27/07/2026
L'Odissea di Omero e la filosofia vedica dello yoga condividono un terreno comune sorprendentemente profondo ed esplorano la stessa domanda senza tempo:
Qual è il viaggio che riporta un essere umano a casa?
La versione di Nolan dell’Odissea che ho
visto ieri e’ molto più di un semplice film d'avventura. Potrebbe essere una meditazione sulla natura del sé, sulla memoria, sul destino e sul desiderio di ritornare a ciò che è essenziale.
Ulisse sembra navigare attraverso il Mediterraneo, eppure il suo viaggio più profondo è psicologico e spirituale.
Ogni incontro mette alla prova un aspetto diverso del suo carattere.
Le Sirene lo seducono con voci irresistibili.
Lo yoga riconosce i sensi come forze potenti che possono sia schiavizzarci che liberarci. Patanjali insegna il pratyāhāra, il ritiro dei sensi, non come repressione ma come liberazione dalla compulsione.
Mangiare il fiore di loto lenisce il dolore di Ulisse facendogli dimenticare il passato, ma anche il suo scopo.
Lo yoga chiama questo moha: illusione e oblio della nostra vera natura.
Il ciclope Polifemo vede solo se stesso e gli uomini per lui sono come formiche. Nella versione di Omero, Ulisse fugge “diventando Nessuno".
Lo yoga insegna che la liberazione inizia quando l'ego rigido allenta la sua presa, quando dall’essere qualcuno lavoriamo per diventare nessuno.
Nolan sceglie una versione leggermente diversa di questa storia, ma la lezione rimane: l'ego, l'orgoglio e il senso di supremazia ci accecano costantemente, con conseguenze negative per noi stessi e per chi ci sta intorno.
Dal punto di vista della Bhagavad Gītā, Ulisse non è semplicemente un guerriero che ritorna a casa.
Egli è ogni essere umano.
Ogni tentazione è una distrazione dal dharma (il proprio vero cammino).
Ogni tempesta rivela un attaccamento che deve essere abbandonato.
Ogni perdita dissolve un'altra illusione.
Il ritorno finale non è solo a Itaca, ma a una saggezza più profonda nata dalla sofferenza, dalla comprensione della natura dell'ego e del nostro vero sé, dalla pazienza e dalla perseveranza.
Ulisse diventa saggio non perché conquista il mondo, ma perché, attraverso ogni prova, impara lentamente a conquistare se stesso.
Il viaggio più lungo non è mai quello attraverso il mondo.
È quello che riporta la mente inquieta al centro quieto del proprio essere.
Quello che ci riporta in Unione con il nostro se’ e con gli altri.
Anche il mio amato maestro Ram Dass diceva spesso: "Ci stiamo tutti semplicemente accompagnando a casa l’un l’altro".