04/09/2026
Quando una terapia finisce davvero.
Ieri abbiamo chiuso un percorso e io mi sono presa un po' di tempo per elaborare.
Obiettivi raggiunti. Non perché "va tutto bene per sempre", ma perché ora ha gli strumenti per stare nel mondo anche quando non va tutto bene.
Ci siamo stretti la mano. Si è chiusa la porta.
Ed è lì, in quel secondo dopo, che succede qualcosa che raccontiamo poco.
Dentro la stanza resta un silenzio diverso. Più leggero, ma anche pieno.
Io provo emozioni contrastanti, sempre.
Felicità: quella pulita di chi ha visto una persona fiorire. Che è arrivata piegata dal dolore e oggi esce più dritta, più sua.
Orgoglio: non per me. Per lei/lui. Per tutto il lavoro che ha fatto. Io ho solo tenuto la luce accesa, il cammino lo ha fatto lei.
Malinconia: sì, perché in quella stanza abbiamo condiviso pezzi di vita irripetibili. Ho conosciuto le sue paure più segrete, i suoi sogni più grandi. C'è un legame, che non sarà amicizia, ma è profondamente umano. E lasciarlo andare è anche un piccolo lutto.
Cosa penso quando chiudo la porta?
"Ce l'ha fatta".
"Mi mancherà quel nostro appuntamento del martedì".
"Spero di aver fatto abbastanza".
E poi lascio andare. Con gratitudine. Perché accompagnare qualcuno fino al punto in cui non ha più bisogno di te è il senso più profondo di questo lavoro.
Non curiamo per tenere legati. Curiamo per rendere liberi di andare.
A chi ha chiuso il suo percorso: grazie per avermi permesso di camminare un pezzo di strada con te, per esserti fidato e affidato. Buona vita.