18/12/2025
17 Dicembre 2025: nel codice penale italiano viene introdotta la legge n.181/2025, che sancisce il reato autonomo di femminicidio.
Di fronte a questa svolta, sento l’esigenza di una riflessione che attraversa sia il piano personale che quello professionale.
Questa legge rappresenta un segnale simbolico forte: il riconoscimento istituzionale che il femminicidio non è un fatto privato né una tragica deviazione individuale, ma l’esito estremo di una violenza strutturale, radicata in dinamiche di potere, controllo e disuguaglianza di genere.
Un riconoscimento che giunge drammaticamente in ritardo, dopo una lunga scia di nomi, volti e vite spezzate che avrebbero dovuto essere sufficienti, già da tempo, a imporre un cambiamento.
Tuttavia, anche nella sua tardività, segna una presa di posizione chiara: la violenza contro le donne è una questione politica, sociale e culturale, non solo giudiziaria.
Come psicologa, però, non posso fermarmi al valore simbolico. Dal punto di vista professionale, questa legge pone interrogativi complessi.
Il rafforzamento della risposta penale è necessario, soprattutto in termini di tutela immediata delle vittime e di riconoscimento della gravità del reato; ma la clinica insegna che la violenza di genere non nasce nel momento dell’atto estremo: è preceduta da segnali, escalation, dinamiche relazionali patologiche, spesso intercettabili molto prima. Modelli relazionali disfunzionali, attaccamenti insicuri, difficoltà nella regolazione emotiva e credenze rigide legate al possesso o alla paura dell'abbandono possono creare un terreno fertile per la violenza. Per cui, se la legge non si accompagna ad un investimento strutturale nella prevenzione, nella formazione degli operatori, nel sostegno psicologico continuativo alle vittime e nel lavoro sui potenziali autori di violenza, il rischio è che resti una risposta ex post, necessaria ma insufficiente.
Riconoscere e punire il femminicidio è necessario, ma non può sostituire il lavoro educativo e sociale che dovrebbe trasformare il modo in cui pensiamo ai legami, all’affettività e al conflitto.
La vera sfida è intervenire prima che si arrivi all’irreparabile: educare, ascoltare, sostenere chi è a rischio e offrire strumenti concreti a chi subisce violenza.
Ogni femminicidio racconta una vita interrotta, un futuro spezzato, e il dolore delle famiglie non può essere compensato solo dalla punizione.
Soltanto attraverso un lavoro psicologico preventivo, attento e costante, unitamente ad un impegno culturale diffuso, possiamo sperare di fermare questa catena di perdite e costruire relazioni fondate sul rispetto, sulla consapevolezza e sulla cura reciproca.