07/08/2026
Ciao Paolo,
sei arrivato in comunità il 20 marzo 2006 vent'anni fa, accompagnato da tuo zio e da un amico di famiglia. Fin dal primo giorno hai lasciato intravedere il tuo carattere: burbero, schivo, ma allo stesso tempo sempre attento a rispettare le decisioni degli altri.
Il bere, ciò che ti aveva portato qui, è apparso fin da subito quasi un dettaglio secondario. La tua vera battaglia, quella che ti ha accompagnato per tutta la vita, era un'altra: la solitudine. Una solitudine che il tuo orgoglio ti impediva di raccontare, anche se dietro quella scorza ruvida si nascondeva una grande generosità.
Fuori da qui non avevi più una famiglia e non eri riuscito a costruirtene una. Qui, invece, hai scelto di restare. Hai capito, a modo tuo, con poche parole e tanti fatti, quanto fosse importante appartenere a qualcuno, a un gruppo, a una casa.
Dal nostro incontro è nato un rapporto durato oltre vent'anni. Chi ti ha conosciuto sa che la tua terapia non è passata soltanto dagli incontri o dalle regole della comunità, verso le quali spesso opponevi una silenziosa resistenza. La tua vera cura è stata un'altra: stare insieme agli altri, sentirti parte di qualcosa che non ti avrebbe lasciato andare.
Tu non l'avresti mai spiegato così. Ma si vedeva. Si vedeva nel modo in cui restavi, nel modo in cui c'eri sempre, nel lavoro condiviso, fianco a fianco con gli altri, senza bisogno di parlare. A te bastava questo per sentirti a casa. La condivisione, per te, non passava dalle parole. Passava dallo stare, dal fare insieme, dall'esserci quando serviva.
Ed è forse per questo che la comunità, più che un luogo di cura, è diventata il posto in cui la tua solitudine, quella vera, quella di sempre, riusciva ad allentarsi un poco. Ma non se n'è mai andata del tutto.
Parlavi con gli occhi, come hai sempre fatto. Cercavi gli altri, restavi lì, e si capiva che dentro avevi tante cose da dire, ma non riuscivi a trovare le parole. Le custodivi gelosamente, come si custodiscono le cose più importanti. E spesso finivi per indossare i panni della vittima sacrificale. Ma se c'era una cosa che proprio non sopportavi era sentirti dire di fermarti, di non guidare o di non lavorare.
Eri essenziale nei modi e nello stile di vita. Mai in prima linea, mai alla ricerca di riconoscimenti. Un lavoratore instancabile, a qualsiasi ora, incapace di riconoscere il tuo limite, nemmeno quando la malattia ti chiedeva di rallentare.
All'ultimo compleanno ti abbiamo visto commuoverti. E con te si sono commossi anche alcuni dei ragazzi, quei compagni di strada che avevano condiviso gli anni più difficili. Non serve aggiungere altro per raccontare chi è stato Paolo per questa comunità: un uomo che non sapeva esprimere l'affetto con le parole, ma che lo faceva sentire ogni giorno con la sua presenza.
Ti sei speso fino agli ultimi giorni per il bene della comunità, quella comunità che avevi scelto come famiglia. Solo la malattia, alla fine, è riuscita a fermarti. Tu, da solo, non ti saresti mai fermato.
Di te resta l'immagine di un uomo silenzioso, che ha dato molto più di quanto abbia mai chiesto, e che qui ha trovato — e restituito — il senso più profondo dell'appartenenza.
Caro Paolo di te ricorderemo anche l'ultima lezione di coraggio: quella con cui hai affrontato una malattia arrivata improvvisamente e che, inesorabilmente, ha fatto il suo corso. L'hai affrontata come avevi affrontato tutta la vita: con dignità, senza smettere di lottare.
E tu, Paolo, cosa ricorderai di noi?
Ci piace pensare che ti sia portato nel cuore il bene che abbiamo cercato di dimostrarti ogni giorno. Le fatiche condivise, il lavoro fatto fianco a fianco, le discussioni, le riconciliazioni, i sorrisi, i silenzi. Ci piace pensare che tu abbia sentito quanto eri importante per noi e quanto questa comunità, che tu avevi scelto come casa, ti abbia considerato uno di famiglia.
Spesso i ragazzi ci chiedevano: «Ma davvero tutto questo tempo in comunità?»
La risposta è sempre stata una sola:
«Pur avendo i mezzi e le possibilità di andare via, Paolo ha scelto di vivere la sua solitudine con noi. E, scegliendo noi, ha scelto la sua famiglia.»
Grazie, Paolo.
La Comunità tutta e il nostro carissimo Don ti salutano