04/08/2026
Sembrano forti, distratti, a volte persino superficiali. Ma dove piangono i papà?
Quando un bambino si ammala, quasi tutte le domande vengono rivolte alla mamma.
Come sta? Come riesce a gestire le crisi? Come affronta le visite, la scuola, le terapie e le notti senza dormire?
È comprensibile. Molto spesso è proprio la madre a essere maggiormente presente negli ambulatori, nelle chat con i medici, nei colloqui con gli insegnanti e nella gestione quotidiana della malattia.
Ma accanto a lei, qualche volta in prima linea e altre volte apparentemente più distante, c’è un papà.
Un uomo che potrebbe sembrare meno informato, meno preciso, meno attento ai particolari. Uno che davanti a una crisi dice: «Calmati, non è successo niente». Uno che sdrammatizza, fa una battuta, dimentica il nome di un esame, confonde la data di una visita o non ricorda esattamente quante volte sia stato somministrato un farmaco.
E la mamma, già stremata, può guardarlo e pensare: «Non ha ancora capito quanto è grave».
In alcuni casi può essere davvero meno coinvolto. Non tutte le famiglie sono uguali e non tutti i padri reagiscono nello stesso modo. Ma molte volte quella che appare come superficialità non è assenza di dolore.
È una difesa.
È il modo con cui un uomo cerca di non essere travolto da qualcosa che non sa nominare e che non può risolvere.
Il papà che sembra non capire
Nelle condizioni complesse, croniche, rare o neuropsichiatriche, le madri tendono spesso a immergersi completamente nella gestione della malattia: cercano informazioni, osservano ogni cambiamento, annotano i sintomi, confrontano terapie e tentano di collegare ogni comportamento del figlio a una possibile causa.
Molti padri assumono invece un atteggiamento più operativo. Vogliono sapere cosa bisogna fare oggi, quale visita prenotare, quanto costa, chi deve accompagnare il bambino e come organizzare il lavoro.
Non sempre riescono a sostenere ore di conversazioni sulla malattia. Possono cambiare discorso, cercare di ridimensionare un sintomo o dire che forse il bambino è semplicemente stanco.
Questo comportamento può essere percepito dalla compagna come disinteresse o negazione.
La letteratura sui padri di bambini con condizioni croniche mostra, però, un quadro più complesso. Una recente meta-sintesi internazionale descrive il loro percorso come un continuo tentativo di tenere insieme ruoli diversi: proteggere il figlio, sostenere la partner, garantire stabilità economica, partecipare alla cura e, nello stesso tempo, conservare una qualche forma di controllo sulla propria vita. (PubMed)
Il padre può quindi sembrare più distante non perché il dolore sia minore, ma perché tenta di confinarlo in una parte della mente per poter continuare a funzionare.
“Non facciamone una tragedia”
Alcuni papà assumono il ruolo di quello che ridimensiona tutto.
Dicono che bisogna aspettare, che passerà, che forse la mamma sta osservando troppo il bambino. Possono apparire duri, bruschi, incredibilmente ottimisti o persino irritanti.
A volte sembrano fare “gli sbruffoni”.
Usano l’ironia, si mostrano sicuri, scherzano con gli amici e continuano a parlare di lavoro, sport o problemi quotidiani come se in casa non stesse accadendo nulla.
Ma la domanda è: cosa succederebbe se smettessero di farlo?
Forse temono che, riconoscendo pienamente la gravità della situazione, non riuscirebbero più a contenerla.
Sdrammatizzare può diventare una barriera psicologica: finché riescono a dire «non è niente», possono illudersi di avere ancora il controllo.
Questo non significa che il comportamento debba essere sempre giustificato. Una madre non dovrebbe sentirsi sola nella gestione del figlio, né portare tutto il carico perché il compagno non riesce ad affrontare emotivamente la malattia.
Significa, però, comprendere che dietro l’apparente leggerezza può esserci una paura enorme.
L’uomo che deve aggiustare tutto
Molti uomini sono cresciuti con una precisa idea della paternità: proteggere, provvedere, trovare soluzioni.
Quando il figlio presenta una condizione complessa, questa identità viene messa profondamente in crisi.
Un padre può riparare una porta, risolvere un problema economico, parlare con il dirigente scolastico o cercare il migliore specialista. Ma non può entrare nella mente del figlio e spegnere un’ossessione. Non può fermare una crisi neuropsichiatrica con la forza di volontà. Non può garantire che una terapia funzionerà.
Non può promettere alla propria famiglia: «Sistemerò tutto».
Per alcuni uomini questa impotenza è devastante.
Le ricerche sui padri di bambini con disabilità mostrano che la cura può modificare profondamente il modo in cui essi percepiscono se stessi, il proprio ruolo familiare, la relazione con la compagna e le aspettative sul futuro. Alcuni sentono di dover essere forti, produttivi e capaci di affrontare concretamente la situazione anche quando sperimentano tristezza, paura, frustrazione e incertezza. (PubMed Central (PMC))
Quando non trovano una soluzione, possono sentirsi falliti.
Ma difficilmente lo dicono.
Possono diventare irritabili, chiudersi, lavorare di più, evitare le conversazioni o concentrarsi su problemi secondari. Invece di dire «ho paura», possono dire «non possiamo continuare a parlare sempre della malattia».
Invece di dire «mi sento impotente», possono dire «state esagerando».
Invece di dire «non sopporto di vedere nostro figlio così», possono uscire dalla stanza.
Il rifugio nel lavoro
Per molti papà il lavoro è contemporaneamente un obbligo e un rifugio.
È un obbligo perché una malattia comporta spese, viaggi, terapie, visite private, farmaci, giornate di assenza e talvolta la riduzione o la perdita del reddito di uno dei genitori.
Ma è anche un rifugio perché l’ufficio rappresenta un luogo in cui, almeno per alcune ore, quell’uomo può tornare a essere un collega, un professionista, un tecnico, un imprenditore o un operaio.
Non soltanto il padre di un bambino malato.
La ricerca descrive un conflitto molto doloroso: il padre vorrebbe essere presente alle visite e accanto al figlio, ma sente anche di dover continuare a lavorare per garantire il reddito e la stabilità della famiglia. Questa tensione può produrre senso di colpa in entrambe le direzioni. Se lavora, teme di non esserci abbastanza. Se resta a casa, teme di non riuscire a proteggere economicamente la famiglia. (PubMed Central (PMC))
Uno studio dedicato ai padri di bambini con tumore ha descritto risposte psicologiche associate alla pressione finanziaria, tra cui paura persistente, pensieri intrusivi, difficoltà di concentrazione, vergogna, perdita della gioia e la sensazione di non avere il diritto di esprimere i propri bisogni. (PubMed Central (PMC))
È possibile, quindi, che un padre appaia perfettamente efficiente sul lavoro mentre dentro sta crollando.
Può rispondere alle email, partecipare alle riunioni e parlare con i clienti. Poi chiudersi nel bagno dell’ufficio e piangere.
Può arrivare al parcheggio, restare qualche minuto in macchina e non riuscire a entrare.
Può ricevere un messaggio della moglie durante una riunione: «È di nuovo in crisi». Leggerlo, spegnere il telefono e continuare a parlare come se nulla fosse.
Non perché non gli importi.
Perché in quel momento non ha alternative.
Se si lascia andare, teme di non riuscire più a rimettersi in piedi.
Le lacrime che nessuno vede
Le madri caregiver, almeno in alcuni contesti, riescono più facilmente a raccontare ciò che stanno vivendo. Cercano altre mamme, entrano nei gruppi di supporto, scrivono, chiedono consigli e condividono la paura.
Molti padri lo fanno molto meno.
Non sempre perché non ne abbiano bisogno, ma perché possono percepire la richiesta di aiuto come una dichiarazione di incapacità.
In uno studio sui genitori di bambini con disturbo dello spettro autistico, madri e padri mostravano modalità differenti di affrontare lo stress; le madri risultavano più propense a ricercare supporto sociale. (PubMed)
Una revisione sistematica dedicata esclusivamente ai padri di bambini con malattie croniche ha inoltre rilevato che essi desiderano essere coinvolti, ma spesso si sentono trascurati dai servizi, poco considerati nelle conversazioni cliniche o visti soprattutto come accompagnatori e sostenitori economici. (PubMed Central (PMC))
Così il loro dolore diventa privato.
Piangono in macchina.
Piangono in ufficio.
Piangono sotto la doccia.
Piangono quando tutti dormono.
Oppure non piangono affatto e trasformano tutto in tensione, nervosismo, silenzio, mal di testa, insonnia o bisogno di restare sempre occupati.
La sofferenza maschile non si presenta necessariamente con il volto che ci aspettiamo. Può apparire come irritabilità, impazienza, iperattività lavorativa, isolamento o difficoltà a parlare.
Per questo, non vedere le lacrime non significa che non esistano.
Quando mamma e papà sembrano vivere due malattie diverse
In molte famiglie la malattia del figlio viene vissuta in due modi apparentemente opposti.
La mamma osserva ogni sintomo e cerca continuamente risposte.
Il papà prova a mantenere una quotidianità normale.
La mamma vuole parlare.
Il papà vuole agire.
La mamma teme che il problema venga sottovalutato.
Il papà teme che la malattia divori tutta la famiglia.
Entrambi possono avere una parte di ragione, ma entrambi possono sentirsi profondamente soli.
Lei può pensare: «Se non ci fossi io, nessuno si occuperebbe davvero di nostro figlio».
Lui può pensare: «Qualsiasi cosa faccia non è mai abbastanza».
Lei può accusarlo di essere approssimativo.
Lui può accusarla di essere ossessionata.
In realtà, potrebbero essere due persone terrorizzate che cercano di salvare la stessa famiglia utilizzando strumenti diversi.
Le ricerche sulle famiglie di bambini con malattie rare mostrano che madri e padri condividono molti aspetti del carico assistenziale, ma possono differire nel modo in cui organizzano la cura, cercano sostegno e vivono l’impatto sociale ed emotivo della condizione. (PubMed Central (PMC))
Il problema nasce quando queste differenze non vengono comprese e diventano una distanza permanente.
Quando la madre smette di fidarsi del padre.
Quando il padre si sente escluso perché «tanto lei sa già tutto».
Quando ogni conversazione diventa un’accusa.
Quando la coppia non è più composta da due persone che si sostengono, ma da due caregiver che tengono il conto di chi ha fatto di più.
Il dolore di non riconoscere più il proprio figlio
Nella PANS/PANDAS il cambiamento può essere improvviso e sconvolgente.
Un bambino che fino a poco tempo prima giocava, frequentava la scuola, mangiava e dormiva normalmente può manifestare ossessioni, compulsioni, tic, ansia estrema, crisi di rabbia, regressioni, rifiuto alimentare, difficoltà scolastiche e comportamenti che i genitori non riconoscono.
La letteratura specificamente dedicata all’esperienza dei padri nella PANS/PANDAS è ancora limitata. Non sarebbe quindi corretto attribuire automaticamente a questi papà i risultati ottenuti in altre patologie.
Tuttavia, gli studi sulle condizioni pediatriche croniche, neuroevolutive e rare permettono di comprendere alcuni meccanismi familiari che possono essere presenti anche qui: perdita della normalità, incertezza diagnostica, difficoltà nel trovare professionisti competenti, timore per il futuro, isolamento e bisogno di ricostruire continuamente un nuovo equilibrio. (MDPI)
Per un padre, assistere a questa trasformazione può significare perdere temporaneamente il rapporto che conosceva con il proprio figlio.
Prova ad avvicinarsi e viene respinto.
Tenta di rassicurarlo e peggiora la crisi.
Gli propone un’attività che prima amava e riceve un rifiuto.
Non sa più se deve essere fermo, comprensivo, rassicurante o semplicemente restare in silenzio.
Può cominciare a dubitare delle proprie capacità paterne.
Può vergognarsi di avere perso la pazienza.
Può sentirsi in colpa per essere rimasto al lavoro.
Può avere paura di non riuscire più a creare un legame con quel bambino che sembra così lontano.
E mentre la famiglia cerca una diagnosi o una terapia, anche lui cerca di capire chi deve diventare.
I padri non sono soltanto quelli che pagano
I servizi sanitari continuano talvolta a rivolgersi automaticamente alla madre.
Durante una visita si guarda lei.
Si pongono a lei le domande.
Si consegnano a lei le istruzioni.
Il padre resta accanto, ma rischia di diventare invisibile.
Questo può rafforzare un circolo vizioso: poiché è considerato meno coinvolto, riceve meno informazioni; ricevendo meno informazioni, appare ancora meno preparato e sicuro nella gestione del figlio.
La meta-sintesi internazionale sui padri di bambini con condizioni croniche invita espressamente i professionisti a riconoscere i pregiudizi impliciti sul ruolo paterno e a favorire un coinvolgimento autentico dei padri nella cura. (PubMed)
Coinvolgere un papà non significa semplicemente permettergli di assistere alla visita.
Significa rivolgersi anche a lui.
Chiedergli cosa ha osservato.
Spiegargli la situazione senza presumere che tutte le informazioni debbano passare attraverso la compagna.
Domandargli come sta affrontando il carico assistenziale, lavorativo ed economico.
Riconoscere che può avere bisogno di sostegno anche se non lo chiede apertamente.
Anche i papà devono imparare a chiedere aiuto
Comprendere il loro dolore non significa assolvere ogni assenza.
Essere cresciuti con l’idea che gli uomini non debbano mostrare fragilità non può diventare una giustificazione per lasciare alla madre tutte le visite, tutte le crisi, la scuola e l’intero carico mentale della malattia.
Anche i padri devono fare un passo.
Devono imparare a conoscere la condizione del figlio.
Devono partecipare alle decisioni.
Devono dire quando hanno paura, invece di trasformare la paura in rabbia.
Devono riconoscere quando il lavoro sta diventando un rifugio permanente.
Devono accettare che sostenere economicamente la famiglia è importante, ma non è l’unico modo di essere padre.
E devono comprendere che chiedere aiuto non significa fallire.
Significa assumersi la responsabilità della propria salute emotiva per poter restare accanto al figlio e alla famiglia.
Chiediamo anche a lui: “Come stai davvero?”
Spesso al papà si chiede se lavora, se riesce a sostenere le spese, se può accompagnare il bambino o se ha capito le indicazioni del medico.
Raramente gli si domanda come stia davvero.
Forse risponderà: «Tutto bene».
Forse farà una battuta.
Forse cambierà discorso.
Ma la domanda deve essere posta comunque.
Perché alcuni uomini hanno bisogno che qualcuno apra uno spazio prima di riuscire a entrarvi.
Dobbiamo imparare a vedere i padri anche quando non mostrano apertamente la propria sofferenza.
Quelli precisi e quelli disordinati.
Quelli presenti a ogni visita e quelli costretti a restare al lavoro.
Quelli che parlano e quelli che non trovano le parole.
Quelli che sembrano fortissimi e quelli che piangono nel bagno dell’ufficio, si lavano il viso e tornano alla scrivania come se nulla fosse successo.
Non dobbiamo contrapporre il dolore dei papà a quello delle mamme.
Non è una gara a chi soffre di più.
Dobbiamo riconoscere che una malattia pediatrica attraversa l’intera famiglia e può ferire ogni componente in modo diverso.
Un padre che piange non è debole.
Un padre che chiede aiuto non sta abbandonando il proprio ruolo.
Un padre che ammette di non farcela non sta tradendo la famiglia.
Forse, proprio in quel momento, sta compiendo uno degli atti più coraggiosi che un uomo possa fare: smettere di fingere di essere indistruttibile e permettere agli altri di vedere quanto profondamente ama suo figlio.
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