Alessandra Proietti Psicoterapeuta

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Alessandra Proietti Psicoterapeuta Del mio lavoro amo soprattutto due aspetti:l'incontro con le storie delle persone e la possibilità che dal lavoro condiviso fioriscano storie diverse

04/10/2026

Donne in Cammino..non perdete questa opportunità 🪷⚘️🌟

Il Cesvipe in collaborazione con la Biblioteca Comunale di Grottaferrata presentano Donne, Dee ed Eroine. Il potere tras...
21/09/2026

Il Cesvipe in collaborazione con la Biblioteca Comunale di Grottaferrata presentano
Donne, Dee ed Eroine. Il potere trasformativo del Sacro Femminile

Sabato 3 Ottobre ore 11,30 - 13,00
presso la Biblioteca Comunale di Grottaferrata - Viale G.Dusmet, 20

Nel corso della nostra vita di donne, possiamo incarnare molte Dee, ovvero molti e diversi modelli comportamentali presenti in noi.
Conoscerli può aiutarci a scoprire le potenzialità, i lati oscuri e quelli in luce, i punti di forza e le criticità che ci abitano.
Ognuno di questi modelli è utile nelle diverse circostanze che incontriamo sul nostro cammino. Esplorarli, per integrarli, significa avere molte risorse disponibili per risolvere i nostri conflitti interni e per affrontare al meglio ostacoli e risolvere problemi.
L’incontro con le Dee è rivolto a tutte le donne che vogliano prendere contatto con le loro molteplici energie femminili, per comprenderne la potenza e l’unicità.

Conduttrici: Dott.ssa Alessandra Proietti, psicologa psicoterapeuta; Dott.ssa Sara Di Michele, psicologa psicoterapeuta ad approccio gestaltico e analitico-transazionale.

L’incontro è gratuito si terrà presso la Biblioteca Comunale di Grottaferrata, in Viale G. Dusmet, 20.

E’ gradita la prenotazione compilando il form di registrazione al link seguente https://cesvipe.it/webinar/donne-dee-ed-eroine-il-potere-trasformativo-del-sacro-femminile/.

Conduttrici: Dott.ssa Alessandra Proietti, psicologa psicoterapeuta; Dott.ssa Sara Di Michele, psicologa psicoterapeuta ad approccio gestaltico e analitico-transazionale.

21/09/2026
26/08/2026

ACCOGLIERE NON SIGNIFICA RASSEGNARSI

Si parla molto di accoglienza: accogliere ciò che sentiamo, ciò che ci accade, persino ciò che non possiamo cambiare. Ma è una parola che rischia di essere fraintesa.
Accogliere non significa sopportare. E soprattutto non significa rassegnarsi.
La rassegnazione contiene una rinuncia: qualcosa mi fa soffrire, vorrei che fosse diverso, ma penso di non poter fare altro che subirlo. L’accoglienza, invece, comincia da un atto di coscienza: riconoscere ciò che c’è, anche quando non corrisponde a ciò che vorremmo.
Il primo sguardo, però, dovrebbe rivolgersi verso di noi. Prima di attribuire interamente all’altro, a una relazione o a una situazione la causa del nostro disagio, dovremmo domandarci quale parte ci appartenga. Quali dinamiche ripetiamo? Quali aspettative portiamo con noi? Quali antiche ferite vengono riattivate dal presente?
Jung ci ha insegnato quanto facilmente proiettiamo fuori di noi ciò che ancora non riconosciamo dentro di noi. Per questo cambiare continuamente persone, luoghi o relazioni può diventare una fuga: possiamo cambiare scenario e ritrovare, poco dopo, lo stesso dramma con attori differenti.
Ma esiste anche il rischio opposto.
Il lavoro su di sé può trasformarsi in un alibi per sopportare indefinitamente ciò che ci fa male. Possiamo convincerci che dobbiamo comprendere ancora, essere più pazienti, lavorare ulteriormente su noi stessi. E qualche volta è vero. Altre volte, invece, dietro questa apparente saggezza si nascondono paura, abitudine, senso di colpa o timore dell’incertezza.
Qui Hillman aggiungerebbe forse qualcosa di prezioso: non tutto deve essere immediatamente corretto, guarito o ricondotto a una nostra mancanza. Occorre anche imparare a guardare ciò che si presenta per quello che è, senza costringerlo dentro una spiegazione che ci rassicuri.
Può arrivare allora un momento in cui abbiamo riconosciuto le nostre proiezioni, modificato il nostro comportamento, cercato di comprendere l’altro e osservato sinceramente le nostre paure. Eppure quella situazione continua a non appartenerci più.
Accoglierlo non significa aver fallito.
Significa prendere atto che una persona ha determinati limiti, che una relazione può offrirci soltanto ciò che è, che un ambiente forse non cambierà. E proprio questa accettazione della realtà può restituirci la libertà di scegliere.
Perché non sempre andarsene è una fuga, così come non sempre rimanere è coraggio.
Forse la differenza più profonda è proprio questa: la rassegnazione immobilizza, mentre l’accoglienza rende consapevoli.
Prima ci chiede di guardare dentro di noi e riconoscere ciò che possiamo trasformare. Poi ci chiede di guardare fuori di noi e vedere ciò che realmente esiste. Infine ci pone davanti alla domanda più difficile:
sto rimanendo perché questa realtà ha ancora qualcosa da chiedermi, oppure perché ho paura di lasciarla?
A volte accogliere significa restare e trasformarsi.
Altre volte significa riconoscere che la trasformazione più autentica consiste nell’avere il coraggio di prendere un’altra strada.

18/08/2026

Adattarsi è economico nel breve termine. Cambiare no: costa perdere certezze, mettersi in discussione, e attraversare un periodo in cui non sai più chi sei, dopo aver smontato difese che ti hanno protetto per anni.

Nessuno smonta gratis ciò che lo ha tenuto in piedi.

Ma l’adattamento ha una scadenza. Vale finché le condizioni reggono. Quando saltano, chi non ha cambiato niente si ritrova senza strumenti. Sul , e non sono alternative: la ricerca considera necessari entrambi, e nessuno seriamente sostiene solo l’adattamento.

16/08/2026

🎞A volte non è il tempo a cambiarci, ma un incontro.
Gioia Mia racconta la storia di due solitudini lontanissime che, imparando ad ascoltarsi, trasformano il dolore in possibilità di rinascita. Un film delicato che ci ricorda come la cura, la tenerezza e la relazione possano aprire porte rimaste chiuse troppo a lungo.

👉 Per la recensione completa Link in bio e su Spiweb al seguente link⬇
🔗https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/cinemente-gioia-mia-di-m-spampiato-report-di-di-valeria-dangelo/

16/08/2026

L’IMMAGINE PUBBLICITARIA E’ STATA RIMOSSA: E ADESSO?

L’immagine della pubblicità della Apple è stata rimossa. In questo lungo articolo provo a spiegare perché questa rimozione rappresenta un primo step importante del cambiamento oggi necessario al mondo e soprattutto ai nostri figli. L’articolo è lungo, ma importante. Per leggerlo ci vogliono circa 10 minuti. Se li hai prosegui, altrimenti torna a leggerlo in un altro momento. Io ci ho lavorato per parecchie ore, perciò ti sono grato se saprai valorzzarne i contenuti, ritenendoli adeguati e competenti, facendolo leggere ad altre persone.
La rimozione dell’immagine pubblicitaria, che oggi non è più visibile a Milano, dove era stata affissa, potrebbe rappresentare una vittoria per tutti noi che abbiamo considerato quell’immagine totalmente incongruente con quanto oggi sappiamo rispetto ai rischi correlati all’ingresso precoce dei minori nel mondo digitale. Al tempo stesso, ieri il Conseil Consitutionnel francese ha bloccato la legge, voluta da Macron, che stabiliva il divieto di accesso ai social media da parte dei minori di 15 anni. Al tempo stesso, negli Stati Uniti, Meta sta affrontando un’azione legale che potrebbe portarla a pagare una multa cumulativa di proporzioni mai viste prima, a causa dell’architettura che contraddistingue le sue piattaforme social, considerate additive nei confronti dei minori (e non solo) e in quanto tali, dannose per la salute mentale dei soggetti in età evolutiva.
Questa congiunzione di elementi è solo un piccolo indicatore di come il mondo stia cercando – con molta fatica – di guardare al mondo digitale con uno sguardo totalmente nuovo rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi.

Per anni, si è guardato al mondo digitale considerandolo una straordinaria opportunità. Questo ha favorito la logica pervasiva delle Big Tech che hanno introdotto devices e piattaforme in tutti gli ambienti scolastici (e di conseguenza nella vita di tutti i nostri figli e figlie) proponendo un’urgenza e una precocità di ingresso e di utilizzo che oggi la scienza definisce non oggettivamente vantaggiosa per i minori, che in tutto il mondo presentano indicatori di salute fisica e mentale usurati.

La rimozione dell’immagine gigantesca che a Milano mostrava un bimbo piccolissimo con in mano uno smartphone non è una vittoria né una sconfitta. E’ semplicemente un indicatore che qualcosa sta cambiando e rappresenta la prova che una parte significativa del mondo adulto oggi ha consapevolezze che pochi anni fa non esistevano.

Per anni, tutto il mondo tecno-entusiasta – fortemente sostenuto, finanziato e reso a sua volta pervasivo grazie al sostegno delle Big Tech (tutti ci ricordiamo la presenza alla Casa Bianca di tutti i Ceo delle Big Tech il giorno della seconda elezione di Trunp negli USA) non ha mai considerata degna di approfondimenti e di valutazioni serie e oggettive la correlazione tra uso dei devices e salute degli utenti. Tutte le volte che gli esperti (vedi il lavoro di J.Haidt con il suo fondamentale saggio “Generazione ansiosa”) hanno provato a dare evidenza dell’impatto sulla salute dei minori causato dalla frequenza del mondo online, le Big Tech, corroborate dalle dichiarazioni di alcuni scienziati e specialisti, si sono difese dicendo che non esistono prove scientifiche certe che dimostrino che quei danni siano la conseguenza dell’uso dei devices. Si utilizzano spiegazioni che si rifanno al paradigma della “complessità”, al mantra “correlation is not causation”: tutto ammissibile, se non che genitori e docenti quella correlazione la vedono molto chiaramente nella quotidianità dei loro figli e studenti e la scienza oggi ha sufficienti evidenze epidemiologiche e cliniche per sentirsi autorizzata a non arretrare di fronte ai detrattori che vorrebbero continuare ad affermare al mondo che “il digitale non è il problema”.

Tra l’altro, come spiegazione alternativa, da tutte le parti viene affermato che il problema siamo noi genitori, che non siamo capaci di educare i figli al buon uso del digitale, in quanto pigri, assenti, inetti: alla luce di quale evidenza scientifica, tutti i genitori dei cinque continenti nello stesso momento storico si sarebbero alleati per produrre nei loro figli la peggiore crisi di salute mentale mai vista in età evolutiva? Questa sarebbe la spiegazione scientifica dei dati epidemiologici di cui disponiamo oggi?

Non va trascurato che proprio di recente la stessa Corte di Cassazione, in un caso riguardante proprio la Apple, ha affermato che “l’incertezza scientifica non fa venir meno il dovere di informare l’utente da parte del produttore che gli vende un servizio o un prodotto. Infatti, quando gli studi disponibili abbiano prospettato un rischio plausibile, pur senza dimostrare in modo definitivo la nocività del prodotto, il professionista deve valutare misure informative proporzionate. .L’incertezza scientifica, dunque, non equivale a irrilevanza giuridica. Non dimostra automaticamente la responsabilità del produttore, ma impone al giudice di verificare se il rischio sia stato adeguatamente comunicato e governato”..
Ad oggi, le Big Tech non solo non hanno comunicato il rischio correlato all’uso dei loro prodotti e servizi, ma anche quando lo hanno identificato (ed è successo molte volte) hanno fatto di tutto per negarlo, nasconderlo, minimizzarlo al fine di tutelare il loro profitto economico ritenuto più importante della salute dei suoi utenti. Esattamente la stessa cosa avevano fatto le multinazionali del tabacco e per questo poi sono state condannate. Da quella condanna, è derivato che il tabacco è stato trattato per sempre e in tutto il mondo come “fattore di rischio” per la salute dei suoi utilizzatori.

La sanità pubblica oggi si è assunta la funzione e la responsabilità di raccontare, denunciare, prevenire il rischio oggettivo correlato all’uso del digitale in età evolutiva. Lo fa perché i dati oggi disponibili ci fanno parlare di “emergenza”. E quando c’è un’emergenza di sanità pubblica, si devono fare tre cose: educazione preventiva (interventi formativi rivolti alla comunità), cambiamenti ambientali (per esempio: scuole smartphone-free oppure rimozione di immagini come quella della pubblicità denunciata), interventi legislativi (per esempio: divieti basati sui limiti di età). La sanità pubblica ha già fatto questo con alcol, tabacco, gioco d’azzardo, etc.

Gli interessi delle multinazionali che fanno profitto con questo genere di prodotti e comportamenti non ha mai sostenuto il lavoro degli specialisti di prevenzione. Ogni giorno, io che faccio questo lavoro, vedo quanta contro-narrazione viene rivolta verso ciò che la sanità pubblica afferma e anche contro noi specialisti che stiamo provando a generare un cambiamento di cui siamo convinti non in quanto ideologicamente schierati contro il digitale, ma in quanto le competenze cliniche, epidemiologiche e preventive che abbiamo ci obbligano a fare questo lavoro per la salute della comunità. I pediatri parlano dei rischi associati al digitale in età evolutiva e le loro linee guida vengono smentite da filosofi e sociologi che certamente hanno competenze elevatissime, ma che non si troveranno mai a dover gestire problemi di salute mentale e fisica dei piccoli pazienti. Psichiatri e neuropsichiatri denunciano addiction e dipendenza correlati all’uso dei devices e in giro tantissimi opinionisti affermano che non esiste evidenza che il mondo digitale generi fenomeni di dipendenza. Lo si nega per i social e per i videogiochi, per la pornografia e per lo shopping online, per l’ossessione rivolta al corpo e per le pratiche di skin care e beauty-routine messe in atto da bambini di 9 anni (e ripeto: 9 anni). come è possibile tutto ciò? Come si può smentire di continuo l’emergenza clinica che chi lavora con l’età evolutiva osserva tutti i giorni?

Io da anni, come medico specialista di sanità pubblica e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ho deciso di parlare a genitori e comunità educante raccontando ciò che so, che studio, che constato nello svolgimento della mia professione. Non importa se nel farlo, ho collezionato ormai una lunga lista di haters e detrattori che mi definiscono: tecnofobico, profeta di sventura, ideologo, dinosauro, amante del vintage e spesso anche grande ignorante. No, non importa. Proseguo nel mio lavoro divulgativo e psicoeducativo, consapevole che negli ultimi quindici anni non ho mai dovuto cambiare la mia narrazione, alla luce dei dati di ricerca ad oggi disponibili. Per questo, io personalmente, considero la rimozione del manifesto pubblicitario che tanto ha fatto discutere in questi giorni, un passaggio che segna un movimento fondamentale dalla fase di “precontemplazione” a quella di “contemplazione” del problema, cosa che obbligherà le Big Tech a fare molta più attenzione non solo nei processi comunicazionali ma anche nella qualità, offerta e tipologia dei loro prodotti e servizi, perché la collettività ha dimostrato di aver cominciato a mettere l’asticella (che prima non c’era mai stata) al giusto posto: ovvero all’altezza della tutela della salute dei minori e non della tutela del profitto.
Se pensi che questo messaggio serva oggi ad altri adulti che stanno provando a cambiare lo status quo, commenta e condividi. Credo che sia utile farlo circolare soprattutto fra quegli adulti che ancora faticano ad avere accesso alla divulgazione medico-scientifica su questo tema.

Buon ferragosto.

P.S. L'immagine mi è stata inviata ed è tratta dalla pagina Facebook di Scuole Naturali.

12/08/2026

Uno dei principi fondamentali di tutto il pensiero junghiano è l’integrazione tra opposti, la cui tensione ci mette di fronte alla possibilità di comprendere che esistono realtà altre rispetto al nostro punto vista. Accettare l’Altro in noi comporta una deflazione dell'Io e delle sue certezze, nonché la creazione di una zona liminare nella quale ogni nostro atteggiamento e il suo contrario corrispondente nell’Altro, si dovranno fronteggiare. Perciò Jung ammonisce sé stesso, dicendo: “La via della vita è trasformazione non esclusione” . E ancora: “Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero” . L’interezza dunque è la condizione necessaria per non restare vittime dei conflitti presenti nell’animo.

04/08/2026

“Come stai? – E non rispondere tutto bene”, il nuovo programma di Radio 24 dedicato alla salute mentale, in onda dal 27 luglio a fine agosto. Una domanda semplice: Come stai?  Paolo Ruffini – attore, autore, conduttore radiofonico e ideatore del fenomeno teatrale Din Don Down – la use...

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