'attenzione si è progressivamente spostata sulle esperienze relazionali traumatiche. Questo cambiamento ha rappresentato uno dei più importanti avanzamenti della psicologia clinica contemporanea.
Eppure, a mio avviso, manca ancora un tassello fondamentale. Gran parte della psicoterapia moderna continua a cercare il trauma soprattutto negli eventi eccezionali – la guerra, l'abuso sessuale, il maltrattamento, la negligenza grave, l'abbandono – mentre trascura una forma di trauma assai più frequente, più sottile e, proprio per questo, più difficile da riconoscere: ossia – nella mia definizione – il “trauma educativo”, cioè la sofferenza prodotta da pratiche educative considerate del tutto normali dalla cultura che le genera.
Il problema non è soltanto clinico. È antropologico.
Per comprendere cosa sia il trauma educativo bisogna infatti partire dalla neotenia, la caratteristica psicobiologica che distingue radicalmente la nostra specie da tutte le altre.
La neotenia: ciò che rende unico il bambino umano
Poche teorie psicologiche si sono poste il problema della differenza radicale fra l’infanzia umana e quella animale. Per quanto fondamentale sia stato negli anni Cinquanta e oltre l’approccio etologico di Harry Harlow e John Bowlby, oggi siamo in grado di vedere più lontano. Possiamo infatti osservare non solo l’uguaglianza fra i mammiferi e l’uomo per quanto attiene al Sistema di attaccamento, ma ci siamo anche resi conto di quanto la dipendenza infantile umana sia diversa da quella di qualunque altro animale.
Solo il piccolo d’uomo nasce prematuro, cioè col corpo inetto e senza alcun istinto che lo supporti nelle prime fasi della vita. Solo il piccolo d’uomo, a causa della sua inermità, vive in simbiosi con la madre per almeno un anno dopo la nascita e resta dipendente dagli adulti oltre l’adolescenza, cioè fino a 16-18 di vita. Solo il giovane della specie Homo sapiens ha un cervello plastico che conclude la sua maturazione intorno ai 22-25 anni di vita. Questa differenza radicale fra il bambino umano e il. cucciolo di qualunque altra specie vivente va sotto il nome di neotenia.
Io e Luigi Anepeta siamo stati fra i primi, almeno in Italia, a introdurla diffusamente in ambito psicologico, fino a porla al centro della nostra riflessione su psicologia, psicopatologia, sociologia e antropologia. Abbiamo cominciato a pubblicare le nostre riflessioni già dal 2007. Dal 2020 in poi, io ne sto facendo un’analisi sistematica (vedi i libri: “Il dramma delle persone sensibili”, “La lingua perduta dell’amore”, “Persone sensibili in terapia”). Il fenomeno, noto ai biologi evoluzionisti, era quasi del tutto ignoto agli psicologi.
Il termine indica il fatto che l'essere umano nasce biologicamente incompleto. A differenza della quasi totalità dei mammiferi, il piccolo d'uomo viene al mondo con un cervello ancora largamente immaturo, con una dotazione istintuale molto ridotta e con una straordinaria plasticità neurobiologica.
Questa caratteristica era stata intuita da autori come Louis Bolk e successivamente approfondita da biologi evoluzionisti quali Adolf Portman e Stephen Jay Gould e da filosofi come Arnold Gehlen.
Il bambino dipende dagli adulti non solo per il nutrimento e la protezione. Dipende da loro anche per organizzare il significato della realtà. È questo il punto decisivo. Nella lunga fase educativa, il bambino attiva processi di imitazione, emulazione e identificazione che presiedono al suo adattamento alle “regole del mondo adulto”. Dunque, non solo dipende dall’adulto per la soddisfazione dei suoi bisogni materiali e per la regolazione emotiva, ma anche per l’apprendimento delle mediazioni sociali (prima fra tutte il linguaggio) e per l’organizzazione della sua personale “visione del mondo”.
È durante questa lunghissima fase di dipendenza, accudimento e apprendimento che bambino e adolescente possono incorrere in quello che io chiamo “trauma educativo”. Il cervello umano continua la propria maturazione fino ai 22-25 anni circa. Durante tutto questo lungo periodo la persona umana è in formazione e non si limita a crescere biologicamente, ma costruisce attivamente il proprio modo di percepire il mondo.
Oltre la teoria dell'attaccamento
Gli studi di Harry Harlow e John Bowlby hanno dimostrato quanto il bisogno di attaccamento sia un sistema motivazionale primario e non una semplice conseguenza della soddisfazione della fame. Oggi sappiamo che il bambino non ricerca soltanto una figura di attaccamento. Egli costruisce, attraverso quella relazione, l'intera architettura della propria mente.
Il lungo periodo neotenico consente la coesistenza di più generazioni, con l’effetto che se da un lao il bambino e l’adolescente apprendono ogni aspetto della vita sociale, dall’altro l’adulto è indotto a prendersi cura del minore e a farsene carico moralmente. Non solo la madre, non solo la coppia dei genitori, ma l’intero gruppo tribale. L’essere umano è dunque predisposto a porsi in relazione con l’intera società. L’effetto è che ogni educazione non è mai soltanto trasmissione di regole, ma sempre anche trasmissione di una intera visione del mondo; una visione del mondo fatta di un certo modo di sentire, vedere, sperimentare e predire la vita.
Fra adulti e bambino scorrono le emozioni che è lecito provare, i desideri che è consentito avere, le paure considerate accettabili, le qualità premiate, le caratteristiche da reprimere. In altre parole, il bambino interiorizza dei “codici mentali”.
Il trauma invisibile
Nella letteratura psicologica contemporanea si è tornato a parlare con insistenza, da almeno trent’anni, di psicopatologia da trauma. Sulla base di una rivisitazione dei testi di autori coraggiosi come Sàndor Ferenczi, Masud Khan e Alice Miller (tutti vittime dell’establishment psicoanalitico), autori innovativi come John Bowlby, Giovanni Liotti, Bessel van der Kolk, Judith Hermann, Allan Schore, Onno van der Hart, Gabor Matè, Clara Mucci e molti altri, hanno spostato l’attenzione clinica dalla dimensione intrapsichica a quella interpersonale traumatica.
Il cambio di prospettiva è stato fondamentale. Oggi, grazie a loro, abbiamo una visione più minuziosa e dettagliata degli eventi traumatici individuali e transgenerazionali e del passaggio dalla salute alla psicopatologia. Ovviamente, non si può non essere d’accordo con questa impostazione, che riporta in luce un dato di fatto enorme, che era stato rimosso dall’esperienza clinica. Si tratta dunque di una conquista di grande importanza.
Il cambio di scena è stato tuttavia guidato dalla falsariga del Disturbo da stress post-traumatico, quindi enfatizzando l’occasionalità del trauma: le guerre per gli adulti e per i bambini i maltrattamenti violenti e gli abusi sessuali.
Il trauma educativo che io descrivo è diverso. Non coincide con un singolo episodio. È l'effetto di migliaia di microesperienze quotidiane. La sua struttura non implica la semplice trasmissione di uno schema di violenza, bensì un’intera visone del mondo, considerata dalla società ospite come naturale.
Il bambino impara progressivamente che alcune parti di sé non sono compatibili con il mondo nel quale vive. Non viene picchiato. Non viene abusato. Viene reso oggetto di infinite comunicazioni prescrittive e proscrittive. Infine, comprende che, per essere amato o anche semplicemente accettato, dovrà smettere di essere ciò che spontaneamente è per diventare qualcos’altro, qualcosa che pianifica la sua alienazione futura.
È questa la violenza invisibile della normalità.
Quando la normalità diventa patologica
La mia teoria aggiunge, dunque, qualcosa, di fondamentale.
Prendendo molto sul serio l’analisi sociopsicologica di autori come Wilhelm Reich, Eric Fromm, Ronald D. Laing, e di storici e filosofi come Theodore Adorno, Philippe Ariès, Michel Foucault, Christopher Lasch, nonché il concetto di “pedagogia nera” descritto da Alice Miller, ho analizzato i codici mentali sulla base dei quali l’umanità viene educata. E ho scoperto che i traumi ai quali i bambini sono maggiormente esposti sono invisibili, perché sono “normalizzati” all’interno delle pratiche educative correnti, considerate appunto “normali”.
Il bambino che viene educato, sin da piccolissimo, a contenere le sue esigenze vitali (che fino a pochi decenni fa venivano considerate, “pulsioni” e “istinti animali”, e dalla religione come “tendenze al vizio e al peccato”) subisce un trauma invisibile fintanto che il ricercatore e il clinico condividono il sistema educativo che stanno esaminando. Lo stesso accade oggi quando il bambino esprime vulnerabilità, assenza di competizione, bisogno di introversione e sensibilità empatica, in un conteso valoriale educativo in cui si predilige l’opposto: la delega accuditiva precocissima, la socialità intensiva, l’aggressività competitiva, l’estroversione ecc.
Lo studio dei codici mentali consente di spiegare almeno due punti sui quali la psicopatologia contemporanea si è arenata.
Il primo punto è il misterioso passaggio dalle psicopatologie della colpa e del controllo a quelle attuali incentrate sulla vergogna e sul desiderio narcisistico illimitato. L’analisi di questo passaggio epocale necessita l’osservazione delle coordinate sociali e valoriali entro le quali le personalità si sviluppano. Rendendo obsoleta l’ipotesi psicoanalitica di una “perdita di valori” e di una “evaporazione del padre”, l’osservazione dei sistemi di valori attuali mostra la presenza di una autorità che incita al piacere illimitato (come per primo aveva segnalato Michel Foucault). Se vogliamo seguire la suggestiva espressione lacaniana, dovremmo precisare che oggi non c’è “evaporazione del padre”, bensì la trasformazione del padre – o meglio: del codice normativo – da diffidente e repressivo a incentivante e perversivo.
Il secondo punto che l’analisi dei codici mentali consente di chiarire è come possa esistere psicopatologia da stress in assenza di traumi manifesti. Senza dover per forza colpevolizzare i genitori, la responsabilità può agevolmente essere individuata in codici mentali innaturali, di cui i genitori sono il più delle volte inconsapevoli o semiconsapevoli replicatori.
Dal trauma della colpa al trauma della vergogna
L'analisi dei codici culturali consente di comprendere l'evoluzione storica della psicopatologia. Nelle società fortemente autoritarie predominavano i disturbi fondati sulla colpa. L’individuo temeva di trasgredire la legge morale. La pedagogia nera di quelle epoche consisteva in diffidenza verso l’animalità dell’uomo e nella repressione punitiva di ogni suo indizio di vitalità, ribellione, autonomia.
Nelle società contemporanee prevalgono invece disturbi fondati sulla vergogna, sull'inadeguatezza, sul senso di vuoto e sul bisogno incessante di conferma narcisistica. In sostanza: i codici attuali sono anestetici e narcisistici, incitano al desiderio illimitato, all’egocentrismo e alla prevaricazione. Quindi puniscono con la vergogna il senso di impotenza, di limite, di necessità relazionale.
Non è cambiata la natura umana. Sono cambiati i codici educativi.
In questo senso farei una correzione alla teoria di Alice Miller: la pedagogia nera non è solo quella che punisce e mortifica; è anche quella che incentiva e fomenta il godimento insensibile e l’indifferenza morale. In questo senso, pedagogia nera è qualunque codice educativo che aliena e coarta la personalità infantile e adolescenziale costringendola in direzioni innaturali.
Ogni epoca considera naturali pratiche che, viste storicamente, appaiono profondamente artificiali. Per secoli si è ritenuto normale educare attraverso punizioni corporali. Era normale fasciare rigidamente i neonati. Era normale separare precocemente madre e figlio. Era normale considerare il pianto un vizio. Era normale pretendere obbedienza assoluta.
Oggi molte di queste pratiche ci appaiono crudeli. Quindi gli psicologi le individuano con estrema facilità.
Ma anche il nostro tempo possiede le proprie normalità invisibili. Tra queste possiamo citare:
la separazione precoce tra madre e bambino;
la delega accuditiva nei primi mesi di vita;
la richiesta di autonomia emotiva anticipata;
la valorizzazione della competizione come principio educativo;
la socializzazione intensiva di bambini ancora immaturi;
la trasformazione dell'infanzia in una continua e ossessiva preparazione alla prestazione adulta;
la scoperta obbligata della sessualità in età adolescenziale;
l’esperienza sessuale giovanile aperta e non vincolata da sentimenti;
il godimento obbligato di esperienze sessuali libere;
l’affermazione dei diritti dell’Io contro quelli dell’altro;
il diritto inalienabile dell’Io al godimento assoluto.
Queste pratiche vengono raramente percepite come traumatiche proprio perché appartengono alla normalità culturale. Ma lo sono perché violano il vincolo naturale di empatia e di appartenenza.
Genitori responsabili, ma non colpevoli
Il concetto di trauma educativo ha anche un'importante conseguenza clinica.
Evita una delle semplificazioni più diffuse della psicologia contemporanea: attribuire ogni sofferenza infantile alla psicopatologia o alla delinquenza morale dei genitori.
Nella grande maggioranza dei casi i genitori non sono né malati, né pervertiti né persecutori. Sono figli dello stesso sistema educativo che insegnano ai loro figli. Trasmettono inconsapevolmente valori che hanno interiorizzato come naturali.
La madre che anticipa l'autonomia del figlio allontanandolo da sé e socializzandolo a pochi mesi di vita spesso lo fa credendo sinceramente di aiutarlo. Il padre che misura la forza caratteriale del figlio e enfatizza la competizione pensa di prepararlo alla vita. L'insegnante che premia esclusivamente il rendimento ritiene di svolgere bene il proprio lavoro. Nessuno di loro agisce necessariamente con cattive intenzioni. È il codice educativo che opera attraverso di loro.
Per questo la mia teoria, la Psicologia dialettica, analizza in dettaglio, assieme alla personalità dei genitori e agli eventi transgenerazionali della genealogia, anche i sistemi di valori storici e i codici mentali psicologici in cui gli individui hanno vissuto e vivono. I codici mentali sono spesso molto sottili: non si avvalgono solo di azioni pedagogiche esplicite; adoperano infinite e sottili co-esperienze esistenziali. In sintesi, il codice mentale non trasmette soltanto regole; trasmette un'organizzazione percettiva del mondo. Il bambino non eredita solo ciò che deve fare, ma innanzitutto ciò che deve sentire, percepire, esperire, vedere. Il genitore trasmette un’intera ideologia della vita, quindi non interagisce solo con le sue azioni educative dirette, ma anche con il suo stesso modo di esistere nel mondo.
Dal punto di vista della Psicologia dialettica, la personalità non si sviluppa nel vuoto, ma dentro sistemi storici di valori. Per questo la psicopatologia cambia insieme alla società. Sottoposto a un certo regime valoriale costante, estraneo alla sua natura, il bambino ricava traumi educativi in grado di produrre patologia quanto i traumi occasionali da violenza esplicita.
Il concetto di trauma educativo che ho proposto negli anni ci consente così di capire l’universalità della psicopatologia e di evitare il rischio di cercare traumi violenti anche laddove non ci sono.
Dico che si tratta di traumi invisibili perché non solo i genitori ma spesso anche il ricercatore e lo psicologo rischiano di non vederli, se condividono i valori della società in cui avvengono.
Ripensare la psicoterapia
Se il disagio nasce anche dall'interiorizzazione di codici culturali incompatibili con la natura psicobiologica del bambino, allora anche la psicoterapia deve cambiare prospettiva.
Non basta individuare il trauma manifesto. Occorre interrogarsi sul modo in cui una determinata società definisce la normalità. Ciò è particolarmente evidente nel caso di bambini sensibili e plusdotati. Molti pazienti non sono stati vittime di violenze evidenti. Sono stati educati con dedizione, talvolta persino con amore. Ma secondo criteri profondamente incompatibili con la loro struttura emotiva e intellettiva. Hanno imparato a reprimere la sensibilità, l'introversione, la cooperazione, la vulnerabilità o, al contrario, il bisogno di autonomia e di individuazione.
La loro sofferenza nasce dall'adattamento, non dalla ribellione. Nasce dal trauma inflitto da un’intera epoca storica e un’intera organizzazione sociale (sia pure nella mediazione non sempre ottimale della famiglia), non da abusi sessuali o violenze fisiche. Nasce da un abuso morale costante e invisibile, non da abusi fisici eclatanti, che lo psicologo può individuare con facilità.
Il concetto di trauma educativo non sostituisce la teoria del trauma relazionale. La amplia. Ci ricorda che una società può produrre sofferenza anche quando nessuno esercita una violenza diretta e intenzionale. Può farlo semplicemente definendo "normale" ciò che è incompatibile con la struttura evolutiva dell’essere umano.
La vera domanda della psicoterapia, non è allora soltanto quella che chiede quali traumi un bambino abbia subito. È un'altra. A quale idea innaturale e traumatica di essere umano quel bambino è stato educato?
Perché è proprio nell'incontro – o nello scontro – tra la natura psicobiologica del bambino e i codici culturali della sua epoca che si gioca una parte decisiva del suo destino psicologico.
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https://www.nicolaghezzani.it
BIBLIOGRAFIA DELL’AUTORE
Ghezzani N., Il dramma delle persone sensibili, FrancoAngeli Milano 2021.
Ghezzani N., La lingua perduta dell’amore, FrancoAngeli Milano 2023.
Ghezzani N., Persone sensibili in terapia, FrancoAngeli Milano 2024.
Ghezzani N., Ipocondria, FrancoAngeli Milano 2025.