Valentina Rossetti - Psicologa

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Ho scritto una riflessione sul bisogno umano di fare liste e di prevedere il futuro. Buona lettura!
01/06/2026

Ho scritto una riflessione sul bisogno umano di fare liste e di prevedere il futuro. Buona lettura!

Sulle liste che ci rassicurano e sulla voce che dimenticano sempre

Le emozioni non sono il problema. Sono un segnale — ma per leggerlo, bisogna riuscire a starci dentro senza esserne somm...
25/05/2026

Le emozioni non sono il problema. Sono un segnale — ma per leggerlo, bisogna riuscire a starci dentro senza esserne sommersi.

Bion chiamava questa capacità contenitore: la possibilità di tenere un'emozione, darle un nome, renderla tollerabile invece di agirla o cacciarla via. Non è una qualità innata, non è carattere, non è forza di volontà. Si costruisce da piccoli, attraverso la relazione con chi si prende cura di noi.

Funziona per imitazione: un bambino non ha gli strumenti per gestire da solo quello che sente. Ha bisogno che qualcuno lo accolga — che regga la sua paura, la sua rabbia, il suo dolore — senza andare in pezzi. Le neuroscienze oggi ci dicono che questo processo ha una base biologica precisa: quando un caregiver risponde in modo calmo e sintonizzato, il sistema nervoso del bambino impara a regolarsi attraverso quello dell'adulto. È un meccanismo che Allan Schore chiama co-regolazione — e avviene prevalentemente a livello dell'emisfero destro, ancora prima che il linguaggio esista.

Se questo accade in modo sufficientemente costante, la corteccia prefrontale — la parte del cervello deputata al pensiero, alla riflessione, al controllo degli impulsi — sviluppa connessioni più solide con l'amigdala, il centro dell'allarme emotivo. In parole semplici: il cervello impara che le emozioni intense non sono catastrofi. Che si possono sentire, attraversare, e sopravvivere.

Quando invece chi ci accudiva non riusciva a farlo — spesso perché nessuno lo aveva fatto per loro — questa regolazione non si costruisce. L'amigdala resta iperattiva, il sistema nervoso fatica a tornare alla calma dopo uno stress, i livelli di cortisolo possono cronicizzarsi. Da adulti ci ritroviamo fuori da quella che il neuroscienziato Dan Siegel chiama finestra di tolleranza: o in uno stato di iperattivazione — ansia, rabbia, stati di allerta costante — o in uno di ipoattivazione — vuoto, distacco, intorpidimento emotivo. Due facce della stessa difficoltà: non avere un contenitore interno abbastanza solido da reggere ciò che si sente.

Non è colpa di nessuno. E soprattutto: non è definitivo.

La terapia è prima di tutto uno spazio in cui si ricrea attivamente qualcosa che non c'è stato. Il terapeuta funziona, in un primo momento, come contenitore esterno: riceve l'emozione portata dal paziente, la regge senza esserne travolto, la restituisce in una forma più comprensibile. Seduta dopo seduta, questa esperienza ripetuta di essere accolti senza essere giudicati o abbandonati riattiva gli stessi circuiti neurali che avrebbero dovuto svilupparsi nell'infanzia. Il cervello, plastico molto più a lungo di quanto si pensasse, ricomincia a costruire quelle connessioni tra prefrontale e amigdala che non aveva potuto formare. Lentamente, il contenitore esterno — il terapeuta — diventa interno. Il paziente inizia a fare da solo quello che prima richiedeva la presenza dell'altro: stare dentro le proprie emozioni senza spezzarsi.



“È solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé”, scrive Winnicott in Gioco e Realtà. Creare non significa sol...
20/05/2026

“È solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il Sé”, scrive Winnicott in Gioco e Realtà.
Creare non significa soltanto inventare qualcosa, ma entrare in contatto con una parte viva di sé, quella che non si limita ad adattarsi al mondo, ma prova a incontrarlo a partire da una posizione interna autentica.
Per Winnicott, la creatività nasce nello spazio del gioco. Il gioco, però, non è evasione infantile né semplice passatempo: è uno spazio intermedio tra mondo interno e realtà esterna, tra ciò che immaginiamo e ciò che incontriamo. È lì che il bambino, e poi l’adulto, può sperimentare la sensazione di essere reale. Non semplicemente funzionante, adeguato, competente, ma vivo. In questa prospettiva, la creatività riguarda il modo in cui abitiamo l’esperienza: come guardiamo, trasformiamo, interpretiamo, mettiamo in relazione ciò che accade dentro di noi con ciò che il mondo ci offre.

La psicoanalisi ha spesso pensato la creatività come una forma di elaborazione. Creare permette di dare forma a qualcosa che, altrimenti, resterebbe confuso, muto, disperso. Un’emozione, una perdita, un conflitto, un desiderio, una tensione interna possono trovare una rappresentazione. Da questo punto di vista, la creatività non coincide con l’assenza di sofferenza; al contrario, può diventare uno dei modi con cui la psiche lavora sulla sofferenza, la trasforma, la rende pensabile. Non tutto ciò che è creativo nasce dal dolore, ma spesso la creatività permette al dolore di non restare soltanto ripetizione.

Anche la psicologia contemporanea ha progressivamente abbandonato l’idea romantica della creatività come dono misterioso riservato a pochi. Oggi viene studiata come una funzione complessa, che coinvolge immaginazione, flessibilità cognitiva, capacità associativa, regolazione emotiva, pensiero divergente e pensiero convergente. La creatività richiede apertura, ma anche selezione; libertà associativa, ma anche capacità di dare forma; disponibilità all’incertezza, ma anche possibilità di costruire un senso. In altre parole, essere creativi non significa semplicemente “avere tante idee”: significa tollerare il momento in cui le idee non sono ancora chiare, restare in contatto con ciò che emerge e poi trovare una forma sufficientemente buona perché possa essere condivisa.

Le neuroscienze sembrano confermare questa visione meno ingenua. Gli studi sulla creatività mostrano che il pensiero creativo coinvolge il dialogo tra reti cerebrali diverse: la default mode network, associata all’immaginazione, alla memoria autobiografica e al pensiero spontaneo; le reti esecutive, implicate nel controllo cognitivo e nella selezione; e la salience network, che aiuta a riconoscere ciò che è rilevante. La creatività, quindi, non sembra nascere da una sola area del cervello, ma dalla capacità di far cooperare processi spontanei e processi regolativi.

Questa scoperta è interessante anche dal punto di vista psicologico: creare non è perdere il controllo, né controllare tutto. È oscillare. Lasciare che qualcosa emerga e poi poterci lavorare. Accogliere un’intuizione e poi darle struttura. Stare in una zona intermedia, molto vicina a quella che Winnicott descriveva come area transizionale: uno spazio in cui interno ed esterno, soggettivo e oggettivo, immaginazione e realtà non si escludono, ma si incontrano.

Forse per questo la creatività è così legata al Sé. Perché, quando creiamo, non stiamo soltanto facendo qualcosa: stiamo scoprendo quale forma può prendere la nostra presenza nel mondo. Ogni gesto creativo autentico contiene una domanda implicita: che cosa di me può esistere qui? Che cosa posso trasformare? Che cosa posso portare fuori senza tradirmi?

In questo senso, la creatività non riguarda solo artisti, scrittori o musicisti. Riguarda il modo in cui una persona parla, lavora, educa, cura, guida, ama, costruisce relazioni, prende decisioni, attraversa le crisi. C’è creatività ogni volta che non ci limitiamo a ripetere una risposta già data, ma proviamo a trovare una forma nuova, più vera, più aderente a ciò che siamo e a ciò che la realtà ci chiede.

Winnicott ci ricorda che il Sé non si scopre guardandosi da fuori, come se fosse un oggetto da definire una volta per tutte. Il Sé si scopre vivendo, giocando, creando, mettendo alla prova il proprio gesto nel mondo. Forse è proprio lì che la creatività diventa una funzione profondamente umana: non la ricerca dell’originalità a ogni costo, ma la possibilità di sentirsi reali dentro ciò che si fa.

L’eredità emotiva riguarda sia ciò che in una famiglia viene raccontato, sia — e soprattutto — ciò che resta senza parol...
29/04/2026

L’eredità emotiva riguarda sia ciò che in una famiglia viene raccontato, sia — e soprattutto — ciò che resta senza parole. Si trasmettono storie, ma anche modi di sentire, di reagire, di stare nelle relazioni. A volte si presentano come emozioni difficili da collocare, come intensità che sembrano eccedere l’esperienza attuale.

In questa direzione, Galit Atlas descrive con chiarezza questo passaggio silenzioso tra le generazioni: ereditiamo ciò che è stato detto, ma anche ciò che è rimasto sospeso — traumi, lutti, segreti familiari. Questi contenuti continuano a esistere in una forma latente e, nel tempo, possono riemergere nella psiche di qualcuno che viene dopo, come se cercassero uno spazio in cui essere finalmente vissuti.

La trasmissione segue vie indirette. Passa attraverso silenzi, tensioni, atmosfere. Prende forma in reazioni che appaiono sproporzionate o difficili da comprendere fino in fondo. In questi scarti si intravede spesso qualcosa che rimanda a una storia più ampia di quella individuale.

Da una prospettiva psicoanalitica, Jacques Lacan descrive il ritorno, nell’esperienza, di ciò che non ha trovato iscrizione nel simbolico: qualcosa che si presenta più come evento che come ricordo. Allo stesso modo, Wilfred Bion mostra come le emozioni che non vengono trasformate in pensiero restino attive come materiale psichico grezzo, pronto a riemergere.

Nicolas Abraham e Maria Torok introducono l’immagine della “cripta”, uno spazio interno in cui alcuni contenuti restano sepolti, senza essere davvero elaborati. Non scompaiono, ma continuano a esistere in modo nascosto e, a volte, riemergono in altri membri della famiglia sotto forma di emozioni o vissuti che sembrano non avere una storia chiara, come se appartenessero a qualcuno prima ancora che a chi li sente.

Il lavoro analitico consiste nel riconoscere ciò che si muove dentro di sé e nel renderlo progressivamente pensabile. Dare parola a queste esperienze permette di modificarne l’effetto nel presente. Il passato resta, ma cambia il modo in cui continua a operare.

La dissociazione è un processo attraverso cui alcune parti dell’esperienza — emozioni, ricordi, sensazioni — vengono ten...
14/04/2026

La dissociazione è un processo attraverso cui alcune parti dell’esperienza — emozioni, ricordi, sensazioni — vengono tenute separate dal resto della coscienza. È come se ciò che è troppo difficile da vivere tutto assieme venisse distribuito in compartimenti diversi. Donald Winnicott parla, a proposito, della necessità di “continuare a essere” anche quando l’ambiente non sostiene.

La dissociazione può assumere forme molto diverse, anche molto comuni. Succede quando durante una discussione diciamo cose molto dure senza sentire davvero quello che stiamo provando. Oppure quando raccontiamo un episodio doloroso con tono piatto, come se non ci riguardasse. O ancora quando “andiamo via con la testa” in situazioni emotivamente intense, come se non fossimo più del tutto lì.

Perché si attiva? Perché l’esperienza è troppo intensa per essere regolata, oppure è troppo precoce, e non ci sono ancora strumenti per pensarla. Oppure si è troppo soli, senza un ambiente che aiuti a dare senso a ciò che si prova. Quando coesistono vissuti incompatibili che non possono stare insieme nella coscienza, ad esempio dipendere da qualcuno e allo stesso tempo temerlo.

In queste condizioni, come sottolinea Philip Bromberg, la mente non riesce a mantenere un’esperienza coerente senza rischiare di frammentarsi. Allora fa qualcosa di radicale: separa per sopravvivere.

Possiamo quindi definirla una straordinaria forma di adattamento psichico: non il punto in cui la mente cede, ma dove trova un modo per non cedere.

Il problema è però il "costo". Quello che un tempo è stato un trionfo dell’adattamento, nel tempo può diventare un limite. Perché ciò che è stato separato non scompare: resta attivo, ma fuori dal campo della consapevolezza. Quindi non è pensato, ma agisce.

Può emergere sotto forma di reazioni emotive sproporzionate, che sembrano non avere un motivo chiaro.
Oppure come sensazioni corporee improvvise, difficili da collegare a qualcosa di preciso. O ancora come ripetizioni: situazioni che si ricreano, scelte che sembrano “automatiche”, modalità relazionali che si attivano senza che ci sia davvero spazio per scegliere. Bromberg direbbe che non è tanto qualcosa che “non sappiamo”, ma qualcosa che non possiamo stare sapendo mentre accade.

E allora resta in una sorta di altrove psichico, dove le parti rimangono separate e impossibilitate ad essere messe in relazione tra loro.

Così può succedere che una parte di sé desideri profondamente qualcosa, mentre un’altra la sabota.
Oppure che si passi da uno stato all’altro — sicurezza, paura, distanza, bisogno — senza una continuità percepita.

Non è incoerenza, piuttosto mancanza di integrazione. E qui il “costo” diventa più chiaro: non tanto il fatto di aver diviso, ma il fatto di dover continuare a vivere senza poter tenere insieme.

Il lavoro psicologico non punta ad eliminare la dissociazione, ma costruire le condizioni perché ciò che è stato insopportabile in passato possa, lentamente, diventare pensabile e quindi integrabile.

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