14/09/2026
Ogni settembre sembra quasi che i ragazzi debbano tornare a scuola felici per contratto. Li fotografiamo con lo zaino nuovo, chiediamo se sono emozionati e ci aspettiamo la risposta giusta. Il rientro, però, non ha lo stesso significato per tutti. Molti ritroveranno con piacere amici e abitudini, mentre altri sentiranno tornare l’ansia di non essere all’altezza, la paura di incontrare di nuovo chi li ha feriti o quel mal di pancia della domenica sera al quale noi adulti diamo troppo in fretta il nome di capriccio.
Da psicologo, quest’anno vorrei rivolgere il mio augurio soprattutto a loro. Non sentirsi pronti non significa avere qualcosa che non va. Significa avere bisogno di un po’ più di tempo e di qualcuno disposto a capire cosa renda così faticoso attraversare quel cancello.
Quando un figlio dice che non vuole andare a scuola, la prima risposta adulta non dovrebbe essere un giudizio sulla sua volontà. Fermiamoci prima di definirlo pigro, svogliato o disinteressato. Dietro quelle parole può esserci una storia che non siamo ancora riusciti ad ascoltare. Anche il rendimento va tenuto al suo posto: un voto valuta una prova, non può diventare il nome di un ragazzo né la misura del suo valore.
Auguro agli insegnanti di trovare il tempo per accorgersi anche di chi non chiede nulla, perché spesso i ragazzi che sembrano non avere problemi sono semplicemente diventati molto bravi a nasconderli.
Buon anno scolastico, soprattutto a chi entrerà in classe portando un peso che non si vede. Mi auguro che trovi un adulto capace di accorgersene, prima che quel peso venga scambiato per svogliatezza, disinteresse o cattiva educazione.