Studio di Psicoterapia Tertulliano 35 di dott.ssa Carmen Rinaldi

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Studio di Psicoterapia Tertulliano 35 di dott.ssa Carmen Rinaldi Psicoterapia sistemico-relazionale. Terapia EMDR
Consulenza sessuologica

07/06/2026
Oggi vorrei parlare di depressione.​Parliamo di una patologia che, dati epidemiologici alla mano, rappresenta un'emergen...
03/06/2026

Oggi vorrei parlare di depressione.

​Parliamo di una patologia che, dati epidemiologici alla mano, rappresenta un'emergenza silenziosa e un tema di enorme impatto a livello sociale: l'OMS stima che ne soffrano oltre 280 milioni di persone nel mondo, con ripercussioni profonde sulla vita quotidiana, lavorativa e relazionale di chi ne è colpito.

È una condizione complessa, multifattoriale, che tocca la biologia, la chimica cerebrale e la storia personale.
​Di tutto questo, però – dei sintomi, dei criteri diagnostici e dei dati – trovate ormai informazioni ovunque sul web.

​Quello che vorrei fare oggi è andare oltre il sintomo e invitarvi a guardare questa sofferenza da una prospettiva differente.

​A volte, infatti, è necessario fare un passo di lato: da un punto di vista clinico è fondamentale analizzare ciò che accade dentro la persona, ma è altrettanto importante guardare nello spazio che unisce la persona ai suoi legami.

​Quando iniziamo a osservare il dolore con questi occhiali, ci accorgiamo che la depressione può prendere forma proprio all' interno della rete dei nostri legami. Da questo punto di vista, il blocco depressivo è spesso legato a dinamiche molto precise:

▶️​L'esaurimento del "pilastro": Il sintomo colpisce frequentemente chi, in famiglia o nella coppia, ha ricoperto per anni il ruolo di quello forte, caricandosi dei bisogni e delle fatiche di tutti fino a esaurire completamente le proprie risorse emotive.

➡️​Un blocco evolutivo della famiglia: La depressione spesso può esordire durante un momento di grande cambiamento (un lutto, i figli che crescono e si rendono autonomi, una crisi di coppia) che il nucleo fa fatica a superare. La sofferenza del singolo diventa così il riflesso di una difficoltà di movimento di tutto il sistema.

▶️​Un messaggio relazionale involontario: L'apatia e il ritiro, pur nella loro drammaticità, possono rappresentare l'unico modo (spesso inconscio) per imporre un confine protettivo e segnalare agli altri che gli equilibri attuali non sono più sostenibili.

💠​Guardare la depressione in quest'ottica non significa sminuire il dato biologico o il dolore individuale. Significa restituire un senso umano a quel dolore e aiutare la persona a comprendere il messaggio sottostante. Partendo da questa consapevolezza (passaggio per me indispensabile), sarà possibile trovare modalità più funzionali e protettive per iniziare finalmente a prendersi cura di sé e delle sue relazioni.

Due anni fa aprivo finalmente le porte del mio nuovo studio professionale a Milano. Lo chiamo spesso la mia "creatura", ...
16/05/2026

Due anni fa aprivo finalmente le porte del mio nuovo studio professionale a Milano. Lo chiamo spesso la mia "creatura", perché nasce da un desiderio profondo di creare uno spazio di ascolto che mi somigliasse davvero.

​Se c’è una cosa che questi oltre vent'anni di lavoro mi hanno insegnato, è che in questo mestiere non si è mai "arrivati".
​Spesso si pensa che l'esperienza serva a dare risposte pronte. Io credo invece che serva a saper stare meglio nelle domande. Ogni persona che varca quella porta arricchisce me tanto quanto spero di fare io con lei. È uno scambio continuo e un imparare reciproco.

​Cerco di perseguire un principio per me fondamentale, ovvero che la psicoterapia debba essere accessibile e quindi sostenibile per chi scelga di intraprenderla. Questo è un impegno che porto avanti da sempre, attraverso diverse iniziative che di volta in volta ho attivato negli anni, e rimane uno dei principi guida della mia attività.

​Questo studio cresce ogni giorno di più grazie alla fiducia che mi date e a tutto quello che, seduti su quella poltrona, insegnate anche a me.

​Grazie per questi primi due anni, insieme.



05/05/2026

"La gente sta male se non viene vista".
​Questa frase di Gianfranco Cecchin racchiude, nella sua semplicità, il cuore di molta sofferenza umana. Spesso tentiamo di dare un nome complesso al nostro malessere, ma il problema, a volte, risiede nel fatto di sentirci trasparenti.

​Il riconoscimento è la condizione essenziale per la formazione e la tenuta del nostro nucleo identitario.
​Non si tratta di ricevere complimenti o essere lodati. Il riconoscimento è l’atto attraverso cui l’altro — il genitore, il partner, il collega — si accorge della nostra esistenza e ci restituisce dignità. Ci riconosce come soggetti dotati di un mondo interno e di emozioni, indipendentemente da ciò che facciamo.

​Quando questo riconoscimento manca, la struttura interna della persona può diventare fragile e possono innescarsi dinamiche relazionali dolorose:

🔸​Si possono attivare comportamenti sintomatici nel tentativo di essere finalmente "visti" dall'altro.

🔸​Ci si può sforzare di essere iper-performanti, nel tentativo di "meritare" il diritto di esistere, attraverso i risultati.

🔸​Oppure ci si può spegnere, convinti che la propria presenza non abbia un impatto o un valore.

​Crescere in un ambiente capace di offrire un attaccamento sicuro significa proprio questo: essere stati "visti" nella propria unicità. È questa esperienza che permette di costruire un’identità definita e forte, capace di non sgretolarsi anche quando il mondo esterno non ci restituisce l'immagine che vorremmo.

Secondo me dovremmo parlarne molto di più e più efficacemente.​
​Dovremmo portare questa consapevolezza nelle famiglie, nelle scuole e negli ambienti di lavoro. Il riconoscimento è l’atto che permette di dire all'altro: "Io ti vedo. Tu ci sei. E la tua presenza ha un senso". Sarebbe un primo e prezioso passo per una società capace di tutelare davvero la salute mentale e la dignità di ogni individuo.

Alcune persone, quando pensano alla psicoterapia, immaginano una figura un po' "distaccata", quasi impassibile, che pren...
11/04/2026

Alcune persone, quando pensano alla psicoterapia, immaginano una figura un po' "distaccata", quasi impassibile, che prende appunti in silenzio. Un "esperto" che applica tecniche su un "paziente".
​Ma la terapia non è solo tecnica: è relazione e ascolto autentico.
​Vi dirò di più: a volte, anche durante una seduta faticosa, ci può scappare un sorriso, perfino una risata, perché la vita entra in studio e noi ne siamo parte. Questi momenti non sono distrazioni. Sono istanti di profonda condivisione umana, che possono allentare la tensione, normalizzare un momento difficile o semplicemente ricordarci che siamo persone, prima di essere terapeuta e paziente.
​Credo profondamente che l'autenticità sia uno strumento clinico potente. Mostrarsi umani, con empatia e calore, non toglie professionalità; al contrario, crea lo spazio di sicurezza necessario affinché il paziente possa re-imparare a narrare la propria storia, non più da solo, ma all'interno di una relazione curativa ed empatica.
​È un viaggio che si fa insieme...

"Agisci sempre in modo da aumentare il numero delle tue possibilità di scelta." Heinz von Foerster​Buon sabato e buona d...
21/03/2026

"Agisci sempre in modo da aumentare il numero delle tue possibilità di scelta." Heinz von Foerster

​Buon sabato e buona domenica di nuove possibilità.

06/03/2026

Esiste una forma di violenza sottile nel mantra contemporaneo del "puoi essere tutto ciò che vuoi".
Ci hanno venduto l’idea che la salute mentale sia un’espansione continua, una performance di benessere, un efficientamento dei processi emotivi. Ma la psiche non è un software da aggiornare.
​Senza la capacità di dire — a se stessi e al mondo — "fin qui arrivo, oltre non posso", restiamo frammentati in mille direzioni, schiavi di un ideale di perfezione che non ci appartiene. Accettare il proprio limite non è un atto di rassegnazione o di pigrizia. È, al contrario, un atto di profonda onestà clinica.
​Curare, a volte, significa proprio questo: restituire dignità alla stanchezza, al "non so", al "non ce la faccio".

Buon weekend a ciascuno di voi!

C’è una frase che sento risuonare spesso, nei talk show e sui social, ed è quella che punta il dito contro i genitori di...
23/01/2026

C’è una frase che sento risuonare spesso, nei talk show e sui social, ed è quella che punta il dito contro i genitori di oggi, ritraendoli come figure troppo fragili, troppo amici dei figli o semplicemente incapaci di educare. Sembra quasi che ci sia un tribunale sempre aperto, pronto a sentenziare che "ai miei tempi era diverso" e che oggi la famiglia sia un sistema al collasso. Ma da psicoterapeuta che incontra la fatica reale delle persone, sento il bisogno di guardare oltre questa narrazione così severa.
​La verità è che oggi fare il genitore è un atto di equilibrismo. Non è che manchi la volontà di dare regole o la forza di imporsi; è che siamo immersi in un contesto che è cambiato radicalmente, dove la vecchia "comunità educante" è svanita, lasciando madri e padri isolati nel peso di una responsabilità enorme. Quella che spesso viene etichettata come debolezza o eccesso di permissività è forse un tentativo onesto di una generazione che cerca di non ripetere i silenzi e le rigidità del passato? Forse si sta solo provando a sostituire il timore con il dialogo? Certo, a volte si sbaglia e ci si sente smarriti, ma cercare una connessione emotiva con i propri figli non è un fallimento, è un coraggioso investimento relazionale.
La salute mentale di una famiglia non passa attraverso la perfezione o l’assenza di conflitti, ma attraverso la capacità di restare presenti anche quando tutto sembra difficile. Essere quello che Winnicott chiamava un "genitore sufficientemente buono" significa proprio questo: accettare la propria imperfezione e continuare a camminare accanto ai propri figli, nonostante il rumore di fondo di chi giudica da lontano. Forse, invece di altre critiche, ciò di cui i genitori hanno davvero bisogno oggi è di sentirsi dire che la loro fatica ha valore, che i loro dubbi sono legittimi e che non sono soli in questa complessa, bellissima e faticosa costruzione di senso.

18/01/2026

Sicuramente l’ho già detto molte volte, ma oggi voglio dirlo ancora più forte, perché lo vedo ogni giorno negli occhi dei ragazzi che incontro in studio e nelle preoccupazioni dei loro genitori.
​C’è un errore che commettiamo spesso: guardare all'attacco di panico o all'ansia come a un incendio da spegnere il prima possibile, un guasto da riparare, un "fastidio" da eliminare per tornare a funzionare come prima.

​Certo, i sintomi sono spaventosi: il respiro che manca, il cuore a mille, la sensazione di perdere il controllo. Ma se ci limitiamo a "spegnere" l'ansia con una pillola o con la sola forza di volontà, stiamo solo mettendo un cerotto su una ferita che ha bisogno di ossigeno.
Il sintomo di un giovane non è mai un evento isolato. È un messaggio inviato a tutto il "sistema" (famiglia, scuola, relazioni).

▶️​L’ansia ha una funzione: spesso arriva per bloccare una situazione che è diventata insostenibile. È un "fermo biologico" che ci impedisce di andare in una direzione sbagliata.
▶️​Il panico è un paradosso: è un modo per chiedere aiuto restando "forti", o per restare vicini ai genitori proprio quando il desiderio di indipendenza fa troppa paura.
▶️​Il sintomo protegge un equilibrio: a volte il malessere di un figlio serve a tenere unita una famiglia o a coprire altri silenzi che farebbero troppo male.

​Curare l’ansia non significa tornare al "punto di prima". Significa evolvere. Significa capire che quel sintomo è il miglior tentativo che la persona sta facendo, in quel momento, per sopravvivere a un contesto o a una fase di vita difficile.

✨​Non dobbiamo spegnere la luce, dobbiamo capire cosa quella luce sta illuminando.





"Chi vuole viaggiare felice, deve viaggiare leggero." ​...Sentire finalmente le spalle libere e il passo più svelto...​A...
04/01/2026

"Chi vuole viaggiare felice, deve viaggiare leggero."

​...Sentire finalmente le spalle libere e il passo più svelto...
​A volte pensiamo che per farlo basti la forza di volontà, ma la verità è che per "lasciare andare" serve prima di tutto capire. Dobbiamo comprendere perché quei pesi sono stati lì per così tanto tempo: spesso sono stati scudi necessari, modi in cui abbiamo cercato di proteggerci quando non avevamo altre difese.
​Ma questo passaggio non sempre si può fare da soli.

​È nella stanza della terapia che questo incontro diventa possibile. È quello spazio protetto dove possiamo guardare la nostra armatura senza paura e far intervenire la nostra parte adulta. In quel luogo sicuro, possiamo finalmente dire a quel vecchio peso:
​"Ti vedo. So che mi hai protetto quando tutto intorno vacillava. Ma ora ci sono io, la mia parte adulta è qui, e tu puoi finalmente riposare".
​Accogliere il modo in cui abbiamo cercato di sopravvivere è spesso il modo per cambiare davvero.

Viaggiare leggeri non significa viaggiare indifesi: significa aver trasformato il peso del passato nella forza del presente.




Indirizzo

Via Tertulliano, 35
Milan
20137

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

Telefono

+393470139818

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