Teresa Capparelli Psicologa

Teresa Capparelli Psicologa Gran parte delle persone non cerca soluzioni, ma ascolto, comprensione profonda e assenza di giudizio. L'empatia è la risposta a molti disagi.

02/09/2026

È facile entrare in empatia con le persone con cui siamo in sintonia. È una questione sulla quale rifletto spesso nello spazio terapeutico con i pazienti.

Oggi tendiamo a definirci molto spesso “empatici” senza conoscere realmente ciò di cui parliamo e considerando, tra l’altro, l’empatia come una dote innata.

In realtà, si tratta di una competenza che può essere acquisita e coltivata e, come tale, può rivolgersi anche alle persone che si discostano profondamente da noi.

Un errore frequente è pensare che l’empatia nasca soprattutto dalla condivisione delle medesime esperienze, confondendola così con la simpatia.

La sfida più interessante dell’empatia riguarda proprio la possibilità di comprendere il mondo dell’altro anche quando somiglia molto poco al nostro.

26/08/2026

La neutralità del terapeuta ad ogni costo?

Penso che sul concetto di neutralità del terapeuta ci stia sfuggendo di mano…e onestamente, con qualche anno di esperienza alle spalle (e tante correzioni anche sul mio modo di fare divulgazione), immagino di potermi permettere di fare qualche riflessione.

Per molto tempo abbiamo pensato alla neutralità come alla necessità che il terapeuta non lasciasse trapelare nulla di sé. Oggi questa idea appare molto più difficile da sostenere, anche alla luce della ricerca sulla relazione terapeutica e all’uso dei social media.

Il terapeuta comunica continuamente, anche quando non sta raccontando nulla della propria vita. Comunica attraverso il modo in cui parla, il tono che utilizza, il modo in cui si presenta, ciò che sceglie di indossare, il modo in cui porta i capelli, l’ambiente nel quale accoglie il paziente. E, oggi, anche attraverso la propria presenza sui social: il linguaggio, le immagini, la palette cromatica, i temi che sceglie di affrontare.

Tutto questo contribuisce a costruire una rappresentazione del terapeuta nella mente dell’altro.

Ogni elemento della presenza del terapeuta può diventare parte della comunicazione implicita che prende forma nella relazione.

L’autosvelamento, invece, riguarda più propriamente la comunicazione di informazioni personali e può essere intenzionale oppure non intenzionale.

La ricerca sull’autosvelamento del terapeuta mostra che, quando è pertinente, calibrato e coerente con il processo terapeutico, può favorire l’alleanza, la percezione di vicinanza e l’apertura del paziente. Sia chiaro: sui social si tratta di forme NON controllate di rivelazione di sé, che andrebbero affrontate con grandissima CAUTELA…ma forse, nemmeno con tutta questa rigidità rispetto a qualsiasi informazione si evinca (molte delle quali sono informazioni di base)

La questione diventa quindi quanto il terapeuta sia consapevole di ciò che comunica, anche quando non intende comunicare qualcosa di sé.

Perché il terapeuta porta nella stanza, e oggi inevitabilmente anche nello spazio digitale, una parte di sé.

25/08/2026

Quanto spesso usiamo la parola “trigger” in modo improprio? Ormai sui social e nella vita di tutti i giorni la sentiamo ovunque: “Questo commento mi ha triggerato”, “Quel piatto mi triggera”.

Molte persone pensano che il trigger sia qualcosa che provochi rabbia, ma non è affatto così! Capisco che l’uso sia diventato spontaneo, ma credo sia importante conoscerne il reale significato e usare certi termini con rispetto dovuto.

Per chi come me ha studiato traumatologia e lavora ogni giorno con l’EMDR, vedere banalizzato un termine legato a un vissuto così doloroso fa un po’ effetto.

Un trigger non è un fastidio o qualcosa che ci fa innervosire. In psicologia e traumatologia, è uno stimolo (un odore, un suono, un’immagine, un luogo, un contatto) che riattiva all’improvviso un trauma non elaborato, facendo sperimentare alla persona la stessa angoscia e sofferenza del passato.

Facciamo chiarezza, con un breve video (che spero essere anche simpatico) per restituire alle parole il loro valore.

Buon ascolto!

Oggi avrà inizio una piccola parte della routine di sempre, ed io, mentre facevo le faccende domestiche, mi chiedevo una...
24/08/2026

Oggi avrà inizio una piccola parte della routine di sempre, ed io, mentre facevo le faccende domestiche, mi chiedevo una cosa soltanto: ma il lavoro, in questo spazio, mi è mancato? E la risposta, sorprendentemente, dopo diversi anni, è arrivata senza indugio: no.

E non ho avuto bisogno, perché questa convinzione mi accompagnasse, di esplorare nuovi luoghi, viaggiare lontano, concedermi lussi sfrenati. Ho incontrato questa consapevolezza tra le mura di casa, nel sorriso delle persone che amo, nei loro occhi e nel calore delle loro mani.

Non fraintendetemi, amo il mio lavoro, le storie delle quali mi nutro, le voci che accolgo. Eppure il mio sguardo era così concentrato sulla meraviglia di questo tempo, che non ho potuto fare altro che contemplare. Ho provato, fallendo miseramente, sia chiaro, a goderne pienamente. Ma alla fine, quello che conta, è che per la prima volta mi sia sentita presente a me stessa e alle persone che amo, senza pensare ad un altrove che non c’era, come spesso accade quando lavoro.

Comprendo, durante le brevi pause che la nostra cultura ci concede, che è il peso dell’iperproduttività a schiacciarci miseramente. E io, sotto quel peso, non ci voglio morire.

Non si vive di solo lavoro: è questo che voglio trasmettere ai miei pazienti. Ed è questo il monito con il quale riprenderò le sedute tra qualche giorno.

A volte guardiamo gli altri e, senza conoscerne la storia, immaginiamo che abbiano proprio ciò che a noi manca. Ma quell...
18/08/2026

A volte guardiamo gli altri e, senza conoscerne la storia, immaginiamo che abbiano proprio ciò che a noi manca. Ma quello che vediamo negli altri passa, inevitabilmente, attraverso ciò che portiamo dentro.

Questo è il racconto di Marta. E forse, in qualche modo, anche un po’ il nostro.

Di confini, responsabilità personale e violazione di corpi ed intelletto altrui. Da leggere fino alla fine, perché l’esp...
15/08/2026

Di confini, responsabilità personale e violazione di corpi ed intelletto altrui. Da leggere fino alla fine, perché l’esperienza personale costituisce solo un esempio di quanto siamo poco educati al rispetto della pelle altrui.

Ho 34 anni. Sono nel pieno della fase nella quale la fertilità viene data per scontata. Eppure, quando mi guardo intorno...
06/08/2026

Ho 34 anni. Sono nel pieno della fase nella quale la fertilità viene data per scontata. Eppure, quando mi guardo intorno, sorprendentemente, scopro che non è così. Che moltissime coppie, dietro lo stigma dal quale si nascondono, vivono il dramma dell’infertilità. E hanno paura a pronunciarla, quella parola. Molti ti dicono, anche quando ad avere un bambino ci provano per anni, che “va tutto bene”. “Non abbiamo problemi”, ribadiscono. Come se dovessero discolparsi di quella difficoltà, come se ne fossero volutamente responsabili. In quel momento comprendo quanto sia difficile ammettere a se stessi, prima che agli altri, che l’infertilità o tutto ciò che rende difficile avere una gravidanza, semplicemente, può accadere.

Ho iniziato a parlarne per questo, nella speranza che qualcuno possa, finalmente, sentirsi libero di dire “mio figlio è nato dopo molte difficoltà”.

Tutti i commenti violenti saranno immediatamente cancellati e le persone bannate. Tutto ciò che ho da argomentare è ripo...
19/07/2026

Tutti i commenti violenti saranno immediatamente cancellati e le persone bannate. Tutto ciò che ho da argomentare è riportato nel post.

Sono accettate solo le opinioni espresse con gentilezza ed educazione.

Fonti:
* Young-Bruehl, E. (2012). Childism: Confronting prejudice against children. Yale University Press.
* Wall, J. (2019). Children’s Geographies.
* Hays, S. (1996). The Cultural Contradictions of Motherhood. Yale University Press.
* Diamond, A. (2013). Executive Functions. Annual Review of Psychology.

Abbiamo normalizzato l’odio verso i bambini. Ci infastidisce quando piangono, corrono, ridono, o semplicemente occupano ...
18/07/2026

Abbiamo normalizzato l’odio verso i bambini. Ci infastidisce quando piangono, corrono, ridono, o semplicemente occupano spazio.

Però tolleriamo adulti che fumano accanto ai neonati, urlano al telefono nei luoghi pubblici, lasciano rifiuti ovunque, ascoltano video ad alta voce sul treno.

Mi colpisce profondamente il fatto che siamo arrivati a un punto in cui i bambini sembrano essere diventati il bersaglio più semplice della nostra rabbia.

Basta aprire i social o semplicemente incontrare gli sguardi delle persone, per imbattersi in commenti di insofferenza verso un neonato che piange in aereo, un bambino che ride al ristorante o che corre in un parco. Molti, dimenticandosi di essere stati bambini, credono che l’infanzia sia un disturbo da contenere.

Allo stesso modo, assistiamo con estrema tolleranza a comportamenti adulti che hanno ben poco di civile: persone che fumano accanto ai passeggini, che urlano al telefono nei luoghi pubblici, che ascoltano video senza cuffie sui mezzi, che gettano rifiuti per strada, che parcheggiano dove non dovrebbero, che trattano gli altri con arroganza.

Questo doppio standard mi spaventa, nonostante faccia questo lavoro da tanti anni e sia allenata a comprendere la mente umana.

Un bambino che piange non sta scegliendo di infastidire qualcuno. Un adulto che manca di rispetto agli altri, invece, sta compiendo una scelta.

Ho la sensazione che stiamo perdendo la capacità di distinguere ciò che è fisiologico da ciò che è davvero incivile. Pretendiamo dai bambini un autocontrollo - anche da neonati, da neonati signori miei! - che spesso noi adulti non siamo in grado di mostrare.

Trovo che domanda che dovremmo porci è che cosa racconti di noi una società che prova più intolleranza verso chi sta imparando a vivere che verso chi, vivendo da anni, continua a non rispettare gli altri.

“Tutti i grandi sono stati bambini, ma pochi se ne ricordano” Antoine de Saint Exupery

Ci pensavo qualche minuto fa, mentre percepivo tutta l’importanza di restituire dignità al corpo, in un momento storico ...
15/07/2026

Ci pensavo qualche minuto fa, mentre percepivo tutta l’importanza di restituire dignità al corpo, in un momento storico che enfatizza in modo sempre crescente la solitudine, l’individualismo, la competizione.

Abbiamo dimenticato come si interagisce con l’altro.

Ma in questo dimenticare, non ci venga mica in mente che la psicoterapia abita questi spazi? Qui abita altro. Qualcosa di nutriente, per chi sa coglierne il nutrimento, eppure infinitamente distante dal lavoro di sé.

Maneggiare le parole della psicoterapia, senza la stanza che le contiene, non significa “farla”.

Ps: resta inteso, vero, che la stanza di psicoterapia, sia anche quella “online”? Il punto è che non si fa sui social. Ma nella cornice protetta, preziosa e segretissima di paziente e terapeuta.

Indirizzo

Casalnuovo Di Napoli
80013

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