Dottoressa Maria Carmen Boselli - Psicologa

Dottoressa Maria Carmen Boselli - Psicologa -Diagnosi
- Consulenza
-Sostegno Psicologico

Psicologa online consultabile tramite: Skype, Zoom, Google Meet e Whatsapp.

Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n° 27717) Sono la Dott.ssa Maria Carmen Boselli, Psicologa con specializzazione in Psicoterapia in formazione. La decennale esperienza in ambito Pedagogico unita alla formazione Psicologica ha permesso di porre particolare attenzione agli aspetti legati a:
- Ansia
- Depressione
- Autostima
- Rabbia e Burnout
sia con Consulenze rivolte sia ad adulti (ambito professionale e/o personale) che ad adolescenti.

14/09/2026

Dalle sedute con i miei Pazienti, spesso emerge questo problema, il quale crea malessere psicologico intenso.

E SE IL PROBLEMA NON FOSSE AVERE PENSIERI NEGATIVI, MA CREDERCI?

La nostra mente produce continuamente pensieri. Alcuni sono utili, altri automatici, ripetitivi, intrusivi e preoccupanti.

E più cerchiamo di scacciarli, più possono tornare.

Non possiamo scegliere quali pensieri compariranno nella nostra mente.
Possiamo però imparare a scegliere come rapportarci ad essi.

Ecco 3 strategie psicologiche che possono aiutarci.

1️⃣ RIMUGINIO PROGRAMMATO o DIFFERITO

Invece di lasciare che le preoccupazioni occupino tutta la giornata, possiamo dedicare loro un momento preciso.

⏰ Ad esempio, 20 minuti alle ore 18:00.

Quando durante la giornata compare una preoccupazione, possiamo dirci:

"Me ne occuperò alle 18:00."

In questo modo impariamo gradualmente a distinguere il momento in cui il pensiero compare dal momento in cui scegliamo di occuparcene.

E può accadere che, arrivato quell'orario, quella preoccupazione non sembri più così urgente.

2️⃣ DEFUSIONE COGNITIVA

È una tecnica utilizzata, tra gli altri approcci, nell'Acceptance and Commitment Therapy (ACT).

Invece di considerare il pensiero come una verità assoluta, impariamo ad osservarlo.

Per esempio:

❌ "Non sono abbastanza bravo."

diventa:

✅ "Sto avendo il pensiero di non essere abbastanza bravo."

Una piccola modifica nelle parole può creare una distanza importante.

Io non sono il mio pensiero.
Sto osservando un pensiero che sta attraversando la mia mente.

3️⃣ RISTRUTTURAZIONE COGNITIVA

Un pensiero automatico non è necessariamente un fatto.

Quando compare un pensiero negativo, possiamo fermarci e chiederci:

🔎 Quali prove concrete ho che questo pensiero sia vero?

E poi:

• Ci sono elementi che lo contraddicono?
• Sto interpretando la situazione in modo realistico?
• Potrei guardarla da un'altra prospettiva?

Non significa obbligarsi a pensare positivo.

Significa imparare a pensare in modo più equilibrato e aderente alla realtà.

> Il nostro obiettivo non dovrebbe essere una mente senza pensieri negativi.

Una mente umana continuerà a produrli.

L'obiettivo può essere un altro:

non permettere a ogni pensiero di diventare una verità, una preoccupazione urgente o una guida per le nostre azioni.

Perché un pensiero può attraversare la nostra mente...

senza necessariamente diventare la nostra realtà.

Quale pensiero negativo tende a tornare più spesso nella tua mente?

Dottoressa Maria Carmen Boselli
Psicologa

04/09/2026
25/07/2026

PIACERE IMMEDIATO O DIFFERITO

🧠 Piacere immediato o soddisfazione duratura?

Il cervello è costantemente alla ricerca di un equilibrio tra ricompensa immediata e benefici a lungo termine.

La dopamina è spesso definita "la molecola del piacere", ma in realtà è soprattutto il neurotrasmettitore della motivazione e dell'anticipazione della ricompensa. Ci spinge a cercare ciò che immaginiamo possa essere gratificante.

Per questo il piacere immediato (scrollare sui social, mangiare un dolce, fare acquisti impulsivi) può essere così attraente: offre una ricompensa rapida con poco sforzo.

La gratificazione differita, invece, richiede il coinvolgimento della corteccia prefrontale, l'area del cervello che ci aiuta a pianificare, regolare gli impulsi e mantenere la rotta verso obiettivi importanti.

Allenare questa capacità non significa rinunciare al piacere, ma scegliere un piacere più grande e più stabile nel tempo.

>Ogni volta che rimandiamo una gratificazione per un obiettivo significativo, non stiamo solo rafforzando la nostra autodisciplina: stiamo anche allenando il cervello a costruire nuove connessioni neurali.

>La vera libertà non è seguire ogni impulso, ma poter scegliere quale impulso vale la pena seguire.

Dottoressa Maria Carmen Boselli

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Hashtag professionali

03/07/2026

Un tema interessante in Psicologia è la Teoria della Capitalizzazione (capitalization), sviluppato soprattutto da Shelly Gable.

Secondo questa teoria, la qualità di una relazione con Persone a noi care, non si misura solo da come l'altro ci sostiene nei momenti difficili, ma anche – e talvolta ancora di più – da come reagisce ai nostri successi.

Gable ha individuato quattro possibili modi di rispondere quando qualcuno racconta una buona notizia:

-Attivo-costruttivo (la risposta migliore): l'altro mostra entusiasmo autentico, fa domande, condivide la gioia e amplifica l'esperienza positiva.

-Passivo-costruttivo: risponde con un semplice "bene", senza particolare coinvolgimento.

-Attivo-distruttivo: mette in evidenza i rischi o gli aspetti negativi ("Sì, ma adesso avrai molte responsabilità...").

-Passivo-distruttivo: cambia argomento o ignora la notizia.

La risposta attivo-costruttiva è quella che predice maggiormente soddisfazione relazionale, fiducia e vicinanza.

Questa idea è spesso riassunta con una frase attribuita a Friedrich Nietzsche:

> "Partecipare alla sofferenza di un amico è facile; partecipare sinceramente al suo successo richiede una natura molto delicata."

Anche se la formulazione varia nelle traduzioni, il concetto è proprio questo: è relativamente facile essere vicini quando l'altro soffre; è molto più difficile gioire sinceramente quando l'altro ha successo, perché possono emergere invidia, confronto sociale o senso di inferiorità.

Dott.ssa Maria Carmen Boselli

01/07/2026

CIÒ CHE IGNORIAMO DI NOI STESSI NON SCOMPARE.

Ciò, continua a parlare attraverso le emozioni che non comprendiamo, le relazioni che si ripetono, le paure che sembrano arrivare dal nulla.

La psicologia ci invita a guardare dentro, non per cercare la perfezione, ma per incontrare anche quelle parti di noi che abbiamo imparato a nascondere. Parti di noi, del nostro vissuto che non amiamo. Non dobbiamo necessariamente amarle, ma accoglierle e guardarle in modo compassionevole. La self-compassion consiste nell'accogliere i propri errori, parti di noi che non amiamo, con la stessa gentilezza e comprensione che riserveremmo ad un amico, ad un familiare...evitando la critica autodistruttiva.

Ogni volta che accogliamo un frammento della nostra storia, smettiamo di combatterlo e iniziamo a trasformarlo.

Conoscere se stessi non è un traguardo. È un dialogo che dura tutta la vita, fatto di coraggio, autenticità e possibilità di cambiamento.

Dott.ssa Maria Carmen Boselli

14/06/2026

LO SMARTPHONE CI STA "RUBANDO TEMPO"?

Dal punto di vista psicologico e neurobiologico, il problema non è lo smartphone in sé, ma il modo in cui è progettato per catturare e mantenere la nostra attenzione.

Notifiche, scorrimento infinito, contenuti brevi e gratificazioni immediate attivano i circuiti cerebrali della ricompensa, come ad esempio la dopamina, inducendoci a controllare il telefono sempre più spesso. Minuto dopo minuto, questo meccanismo può trasformarsi in un'abitudine difficile da interrompere.

Il risultato? Sempre meno spazio per attività che richiedono concentrazione, riflessione e profondità: leggere un libro, sostenere una conversazione senza interruzioni, annoiarsi creativamente, pensare!

Non stiamo solamente perdendo tempo. Stiamo rischiando di perdere la capacità di dedicare tempo a ciò che ha davvero valore!
Stiamo diventando "dipendenti" di uno strumento che ha la capacità e la forza di dirimere la nostra vita. ABBIAMO PERSO LA VERA LIBERTÀ.

La vera domanda non è quante ore trascorriamo sullo smartphone, ma quante ne investiamo ancora in attività che arricchiscono la mente e favoriscono la crescita personale.

Riprendere in mano un libro, spegnere le notifiche per un'ora o concedersi momenti di silenzio non sono gesti nostalgici: sono forme di allenamento dell'attenzione e di tutela della propria libertà psicologica.

Ogni volta che scegliamo dove dirigere la nostra attenzione, stiamo scegliendo chi vogliamo diventare.

24/05/2026

Stile di Attaccamento non vuol dire immutabilita'.

L’attaccamento è un sistema motivazionale innato che regola la ricerca di vicinanza, protezione e sicurezza nelle relazioni significative. La qualità delle prime esperienze relazionali con i caregiver contribuisce alla costruzione dei “modelli operativi interni”, cioè rappresentazioni di sé e dell’altro che influenzano il funzionamento emotivo e relazionale anche nell’età adulta.

La ricerca scientifica ha individuato differenti stili di attaccamento — sicuro, ansioso, evitante e disorganizzato — associati a modalità diverse di gestione delle emozioni, della fiducia e dell’intimità nelle relazioni.

Un attaccamento sicuro tende a favorire:
• maggiore regolazione emotiva
• capacità di chiedere supporto
• relazioni più stabili e cooperative

Al contrario, pattern di attaccamento insicuro possono essere associati a:
-iperattivazione emotiva e paura dell’abbandono
-evitamento della vicinanza emotiva
-difficoltà nella fiducia interpersonale

Gli studi contemporanei sottolineano però un aspetto fondamentale: gli stili di attaccamento non sono etichette rigide né immutabili. Le esperienze relazionali correttive, la psicoterapia e contesti affettivi sufficientemente sicuri possono favorire processi di riorganizzazione dell’attaccamento nel corso della vita.

Fonti scientifiche:

John Bowlby, Attachment and Loss (1969, 1973, 1980)

Mary Ainsworth et al., “Patterns of Attachment” (1978)

Mario Mikulincer & Phillip R. Shaver, Attachment in Adulthood (2016)

American Psychological Association — ricerche su attaccamento e regolazione emotiva

10/04/2026

DARE SENSO...
Ma come si dà senso a una paura che spesso non ha un oggetto diretto, ma è alimentata da uno scenario globale come la guerra?

Dal punto di vista psicologico, “dare senso” non significa trovare una spiegazione razionale completa, né eliminare l’emozione.
Significa trasformare un vissuto indistinto in qualcosa di pensabile, nominabile e condivisibile.

Questo processo può avvenire attraverso alcuni passaggi fondamentali:

– Riconoscimento emotivo
Prendere contatto con ciò che si prova (paura, inquietudine, impotenza) senza negarlo o minimizzarlo.

– Mentalizzazione
Collegare l’emozione a un contesto: “Ha senso che io mi senta così, data l’esposizione continua a contenuti di guerra e incertezza”.

– Regolazione dell’esposizione
Ridurre la sovraesposizione a notizie traumatiche per evitare l’attivazione continua dei sistemi di allerta.

– Condivisione
Portare il vissuto in uno spazio relazionale (personale o professionale) permette di trasformare l’esperienza da isolata a condivisa.

– Riorientamento al presente
Distinguere tra pericolo reale e percepito aiuta a recuperare un senso di controllo e stabilità.

Dare senso, quindi, non è un atto immediato, ma un processo.
È ciò che permette di passare da una paura che invade a una paura che può essere contenuta, compresa e integrata.

Ed è proprio in questo passaggio che si gioca una parte fondamentale del benessere psicologico.

Parte 2

Dott.ssa Maria Carmen Boselli

08/04/2026

ANSIA, SENSAZIONE DI IMPOTENZA, PAURA DEL FUTURO, INCERTEZZA, VULNERABILITÀ: DISREGOLAZIONE EMOTIVA.

Nel contesto attuale, caratterizzato da scenari di guerra sempre più vicini anche sul piano mediatico, si osserva una risposta psicologica diffusa, ma spesso non esplicitata: una forma di paura latente.

Non si tratta necessariamente di paura consapevole o verbalizzata.
Piuttosto, emerge come sottofondo emotivo: inquietudine, ipervigilanza, difficoltà a “staccare” dalle notizie, bisogno di controllo o, al contrario, evitamento.

Dal punto di vista psicologico, questa reazione è comprensibile.
L’esposizione continua a contenuti potenzialmente traumatici, unita alla percezione di imprevedibilità e perdita di controllo, attiva i sistemi di allerta dell’individuo, anche in assenza di un pericolo diretto.

Quando questa paura non trova uno spazio di elaborazione, può tradursi in:
– aumento dell’ansia generalizzata
– irritabilità e tensione relazionale
– senso di impotenza
– distacco emotivo come meccanismo difensivo

Riconoscere e nominare queste reazioni rappresenta un primo passaggio fondamentale.
Non per amplificare la paura, ma per integrarla e renderla pensabile.

Favorire contesti di ascolto, individuale e collettivo, consente di trasformare una risposta automatica in un processo di consapevolezza.

In un tempo segnato dall’incertezza, la regolazione emotiva passa anche da qui:
dare senso a ciò che si prova, senza negarlo e senza esserne sopraffatti.

Dott. Maria Carmen Boselli

Parte 1.

24/03/2026

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25012

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