Dott.ssa Enrica Liaci - Psicologa

Dott.ssa Enrica Liaci - Psicologa �Psicologa del Lavoro e delle Organizzazioni;
�Psicoterapeuta Analitco- archetipica

15/08/2026

𝗟’𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲 𝗻𝗮𝗿𝗰𝗶𝘀𝗶𝘀𝘁𝗮

Kernberg osserva che per potersi innamorare è necessario avere positivamente superato due fasi fondamentali dello sviluppo psicologico: l’integrazione dell’erotismo orale nella reciprocità del rapporto oggettuale con la madre, e la piena soddisfazione genitale nell’ambito di una relazione matura. In definitiva la capacità di innamorarsi dipende dallo sviluppo di relazioni oggettuali interiorizzate positive. Molto spesso quando c’è una problematica connessa a ferite narcisistiche precoci esiste anche una sostanziale difficoltà a impegnarsi in una relazione matura al di là dell’incontro occasionale, quello che non lascia tracce né pone all’individuo particolari richieste. Sono incontri che permettono alla persona di mantenere le sue barriere difensive tutelandosi così da quella che appare come la più grave minaccia al suo equilibrio, cioè il coinvolgimento intimo.
Anche la promiscuità sessuale può essere interpretata come una fuga dal rapporto. Essa può infatti riflettere un’impossibilita di superare la fase del contatto epidermico e immediato, per arrivare a un coinvolgimento oggettuale pieno e stabile.
[…]
La promiscuità sessuale delle personalità narcisistiche è collegata al desiderio verso oggetti facilmente idealizzabili: verso donne belle o preziose agli occhi degli altri, o verso uomini emotivamente indisponibili, che devono essere conquistati ad ogni costo.
Quale è in realta il vissuto inconscio nei confronti di queste ambite prede? Kernberg parla di avidità e di invidia inconsce, di bisogno di impossessarsene per svalutarle […]
Queste personalità proiettano la loro invidia e la loro avidità inconsce sull’altro il quale, incarnando i loro fantasmi persecutori, solleciterà in esse il timore di essere “imprigionate”, “castrate”, “costrette”, fino ad arrivare alla rottura perché l’altro non comprende il loro bisogno di libertà. Dietro le spinte alla fuga, i tentativi manipolatori e le proiezioni di emozioni insostenibili sull’altro, si cela la profonda e inappagata speranza di trovare risposta a un enorme bisogno di amore umano.
(A. Carotenuto, Riti e miti della seduzione)
(Immagine: 1dontknows)

𝐂𝐢𝐚𝐧𝐞, 𝐢𝐥 𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚Ciane è una ninfa siciliana, una Naiade legata alla fonte d’acqua presso Siracusa, che p...
15/08/2026

𝐂𝐢𝐚𝐧𝐞, 𝐢𝐥 𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚

Ciane è una ninfa siciliana, una Naiade legata alla fonte d’acqua presso Siracusa, che porta ancora il suo nome. La sua è una storia dentro una storia più grande: Ade emerge dal sottosuolo per rapire Persefone e trascinarla verso gli inferi.

Ciane è la prima, e l’unica, a opporsi. Emerge dalla sua fonte e gli si para davanti: «Non dovevi farlo così. Una sposa si chiede, non si rapisce. Anch’io fui corteggiata prima delle nozze, non trascinata con la forza».

È un gesto senza speranza. Ciane è una ninfa minore, mentre Ade è il signore dei morti, fratello di Zeus. Non c’è confronto possibile e lei lo sa. Eppure si oppone.

Ade non la considera. Colpisce con lo scettro il terreno davanti a sé, la terra si apre e scompare negli inferi con Persefone. Ciane resta sola, impotente. Poi si dissolve, non perché Ade l’abbia colpita, ma per il dolore del rapimento che ha visto e non ha potuto impedire, per la violazione della sua fonte e per quell’impotenza totale.

Ovidio la descrive mentre si scioglie: le membra diventano molli, le ossa flessibili, finché smette di essere persona e diventa l’acqua stessa della fonte.

Questo mito racconta che a volte opporsi non cambia nulla, e spesso lo sai prima ancora di cominciare. Ciane conosce la distanza che la separa da Ade: non ha armi né il potere di costringerlo a fermarsi. Ha soltanto la voce, e la usa per dire che una sposa si chiede, non si prende con la forza.

Ma allora perché parlare, se sa che Ade non ascolterà?

Forse perché ci sono momenti in cui tacere significa lasciare che ciò che accade passi senza una voce contraria. Ciane non può fermare Ade, ma può dirgli che ciò che sta facendo è sbagliato. Il suo no non cambia l’azione del dio, ma lascia una testimonianza: qualcuno era lì, ha visto, ha compreso e ha provato a opporsi.

Poi Ciane si dissolve. Il suo corpo si scioglie fino a diventare l’acqua della fonte. Sembra difficile da accettare: si è opposta e ha perso. Nessuno la premia, nessuno interviene a salvarla, il suo gesto non impedisce il rapimento. Il prezzo dell’opposizione è la sua stessa trasformazione.

In una lettura hillmaniana, però, potremmo chiederci se questa trasformazione debba essere letta soltanto come una sconfitta. James Hillman ci invita a non guardare il mito esclusivamente attraverso la logica dell’Io, quella che misura gli eventi in termini di successo o fallimento, vittoria o sconfitta. L’anima parla attraverso le immagini e spesso ciò che appare come una perdita può contenere una trasformazione del modo in cui l’anima stessa può continuare a esistere.

Ciane perde il corpo, perde la possibilità di parlare, perde persino la possibilità di fermare ciò che accade. Ma diventa acqua: cambia forma senza scomparire completamente. La sua voce si trasforma in una presenza silenziosa, nella fonte che conserva il suo nome e nella traccia che permette a Demetra di conoscere la verità.

L’acqua, in questa prospettiva, è un’immagine profondamente psichica: non combatte, non resiste con la forza, ma scorre, penetra, conserva e riflette. Ciane non può opporsi ad Ade sul suo stesso terreno. La sua forza non è quella del dio: è una forza più sottile, femminile, immaginale, capace di trasformare la sconfitta in memoria.

Hillman ci inviterebbe forse a non chiederci soltanto “Ciane ha vinto o ha perso?”, ma “che cosa è diventata la sua esperienza?”. Il suo gesto non modifica il destino di Persefone, ma modifica il significato di ciò che è accaduto: il rapimento non rimane un evento senza testimone. Qualcuno lo ha visto. Qualcuno ha detto no. Qualcuno ne ha conservato la traccia.

È forse questo il senso più profondo della sua metamorfosi: non sempre la psiche può impedire ciò che accade, ma può trasformare il modo in cui quell’esperienza viene custodita, ricordata e trasmessa. Il no di Ciane non è efficace nel mondo esterno, ma diventa significativo nel mondo dell’anima.

La sua storia ci ricorda allora che non ogni opposizione deve necessariamente produrre un risultato immediato. A volte il compito dell’anima non è vincere, ma non identificarsi completamente con ciò che accade. Dire no significa mantenere una differenza, preservare uno spazio interiore in cui ciò che accade possa essere riconosciuto per ciò che è.

La voce di Ciane è scomparsa, ma è rimasta una traccia, il suo intervento non ha fermato Ade, però ciò che ha lasciato permette a chi arriva dopo di conoscere l’accaduto.
Così il mito lascia aperta una domanda: “vale la pena opporsi quando sai che non servirà?”
Ciane sembra rispondere di sì, parla sapendo che Ade non si fermerà e accetta, senza poterlo conoscere prima, il prezzo di quella opposizione.
Un’altra risposta possibile potrebbe essere: “se non puoi cambiare l’esito forse conviene conservare le proprie forze e aspettare il momento in cui intervenire possa servire davvero.”
Il mito, come sempre, non sceglie per noi, ci mostra la sconfitta di chi si oppone e ciò che può rimanere dopo la sconfitta.
Ciane diventa acqua, la fonte porta ancora il suo nome, la veste emerge quando Demetra arriva, e questo è quanto.
Ma ci mostra anche che quando il potere passa e nessuno sembra poterlo fermare, qualcuno può ancora dire no, e quel no spesso non può non cambiare ciò che sta accadendo, però può lasciare una traccia.
Per chi arriverà dopo.

𝐹𝑜𝑛𝑡𝑖
𝑂𝑣𝑖𝑑𝑖𝑜, 𝑀𝑒𝑡𝑎𝑚𝑜𝑟𝑓𝑜𝑠𝑖

14/08/2026

L'infanzia è la radice da cui cresce la nostra personalità. Se queste radici sono ferite, tutta la vita rischia di essere vulnerabile.

L'amore dei genitori dà al bambino sicurezza e forza. Ma freddezza, crudeltà o indifferenza lasciano ferite psicologiche profonde. Queste ferite non svaniscono da sole: influenzano le relazioni da adulti, l'autostima e anche la salute fisica.

Ecco sei traumi che spesso diventano compagni invisibili per tutta la vita.

1. Trauma del rifiuto: 'Non sono amato'

Quando il bambino viene criticato costantemente o ignorato, si convince che c'è qualcosa che non va in lui, per questo non è amato. Il rifiuto genera una dolorosa paura di non essere accettato e bassa autostima.

Da adulto, può sentire il bisogno di 'guadagnarsi l'amore' a tutti i costi - compiacendo, prendendosi cura degli altri in modo eccessivo o cercando la perfezione. Ma il senso di inutilità resta fino a quando non impara ad accettarsi così com'è.

2. Trauma dell'abbandono: 'Resterò solo'

L'assenza emotiva o fisica di uno o entrambi i genitori crea un vuoto dentro. Anche con un solo genitore emotivamente distante, il bambino prova solitudine.

Da adulti, chi porta questa ferita si aggrappa ai partner, accettando umiliazioni o tradimenti pur di non restare solo. Sembra dipendente nelle relazioni, ma in realtà cerca disperatamente il sostegno mai ricevuto da piccolo.

3. Trauma dell'umiliazione: 'Sono cattivo'

Se i genitori deridono, urlano o insultano il bambino per gli errori, lui inizia a credere di essere veramente 'difettoso'. La vergogna diventa la sua base.

Più avanti nella vita, può sacrificarsi di continuo per farsi amare, o al contrario umiliare gli altri. Alla radice c'è la convinzione: 'Non merito la felicità'.

4. Trauma del tradimento: 'Non posso fidarmi'

Promesse non mantenute, bugie o essere usati dai genitori creano l'idea che nessuno sia affidabile. Da qui nasce una sensibilità estrema alle bugie e il bisogno di controllare tutto.

Da grandi, queste persone faticano ad aprirsi nelle relazioni intime, convinte che il partner mentirà o deluderà. Così diventano sospettosi e rigidi, oppure evitano i legami stretti per paura di soffrire di nuovo.

5. Trauma dell'ingiustizia: 'Non sono visto per ciò che sono'

Il bambino ignorato, costretto a essere 'conveniente', abituato a mettere da parte i suoi desideri, perde il contatto con se stesso. Smette di ascoltare le proprie emozioni per adattarsi agli altri.

Da adulti, diventano perfezionisti ed esigenti con sé e con gli altri. Dietro questa rigidità si nasconde un dolore mai risolto: il desiderio di essere ascoltati e accettati per come sono davvero, non solo per come dovrebbero essere.

6. Trauma del controllo e dell'eccesso di sorveglianza: 'Non posso vivere la mia vita'

Il controllo eccessivo dei genitori può sembrare cura, ma in realtà toglie al bambino autonomia e libertà di scelta. Mancano così sicurezza in se stessi e senso di responsabilità.

Da adulti, alcuni diventano troppo dipendenti dalle opinioni altrui, temendo di prendere decisioni. Altri si ribellano e rovinano le relazioni per dimostrare indipendenza. Dentro di sé però si chiedono: 'Chi sono davvero, se mi hanno sempre detto come vivere?'

Questi sei traumi spesso non sono visibili per chi ci sta intorno, ma plasmano il nostro modo di legare, la felicità e persino la salute. Riconoscere la propria ferita è il primo passo per guarire. È importante smettere di incolparci per gli errori dei nostri genitori e darci quello che ci è mancato da bambini: amore, sostegno, accettazione e la libertà di essere noi stessi.

08/08/2026

Tutti i titoli, atleta per atleta 🥰🎁📚

🇮🇹 Alessia Orro
La casa degli spiriti (I. Allende)
Le braci (S. Márai)

🇮🇹 Sarah Fahr
L’amore ai tempi del colera (G. García Márquez)
La donna giusta (S. Márai)

🇮🇹 Denise Meli
Per chi suona la campana (E. Hemingway)
L’uomo che amava i cani (L. Padura)

🇮🇹 Paola Egonu
Le mille e una notte
La signora canta il blues (B. Holiday)

🇮🇹 Miriam Sylla
L’amica geniale (E. Ferrante)
Il libro della giungla (R. Kipling)

🇮🇹 Ilaria Spirito
I Racconti (J. Cortázar)
La festa del caprone (M. Vargas Llosa)

🇮🇹 Gaia Giovannini
Trilogia della città di K. (Á. Kristóf)
L’Aleph (J.L. Borges)

🇮🇹 Loveth Omoruyi
L’amico ritrovato (F. Uhlman)
Open (A. Agassi)

🇮🇹 Stella Nervini
Uomini che odiano le donne (S. Larsson)
Le lacrime di Nietzsche (I. Yalom)

🇮🇹 Carlotta Cambi
Patria (F. Aramburu)
Giobbe (J. Roth)

🇮🇹 Linda Nwakalor
Doña Flor e i suoi due mariti (J. Amado)
La guerra della fine del mondo (M. Vargas Llosa)

🇮🇹 Eleonora Fersino
Fútbol (O. Soriano)
Il lungo addio (R. Chandler)

🇮🇹 Anna Danesi
Racconti straordinari (E.A. Poe)
Fahrenheit 451 (R. Bradbury)

🇮🇹 Ekaterina Antropova
La ragazzina (V. Parrella)
Finzioni (J.L. Borges)

07/07/2026

𝐋𝐄 𝐏𝐀𝐑𝐎𝐋𝐄 𝐃𝐄𝐋 𝐌𝐈𝐓𝐎: 𝐀𝐍𝐀𝐍𝐊𝐄
Viviamo convinti che quasi tutto dipenda da noi, che non esistano limiti veri, solo ostacoli da aggirare.
I greci avevano una parola per ciò che non si aggira in nessun modo.
Ananke, la necessità, l'unica potenza a cui perfino gli dèi si piegano.
Ananke significa necessità, costrizione, forza.
Il termine esprime l'idea della costrizione, di ciò che obbliga e non lascia alternativa.
Già in Omero la parola indica quello che si deve fare per forza: è necessario combattere, si dice, con questa parola, non perché lo si voglia, ma perché non c'è altra via.
Per capire dove la mettevano i greci, serve un confronto con due parole vicine, che in questa serie abbiamo già incontrato.
Moira è la porzione, la parte di vita che ti tocca in sorte.
Themis è l'ordine giusto, come le cose dovrebbero stare.
Ananke appartiene a un altro livello: non indica ciò che ti spetta, né ciò che è giusto, ma ciò che semplicemente non può essere diverso da com'è, la morte, il limite, le leggi immutabili del mondo.
Come l'usavano i greci.
Un antico detto greco affermava che neppure gli dèi combattono contro Ananke.
Zeus governa l'Olimpo, comanda i fulmini, piega uomini e dèi, ma davanti alla necessità, perfino Zeus si arresta.
Euripide, nell'Alcesti, fa dire al coro che dopo aver cercato in ogni sapere non ha trovato nulla di più forte della Necessità.
Nulla. Sopra tutto, lei.
Nella cosmogonia orfica Ananke è una potenza primordiale, nata all'origine del mondo.
La immaginavano avvolta come un serpente attorno all'universo, intrecciata a Chronos, il Tempo, i due insieme a stringere il cosmo dall'esterno, il Tempo e la Necessità che tengono legata ogni cosa.
E c'è un legame che chiude un cerchio di questa serie.
Secondo Platone, nel mito di Er, Ananke è la madre delle Moire, le tre filatrici del destino, che avevamo già incontrato, sono figlie della Necessità.
Siedono ai piedi di lei, che regge il grande fuso attorno a cui ruotano tutte le sfere del cielo, e filano: una il passato, una il presente, una il futuro.
Il destino nasce dal grembo della necessità, prima viene ciò che deve essere, poi le sue figlie lo intrecciano in ogni singola vita.
Forse nessun personaggio incarna Ananke meglio di Edipo.
Quando scopre l'oracolo che gli predice l'uccisione del padre e le nozze con la madre, fugge da Corinto per evitarlo.
Ogni scelta sembra un atto di libertà, eppure ogni passo lo conduce proprio verso ciò da cui voleva scappare.
La necessità, nel mito greco, non è sempre una catena che impedisce di muoversi: a volte è la strada stessa che crediamo di aver scelto per sfuggirle.
Come la usiamo oggi.
Noi di questa parola ne abbiamo fatto quasi una nemica.
La nostra civiltà è, in gran parte, una lunga guerra contro Ananke.
La tecnica promette di piegare ogni limite, rimandare la morte, superare ogni confine del corpo e della natura, abbiamo smesso di credere che qualcosa sia davvero inevitabile: pensiamo che tutto, prima o poi, si possa risolvere, correggere, rimediare.
Sappiamo bene che in molte cose è una conquista: malattie che erano una condanna oggi si curano, distanze che erano invalicabili ora si possono attraversare, ma qualcosa si è perso per strada, e forse Ananke è proprio la parola giusta per dirlo.
Abbiamo dimenticato che una parte del reale non si negozia, che si nasce senza aver scelto, si invecchia, si perde e purtroppo si muore.
Non ricordiamo che il limite non è sempre un ostacolo tecnico da abbattere: a volte è la forma stessa delle cose.
I greci non adoravano Ananke, la temevano, la riconoscevano, e in quel riconoscimento c'era una forma di saggezza che noi oggi facciamo fatica a capire.
Loro sapevano che combattere l'inevitabile significa perdere due volte: la battaglia e la pace, che c'è più forza nel guardare in faccia la necessità che nel fingere di poterla sempre vincere.
Forse è per questo che Ananke ha ancora molto da dirci.
È vero, non che dobbiamo arrenderci, ma esiste una differenza tra ciò che possiamo cambiare e ciò che dobbiamo imparare a sopportare.
Riconoscere questo confine, invece di negarlo, non è debolezza, è l'inizio dell'unica libertà che ci è concessa: quella di scegliere come stare di fronte a ciò che non dipende da noi.

𝐹𝑜𝑛𝑡𝑖
𝑂𝑚𝑒𝑟𝑜, 𝐼𝑙𝑖𝑎𝑑𝑒
𝐸𝑢𝑟𝑖𝑝𝑖𝑑𝑒, 𝐴𝑙𝑐𝑒𝑠𝑡𝑖
𝑃𝑙𝑎𝑡𝑜𝑛𝑒, 𝑅𝑒𝑝𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎
𝐹𝑟𝑎𝑚𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑜𝑟𝑓𝑖𝑐𝑖

19/06/2026
08/06/2026

Nella scuola si parla poco dell’uso sempre più esteso di PDP e strumenti compensativi e di misure dispensative. Nati per garantire pari opportunità, rischiano di diventare routine burocratica, applicati in automatico senza valutare la reale utilità per lo studente. Talvolta, anziché aiutare, abbassano le aspettative e indeboliscono il percorso di apprendimento. Sarebbe urgente interrogarsi: sono sempre la soluzione migliore o un modo per aggirare le difficoltà invece che affrontarle?

Indirizzo

Via Carlo Franchi
L'Aquila
67100

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