24/08/2026
“LO DICE UNO STUDIO.”
MA BASTA DAVVERO UNO STUDIO?
Quando siamo genitori, soprattutto quando dobbiamo prendere decisioni importanti per i nostri figli, cerchiamo informazioni.
Leggiamo articoli.
Seguiamo professionisti.
Ascoltiamo testimonianze.
Cerchiamo studi.
Tutto lecito, anzi giustissimo!
E sempre nelle nostre ricerche o quando ascoltiamo professionisti parlare incontriamo una frase che sembra chiudere qualsiasi discussione:
“È scientificamente dimostrato.”
Ma cosa significa davvero?
La risposta è meno semplice di quanto sembri.
UNO STUDIO NON È AUTOMATICAMENTE UNA PROVA FORTE
Nel campo dell'autismo, il ricercatore Brian Reichow, insieme a Volkmar e Cicchetti, ha sviluppato un metodo proprio per valutare quanto siano solide le prove scientifiche a sostegno di un intervento.
Perché non basta chiedere:
“Esiste uno studio?”
Bisogna chiedere:
“Come è stato fatto?”
Facciamo qualche esempio.
Se intervisto 30 persone e molte mi raccontano di aver vissuto la stessa esperienza, ho ottenuto un'informazione importante.
Posso dire: “Queste persone riferiscono questa esperienza.”
Non posso automaticamente dire: “Abbiamo dimostrato scientificamente cosa ha causato quell'esperienza.”
Sono due cose diverse.
Se attraverso un questionario scopro che le persone che presentano maggiormente insonnia presentano anche depressione, ho trovato un'associazione.
È interessante.
Ma non ho ancora dimostrato che: l’insonnia causa la depressione.
Se seguissi le persone per molto tempo, potrei solo capire meglio cosa viene prima e cosa viene dopo.
La prova diventa più informativa, nient’altro!
Se invece modifico sistematicamente una condizione e verifico ripetutamente che cambia anche il comportamento che sto studiando, posso iniziare a formulare conclusioni causali molto più forti.
È uno dei motivi per cui gli studi sperimentali sono così importanti.
MA ATTENZIONE: NON BASTA NEMMENO DIRE “È UNO STUDIO SPERIMENTALE”
Ed è qui che Reichow ci insegna qualcosa di fondamentale.
Bisogna guardare come è stato costruito quello studio.
I partecipanti sono descritti bene?
Ciò che viene fatto è spiegato in modo tale che un altro ricercatore possa replicarlo?
Le misure sono precise?
C'è un adeguato controllo?
È stato verificato che l'intervento sia stato applicato correttamente?
I risultati si mantengono?
Si generalizzano alla vita reale?
L'effetto è realmente importante per la persona, per la sua famiglia?
Perché possiamo avere uno studio apparentemente molto sofisticato, ma metodologicamente debole.
Per questo Reichow distingue gli studi in termini di forza metodologica:
STRONG — forte
ADEQUATE — adeguata
WEAK — debole
E SE CI SONO TANTI STUDI?
Meglio.
Ma anche qui dobbiamo fare attenzione. Ad esempio: immaginate di avere 20 fotografie sfocate dello stesso oggetto.
Avere 20 fotografie ci offre certamente più informazioni che averne una sola.
Ma non significa automaticamente avere una fotografia nitida.
Lo stesso può accadere nella ricerca.
Una revisione sistematica può raccogliere moltissimi studi.
Ma dobbiamo comunque chiederci: quanto erano forti gli studi che ha raccolto?
Perché una revisione di studi metodologicamente deboli non può trasformarli magicamente in una dimostrazione causale forte.
E I QUESTIONARI?
I questionari non sono cattiva scienza. Possono essere strumenti preziosissimi.
Se voglio sapere: “Come ti senti?” la persona stessa può essere la fonte migliore a cui chiederlo.
Ma se voglio sapere: “Che cosa ha causato ciò che senti?” potrebbero servirmi altre
prove. Per esempio il medico non farebbe mai la diagnosi basandosi solo su quello che il paziente gli descrive di sentire (non sto dormendo da più giorni e mi gira la testa), ma prescriverebbe ad esempio almeno una RM e esami ematochimici.
Questa differenza è importantissima.
Raccontare un'esperienza è un dato. Spiegare scientificamente perché avviene richiede un altro livello di prova.
PERCHÉ UN GENITORE DOVREBBE SAPERE TUTTO QUESTO?
Perché dalle informazioni che leggiamo prendiamo decisioni.
A volte anche decisioni molto importanti: “Mio figlio può fare questa esperienza?” (gita scolastica, scuola di teatro ecc)
“Questo intervento è efficace?” (Ippoterapia-musicoterapia-mototerapia ecc)
“È meglio evitare questa situazione?” (uscire con gli amici, andare al cinema, portarlo a mare ecc)
“Questa difficoltà può essere modificata oppure devo considerarla immutabile?” (ansia, bournout sociale, crisi comportamentali ecc)
Ed è proprio qui che dobbiamo proteggerci da un meccanismo che riguarda tutti noi:
IL BIAS DI CONFERMA.
È la naturale tendenza a dare più peso alle informazioni che confermano qualcosa che già pensavamo.
Leggo una teoria.
Mi ricorda perfettamente mio figlio.
Trovo testimonianze simili.
Trovo uno studio.
E penso: “Ecco. Allora è sicuramente così.”
Ma la scienza ci chiede di fare una cosa più difficile: fermarci un momento e verificare.
QUINDI, LA PROSSIMA VOLTA CHE LEGGETE:
“Uno studio dimostra che…”provate a fare qualche domanda:
Che tipo di studio è?
Quante persone sono state studiate?
Sono state semplicemente intervistate oppure il fenomeno è stato anche misurato?
È stata trovata un'associazione o dimostrata una relazione causale?
Lo studio è stato replicato?
Altri ricercatori hanno ottenuto risultati simili?
E soprattutto:
LE PROVE SONO ABBASTANZA FORTI PER QUELLO CHE MI STANNO DICENDO DI CREDERE?
Tutto questo non significa diffidare della scienza.
Significa esattamente il contrario: imparare a usarla bene.
E non significa nemmeno ignorare ciò che una persona racconta della propria esperienza. Ascoltare è fondamentale.
Ma possiamo contemporaneamente ascoltare un'esperienza e continuare a chiederci quale sia la spiegazione scientifica più supportata.
Una testimonianza merita rispetto.
Un'ipotesi merita di essere studiata.
Una correlazione merita approfondimento.
Una causalità merita prove adeguate.
E una pratica può essere definita realmente evidence-based solo quando l'evidenza diventa sufficientemente rigorosa, replicata e convergente.
Perché quando si tratta dei nostri ragazzi, non dobbiamo cercare la teoria che ci piace di più.
Dobbiamo cercare le prove migliori che abbiamo a disposizione oggi, sapendo che domani nuove evidenze potrebbero insegnarci qualcosa di nuovo.
La scienza funziona proprio così.
Le ricerche ci dicono cosa PUO’ funzionare.
I dati della persona ci dicono cosa sta funzionando PER LEI!
Riferimenti principali:
Reichow, B., Volkmar, F.R., & Cicchetti, D.V. (2008). Development of the Evaluative Method for Evaluating and Determining Evidence-Based Practices in Autism. Journal of Autism and Developmental Disorders, 38, 1311–1319.
Reichow, B. (2011). Development, Procedures, and Application of the Evaluative Method for Determining Evidence-Based Practices in Autism. In Evidence-Based Practices and Treatments for Children with Autism. Springer.
Cooperativa Sociale Aliter
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In foto: Gerarchia delle evidenze scientifiche secondo il modello dell'Evidence-Based Medicine, adattata da Sackett (1989).