Polo ADHD e Neurodivergenze Genova

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Polo ADHD e Neurodivergenze Genova Centro multidisciplinare specializzato in ADHD e neurodivergenze a Genova.

C’è una parte del Polo ADHD e Neurodivergenze a cui penso da molto tempo.Da settembre comincerà a prendere forma.Nasce A...
22/08/2026

C’è una parte del Polo ADHD e Neurodivergenze a cui penso da molto tempo.
Da settembre comincerà a prendere forma.

Nasce Area Comunità, uno spazio attraverso il quale il Polo ADHD e Neurodivergenze sceglie di mettere una parte del proprio tempo e delle proprie competenze a disposizione della comunità.

Cominceremo con uno spazio gratuito di ascolto e orientamento, aperto a tutti, il primo e il terzo martedì di ogni mese.

Può essere uno spazio per portare una domanda, raccontare una difficoltà, chiedere un confronto o semplicemente provare a capire da dove cominciare.

Non sarà limitato all’ADHD o alle neurodivergenze.

Non è necessario avere una diagnosi e neppure sapere già con precisione di cosa si ha bisogno.

È uno spazio gratuito che il Polo sceglie di mettere a disposizione della comunità. Non è finalizzato all’accesso ai servizi del Polo, nè a intraprendere successivamente un percorso.

Il primo e il terzo martedì di ogni mese, dalle 18:00 alle 19:30.

Durante questa fascia oraria sarà possibile contattare direttamente Area Comunità al numero dedicato:

☎️ 347 062 7110
Il numero è dedicato esclusivamente alle attività di Area Comunità.

Polo ADHD e Neurodivergenze

MENTI DIVERGENTI | Episodio 4Forse molti giovani oggi non conoscono Hedy Lamarr.Per una generazione, invece, il suo volt...
21/08/2026

MENTI DIVERGENTI | Episodio 4

Forse molti giovani oggi non conoscono Hedy Lamarr.

Per una generazione, invece, il suo volto fu uno dei più riconoscibili di Hollywood.

Attrice, celebrata per la sua bellezza, Hedy Lamarr aveva anche una passione molto meno conosciuta: inventare.

Durante la Seconda guerra mondiale, insieme al compositore George Antheil, sviluppò e brevettò un sistema di comunicazione basato sul salto di frequenza, pensato per rendere più difficile intercettare o disturbare i segnali radio.

Non “inventò il Wi-Fi”, come spesso si legge. Ma quel lavoro rappresentò un importante antecedente nella storia delle successive tecnologie di comunicazione wireless.

Eppure, forse, la parte più interessante della sua storia è un’altra.

Perché ci sorprende scoprire che una donna considerata soprattutto un’icona di bellezza avesse anche una mente inventiva?

Quanto di una persona rischiamo di non vedere quando crediamo di sapere già chi sia?

Ruoli, diagnosi, caratteristiche, comportamenti possono aiutarci a comprendere.

Ma possono anche diventare confini se smettiamo di guardare oltre.

Hedy Lamarr ci lascia allora una domanda ancora attuale:

quanto altro potremmo scoprire delle persone se non le considerassimo mai definitivamente conosciute?

Una possibile lettura contemporanea.

Fonti: Smithsonian Institution; National Inventors Hall of Fame.

20/08/2026

E se quello che vediamo fosse vero, ma non fosse tutto?
A volte guardiamo qualcosa e ci sembra chiarissimo.
La vediamo. La comprendiamo. Siamo certi che sia così.
Poi ci spostiamo di poco.
L’oggetto è lo stesso, ma cambia l’angolo da cui lo osserviamo. Le ombre si dispongono diversamente, emergono particolari che prima non vedevamo, altri finiscono sullo sfondo.
È ciò che accade con la parallasse: ciò che osserviamo appare diverso quando cambia il nostro punto di osservazione.
Forse accade qualcosa di simile anche quando guardiamo noi stessi, gli altri, una relazione, una storia.
Ciò che in un momento non vediamo non necessariamente non esiste.
Può essere rimasto nell’ombra. Può essere stato rimosso. Può semplicemente trovarsi fuori dal nostro attuale punto di osservazione.
E allora cambiare prospettiva non significa scoprire finalmente “come stanno davvero le cose”.
Significa accorgersi che quello che vedevamo era reale, ma non era tutto.

Una parola nuova sta entrando nel linguaggio della psicologia: “otroverso”.Il termine è stato proposto nel 2025 dallo ps...
19/08/2026

Una parola nuova sta entrando nel linguaggio della psicologia: “otroverso”.
Il termine è stato proposto nel 2025 dallo psichiatra statunitense Rami Kaminski, autore di The Gift of Not Belonging, per descrivere persone che possono essere socievoli, empatiche e capaci di relazioni profonde, ma che sentono poco il bisogno di identificarsi con un gruppo o di appartenervi.
L'otroversione non sarebbe una via di mezzo tra introversione ed estroversione.
Queste ultime riguardano soprattutto il rapporto con la socialità e la stimolazione; l'otroversione, nella proposta di Kaminski, riguarderebbe invece appartenenza, identificazione e rapporto con il gruppo.
Kaminski vi associa anche autonomia, minore dipendenza dal consenso del gruppo e indipendenza di pensiero.
Ed è qui che occorre distinguere ciò che è interessante da ciò che è già dimostrato.
L'otroversione, al momento, non è un costrutto di personalità scientificamente validato.
La Cleveland Clinic, che ha recentemente approfondito il tema, sottolinea che si tratta di un'idea emergente, ancora poco studiata e non sufficientemente definita dalla ricerca.
Anche la psichiatra Liliana Dell'Osso ha invitato alla cautela, ricordando che le caratteristiche psicologiche si distribuiscono per sfumature e non necessariamente in categorie nette.
La domanda allora rimane aperta:
abbiamo individuato un nuovo tipo di personalità o abbiamo dato un nome nuovo a una particolare combinazione di caratteristiche che la psicologia già conosce?
Non lo sappiamo ancora.
Una parola nuova può aiutarci a riconoscere e raccontare un'esperienza. Ma dire “questa descrizione mi rappresenta” non equivale a dire “questo è un nuovo tipo di personalità scientificamente dimostrato”.
Per ora, più che una risposta, l'otroversione è una domanda interessante.
Fonti: R. Kaminski, The Gift of Not Belonging (2025); Cleveland Clinic (2026); L. Dell'Osso, intervista a La Stampa (2025).

“Lo so che devo farlo.”“Voglio farlo.”“Continuo a pensarci.”“Eppure non riesco a iniziare.”Non sempre è semplice procras...
18/08/2026

“Lo so che devo farlo.”
“Voglio farlo.”
“Continuo a pensarci.”
“Eppure non riesco a iniziare.”

Non sempre è semplice procrastinazione. E non sempre è una questione di volontà.

Passare dall’intenzione all’azione richiede l’integrazione di diversi processi: attenzione, pianificazione, attivazione, regolazione dello sforzo, gestione delle transizioni e capacità di affrontare il carico richiesto da un compito.

In diversi profili neurodivergenti alcuni di questi processi possono risultare più faticosi, anche se per ragioni differenti e con manifestazioni diverse da persona a persona.

Per questo uno stesso comportamento osservabile — “non inizia” — non ci dice ancora che cosa stia accadendo.

Comprenderlo significa spostare la domanda.

Non soltanto:

“Perché non lo fai?”

Ma anche:

“Che cosa rende così difficile iniziare?”

Non per sottrarre responsabilità alla persona, ma per comprendere meglio l’ostacolo e trovare strategie realmente utili.

Polo ADHD e Neurodivergenze

CONSIGLIO DI LETTURACi sono persone che conosciamo da tempo e che, ogni tanto, riescono ancora a sorprenderci.Sandra Mor...
16/08/2026

CONSIGLIO DI LETTURA

Ci sono persone che conosciamo da tempo e che, ogni tanto, riescono ancora a sorprenderci.

Sandra Moretti è un'amica e una collega che stimo. Quello che non sapevo è che, accanto alla sua professione, da anni coltiva anche la scrittura.

L'ho scoperto attraverso il suo ultimo romanzo, Quello che il tempo non cancella.

È una storia ambientata nel 2221, quando la Terra non è più abitabile e l'umanità vive altrove. Al centro, una donna capace di cercare nel tempo le tracce delle memorie perdute.

Non l'ho ancora letto e quindi non voglio raccontarvi ciò che ancora non conosco.

Ma mi piace che nella rubrica Consiglio di lettura del Polo trovino spazio anche le scoperte inattese. E questa, per me, lo è stata.

Complimenti, Sandra. E adesso non mi resta che leggerti.

Saper vivere.È un’espressione che usiamo spesso.Ma cosa significa davvero?Non esiste un modo giusto di vivere.E la ricer...
16/08/2026

Saper vivere.

È un’espressione che usiamo spesso.

Ma cosa significa davvero?

Non esiste un modo giusto di vivere.
E la ricerca scientifica, fortunatamente, non ci offre un manuale.

Ci mostra però alcuni elementi che sembrano avere un ruolo importante nel benessere delle persone.

Uno è la flessibilità psicologica: la capacità di adattarsi alle situazioni, modificare strategie che non ci sono più utili, rimanere in contatto con ciò che accade e continuare a orientarsi verso ciò che per noi ha valore.

Un altro riguarda il significato che riusciamo ad attribuire alla nostra vita. Gli studi mostrano associazioni tra la presenza di significato e diversi indicatori di benessere e salute.

E poi ci sono le relazioni.

Una grande meta-analisi condotta su 148 studi e oltre 300.000 persone ha rilevato un’associazione significativa tra relazioni sociali più solide e maggiore probabilità di sopravvivenza.

Forse, allora, saper vivere non significa sapere sempre cosa fare.

Può significare riuscire ad adattarsi senza perdere se stessi.

Sapere che cosa conta per noi.

Costruire e custodire relazioni significative.

Accettare che non tutto possa essere previsto o controllato.

E continuare a imparare qualcosa di noi e della vita mentre la stiamo vivendo.

Non è una ricetta.

È forse proprio questo il punto.

📚 Fonti scientifiche

Kashdan T.B., Rottenberg J. (2010). Psychological flexibility as a fundamental aspect of health. Clinical Psychology Review.

Czekierda K. et al. (2017). Meaning in life and physical health: systematic review and meta-analysis. Health Psychology Review.

Holt-Lunstad J., Smith T.B., Layton J.B. (2010). Social Relationships and Mortality Risk: A Meta-analytic Review. PLoS Medicine.

Impara.È una parola che accompagna gran parte della nostra vita.Impara a parlare.Impara a leggere.Impara a comportarti.I...
14/08/2026

Impara.

È una parola che accompagna gran parte della nostra vita.

Impara a parlare.
Impara a leggere.
Impara a comportarti.
Impara a controllarti.
Impara ad adattarti.

Ma c'è un apprendimento di cui si parla molto meno:

imparare qualcosa di noi.

Riconoscere ciò che ci fa stare bene e ciò che ci affatica.
Comprendere i nostri modi di reagire.
Accorgerci dei bisogni che abbiamo imparato a ignorare.
Riconoscere ciò che ci appartiene e ciò che, invece, abbiamo fatto nostro perché ci è stato chiesto.

Conoscersi, però, non è affatto scontato.

La ricerca ci ricorda che una parte dei processi che orientano pensieri, atteggiamenti e comportamenti non è direttamente accessibile alla nostra consapevolezza.

Wilson e Dunn sottolineano anche che l'introspezione, da sola, ha dei limiti. Possiamo imparare qualcosa di noi anche osservando il nostro comportamento e, talvolta, provando a guardarci attraverso gli occhi degli altri.

Anche la psicoterapia può offrire uno spazio per questo.

Non per imparare a diventare qualcun altro.

Per imparare a conoscersi.

E forse è uno degli apprendimenti che ci accompagnano per tutta la vita.

📚 Fonte scientifica

Wilson T.D., Dunn E.W. (2004). Self-Knowledge: Its Limits, Value, and Potential for Improvement. Annual Review of Psychology, 55, 493–518.

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