07/05/2026
👠 Il Diavolo non veste più solo Prada, ma la nostra ansia
Vent’anni. Tanto è passato da quel primo, iconico "È tutto". Sono tornato al cinema per "Il Diavolo veste Prada 2" e, con gli occhi dello psicologo, ho visto un film profondamente diverso. Il colore è cambiato: non è più una commedia sull’ambizione, ma un’inchiesta spietata su una società che ha smesso di rispettare il tempo.
Ricordate la Runway di un tempo? Era un rito collettivo. Si comprava la rivista, la si sfogliava in gruppo, si sognava insieme. Oggi quel sogno è diventato consumo immediato, solitario, velocissimo. Le musiche evocative e i richiami al primo film – come l'intramontabile scena del cambio look sulle note di Vogue – risuonano oggi come echi di una spensieratezza che abbiamo barattato con la performance perenne.
Vedere Miranda crollare non per un fallimento professionale, ma per la paura viscerale di lasciare il potere, è stato destabilizzante. Per fare cosa? La mamma? La moglie? La sua disperazione era fisica. Quei posti "normali" le sono totalmente sconosciuti dopo una vita passata a edificare un trono. È il dramma di chi ha fuso l'Io con l'Ufficio: fuori da quelle mura, Miranda si sente nessuno.
Nel primo film, la suoneria di Andy era un trauma uditivo. Oggi quel suono non c’è, ma il messaggio è peggiore: "Stai sempre vigile, non serve che il telefono squilli per farti scattare". Vedere Andy persa in mille telefonate per trovare un accordo mi ha ricordato la ricerca disperata del manoscritto di Harry Potter. È la stessa ansia, ma oggi è diventata il nostro rumore di fondo.
Se nel primo capitolo Miranda tramava per il trono, oggi vediamo un Nigel che muove i fili per riportare "a casa" chi ha avuto il coraggio di mettere se stesso al primo posto. Diciamoci la verità: vedere oggi questo sequel sembra più impegnativo, probabilmente perché siamo noi quelli più stanchi.