22/06/2026
Tutta colpa del Genius Loci. Quando un luogo fisico - le Ciminiere - respira ancora delle zaffate di dispersione dei fumi provenienti dalle fornaci di raffinazione dello zolfo e diventa sede museale del cinema e dello sbarco del 1943 non può che essere la sede per antonomasia dell'incontro con Tania Anastasi e i suoi racconti storici. La nostra autrice, prima, ha attraversato lo Stivale vincendo premi a Sarzana [2022/23] e Cefalù, accompagnando i ragazzi a Floristella con il suo primo romanzo "Carusi di miniera", ispirato al quadro di Onofrio Tomaselli, poi, è approdata alle Ciminiere, nell'incontro con il direttore del suo polo museale, l'architetto Salvino Maltese, letteralmente conquistato dalla doppia fatica dell'autrice del nuovo romanzo ambientato nella Catania bombardata della seconda guerra mondiale - "Abbiamo incontrato la cecità" - per i tipi della Pav Edizioni. Nel tipico "cortile siciliano", riproduzione fedele di uno scorcio d'epoca di ambientazione civica con i suoi balconi e vicoli - già porta d'ingresso- per l'esperienza interattiva con il Museo dello Sbarco 1943, lo scorso sabato 20 giugno, tutto concorreva per fondere materialmente le turbe oniriche di Anastasi con gli archivi storici e la più creativa ricostruzione di condizioni, contesti, fatti, emozioni, personaggi e loro verità, autonome dalla sua stessa creatrice una volta che lei stessa ammetteva, su richiesta della prof.ssa Alfina Scarcella, come nascessero i suoi personaggi: "Metto su carta questo va e vieni della Storia e sento che lo devo raccontare", proprio come insopprimibile impulso vitale, a maggior ragione che il suono delle sirene antiaeree partivano ad accompagnare, quasi a cadenzare, il ritmo dell'incontro. Se l'architetto Maltese si è concentrato sull'Era dello Zolfo, su quanta ricchezza, industria, ferrovia, avanguardia abbiano significato le Ciminiere, accanto alla condizione schiavile dei "carusi" esposti nella loro nudità e innocenza violata, il dott. Marcello Platania, delegato museale, si è soffermato sull'evento storico che ha preceduto e fatto da modello allo sbarco in Normandia, con l'operazione Husky, prima del 10 luglio del 1943, con i suoi 89 bombardamenti alla città di Catania che p***e quasi l'80% dei suoi edifici rasi al suolo. Il rifugio antiaereo metafora di cecità, buio, angoscia è qui, dopo la pioggia di ceneri dell'Etna, l'esatta rappresentazione sensoriale della pioggia di bombardamenti, a suggerire il prezzo di quasi 10mila morti solo in Sicilia. Ma è nel dialogo complice e curioso tra la professoressa Alfina Scarcella e la scrittrice Anastasi che si riproduce la bellezza della genealogia di donne che sbucano dai libri di Tania con forza inarrestabile (Maria, madre di Fano, Donna Pippa in "Carusi di miniera"; Ana in "Abbiamo conosciuto la cecità"). Tania Anastasi attinge a piene mani nei racconti del nonno Giovanni deportato in Africa e dalle memorie dello sfollamento in Aci Trezza di madre 91enne e zia ultra 98enne con episodi che sembrano inverosimili - la zia bambina legata all'albero sotto un bombardamento che non si vuole liberare per stizza e ribellione contro l'autorità adulta - eppure, ricorda la professoressa Scarcella, la cecità, patologia morale e civile come insegna Saramago non la semplice anopsia, accomuna entrambi i racconti. La "cecità per avidità" dei latifondisti che schiavizzano generazioni di bambini dai 7 ai 18 anni, per quasi un secolo almeno fino al 1970 - saranno impiegati anche con l'Ente minerario siciliano- tanto anche l'ex schiavo nero e attivista politico Booker T. Washington si stupiva, nel 1912, del modello di sfruttamento delle zolfatare di Lercara, di Gessolungo, probabilmente più usurante del trattamento degli stessi schiavi d'America. E ancora la "cecità del potere" dei signori della guerra che decidono i destini delle genti, dei popoli che da Pola e Trieste a Catania attraversano la stessa storia di sradicamento, separazione, dolore.
Scarcella cita Adorno e ne ricorda la lezione estetica: la letteratura e l'arte non devono mai essere uno strumento di conforto o consolazione, poiché l'arte consolatoria "anestetizza il dolore". Al contrario, per il filosofo della Scuola di Francoforte, l'arte autentica deve essere come una cicatrice che rammenta nel Dna e nei corpi, verità e male radicale, rifiutando di riconciliare l'individuo con una realtà alienata.
Il saluti conclusivi di Anna Bonforte per FareStormo_Ilcerchiodelledonne raccontano della forza delle donne che, in relazione da oltre 10 anni sul territorio, promuovono il valore di questa attenzione ai luoghi e alle persone, in continua oscillazione tra spazio e tempo, trovando nell'intimità della Storia, non un rifugio ma un passepartout per il futuro.