06/02/2026
Il piccolo teatro dell’assurdo professionale
Vi propongo un piccolo esperimento immaginario (ovviamente satirico e provocatorio) per mostrare quanto certe “giustificazioni educative” suonino folli… basta applicarle agli adulti.
Stavo pensando: visto che le botte sono così efficaci e aiutano a “capire meglio le cose”, potrei cominciare a dare due schiaffi ai pazienti che capiscono benissimo ma non cambiano subito atteggiamento.
Poi due schiaffi a quelli che si lamentano ma non fanno gli esercizi.
Due a quelli che promettono “da domani cambio” e poi tornano uguali.
Una sculacciata a chi dice di voler stare meglio ma non segue le indicazioni terapeutiche.
Due a quelli che si offendono o che fanno i “capricci” perché “non ce la fanno”.
Una sculacciata terapeutica a chi si arrabbia quando gli si fa notare una resistenza.
“Lo faccio per il loro bene”, direi.
“Ho una responsabilità nei loro confronti, è per educarli, per proteggerli, per farli crescere psicologicamente.
Non capiscono con altri metodi, perché dovrei sforzarmi di trovarne altri, di sintonizzarmi?”
Ah già, dimenticavo: non si possono picchiare i pazienti.
Li devo rispettare, avere pazienza e trovare alternative efficaci e non violente.
E se non le trovo, il problema è mio.
È mia responsabilità cercarle, confrontarmi, chiedere aiuto, formarmi, ampliare il ventaglio delle opzioni.
Usare un tono fermo, assertivo e non violento non mi renderebbe “smidollata” o poco incisiva: mi renderebbe semplicemente professionale e seria.
Curioso, però, che con i bambini questo discorso cambi.
Lì le botte rientrano nel “ventaglio delle alternative efficaci”. Lì “se le sono cercate”.
Lì “serve far capire subito chi comanda”.
Con gli adulti sarebbe abuso.
Con i bambini, lo chiamiamo educazione.
Ah già dimenticavo li picchierei soprattutto perché “ho nei loro confronti una responsabilità psicoeducativa”.
In più, rischierei una denuncia, la radiazione dall’albo e verrei considerata una criminale.
Dare la sculacciata o i “famosi due schiaffi”, invece, alcuni ancora la chiamano educazione.
E sembra pure efficace.
Però non tutti possiamo usarla… peccato, se davvero fosse così utile per far capire quello che non si riesce a spiegare in altri modi…
Curioso e assurdo, non trovate? 🙄
Se una logica fa orrore sugli adulti, forse non è educativa nemmeno con i bambini.
Lo so che questo post genererà un vespaio, ma non posso stare zitta davanti ai danni che vedo nell’uso della violenza come strumento educativo.
🌸 Tutta la mia comprensione e stima, invece, per chi combatte contro la tendenza a farlo,
chi, in un momento di esasperazione, sente quella vecchia voce dentro dire “una sculacciata e capirebbe” e invece si ferma, respira e sceglie di non farlo.
Chi si mette in discussione, si documenta, legge, chiede aiuto, fa un percorso per capire da dove arriva quella rabbia o quel bisogno di controllo.
Chi impara a scusarsi, anche con i propri figli o con chi ama, e non si vergogna di dire “ho sbagliato, sto imparando”.
Chi, invece di alzare le mani, alza la consapevolezza: si informa, frequenta corsi, si confronta, cerca strumenti nuovi.
Chi prova, sbaglia, riprova perché sa che educare non è addestrare, e che crescere insieme richiede tempo, ascolto e pazienza.
Non è facile. Ma è lì che nasce il vero cambiamento.
Nessuna violenza è educativa. Nessuna violenza è terapia. La violenza non può essere la risposta.
Valentina Scoppio