Dott.ssa Giulia Lo Muto - Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Giulia Lo Muto - Psicologa Psicoterapeuta Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all''Albo Lazio. Mi occupo di Consulenze, Sostegno psicologico e Psicoterapia con approccio sistemico-relazionale

" 5) Sai che lo faresti, ne sei consapevole, ma inizi a fermarti prima.6) non lo fai né lo faresti più.[Di troppa (o poc...
23/04/2026

" 5) Sai che lo faresti, ne sei consapevole, ma inizi a fermarti prima.
6) non lo fai né lo faresti più.

[Di troppa (o poca) famiglia]

14/03/2026
12/02/2026

"Fino a qualche anno fa, quando ero al semaforo e un lavavetri (uomo) mi faceva cenno di lavarmi il vetro, rispondevo con "no grazie" col sorriso.
Non recepivano mai il mio no, me lo lavavano lo stesso. Una stupidaggine penserete, ma io mi arrabbiavo tantissimo, mi sentivo invasa, a volte sbraitavo.
Loro continuavano a farmi il sorrisetto e a farmi cuori sul parabrezza col sapone.

Dopo svariate volte ho iniziato a pensarle tutte: forse non capiscono la mia lingua, forse travisano il sorriso...non dovrei farlo?

Ho iniziato a darmi la responsabilità, la colpa.

Ho iniziato a rispondere solo "no", senza sorridere, e ho visto che funzionava di più, anche se non del tutto.

Ho iniziato ad andare avanti con la macchina mentre provavano a poggiarmi quell'attrezzo lì sul vetro. Funzionava di più, ma non del tutto.

La cosa che mi mandava più in bestia era che quando ero in macchina del mio compagno, da passeggera, lui bastava dicesse "no" serenamente e veniva ascoltato e rispettato. Che urto.

L'anno scorso a Capodanno ero ad un evento in cui c'erano più sale in cui si ballavano diversi tipi di musica, tra cui balli di coppia. A un certo punto mi sono staccata dal mio gruppo per andare in bagno e tornando mi sono fermata a guardare per qualche minuto, poggiata su una colonna, le coppie che ballavano in pista.
Ero serena, mi stavo divertendo.
Dopo neanche 2 minuti viene un uomo sui 35/40 vicino a me e mi chiede di ballare.
Anche qui, rispondo col sorriso "no, grazie non ballo".
Lui insiste.
"No, guarda, non so ballare questo tipo di ballo, ero qui solo per guardare".
Mi prende le mani e cerca di convincermi. Continuo a dire no.
Mi prende i polsi e li stringe e mi tira a sè.
Inizio a stranirmi. Probabilmente esce una risata nervosa, dico "NO".
Lui non molla, mi fa anche male ai polsi. Nessuno intorno a noi fa niente, nonostante ci fossero un centinaio di persone nella sala, tante ai lati ferme come ero io.
Ci sono voluti diversi minuti prima che riuscissi a staccarmi da quella presa.

Ecco, gli uomini (non tutti per fortuna!) non riescono ad accettare i no.

Una lavata di vetro, un ballo,
la fine della relazione, un approccio sessuale.
Il confine è sottile.

Di chi è la colpa?

Perché ancora non si vuole inserire l'educazione sessuale e affettiva nelle scuole?

Ma di cosa avete paura? Già stanno succedendo le cose che fanno paura!

Serve educazione ai confini, ai no, ai rifiuti, al sesso, alle emozioni spiacevoli.

Siamo stanche noi donne di dover cambiare il nostro modo di essere per abbassare la probabilità di essere violate.
Di non mettere una gonna, di truccarci meno, di girare la sera per strada con il telefono in mano o in chiamata con qualcuno, di chiedere di accompagnarci.
Siamo stanche."

L'essenza. ♥️
10/02/2026

L'essenza. ♥️

06/02/2026

Il piccolo teatro dell’assurdo professionale

Vi propongo un piccolo esperimento immaginario (ovviamente satirico e provocatorio) per mostrare quanto certe “giustificazioni educative” suonino folli… basta applicarle agli adulti.

Stavo pensando: visto che le botte sono così efficaci e aiutano a “capire meglio le cose”, potrei cominciare a dare due schiaffi ai pazienti che capiscono benissimo ma non cambiano subito atteggiamento.

Poi due schiaffi a quelli che si lamentano ma non fanno gli esercizi.
Due a quelli che promettono “da domani cambio” e poi tornano uguali.
Una sculacciata a chi dice di voler stare meglio ma non segue le indicazioni terapeutiche.
Due a quelli che si offendono o che fanno i “capricci” perché “non ce la fanno”.
Una sculacciata terapeutica a chi si arrabbia quando gli si fa notare una resistenza.

“Lo faccio per il loro bene”, direi.
“Ho una responsabilità nei loro confronti, è per educarli, per proteggerli, per farli crescere psicologicamente.
Non capiscono con altri metodi, perché dovrei sforzarmi di trovarne altri, di sintonizzarmi?”

Ah già, dimenticavo: non si possono picchiare i pazienti.
Li devo rispettare, avere pazienza e trovare alternative efficaci e non violente.
E se non le trovo, il problema è mio.
È mia responsabilità cercarle, confrontarmi, chiedere aiuto, formarmi, ampliare il ventaglio delle opzioni.

Usare un tono fermo, assertivo e non violento non mi renderebbe “smidollata” o poco incisiva: mi renderebbe semplicemente professionale e seria.

Curioso, però, che con i bambini questo discorso cambi.
Lì le botte rientrano nel “ventaglio delle alternative efficaci”. Lì “se le sono cercate”.
Lì “serve far capire subito chi comanda”.

Con gli adulti sarebbe abuso.
Con i bambini, lo chiamiamo educazione.

Ah già dimenticavo li picchierei soprattutto perché “ho nei loro confronti una responsabilità psicoeducativa”.

In più, rischierei una denuncia, la radiazione dall’albo e verrei considerata una criminale.

Dare la sculacciata o i “famosi due schiaffi”, invece, alcuni ancora la chiamano educazione.
E sembra pure efficace.
Però non tutti possiamo usarla… peccato, se davvero fosse così utile per far capire quello che non si riesce a spiegare in altri modi…

Curioso e assurdo, non trovate? 🙄
Se una logica fa orrore sugli adulti, forse non è educativa nemmeno con i bambini.

Lo so che questo post genererà un vespaio, ma non posso stare zitta davanti ai danni che vedo nell’uso della violenza come strumento educativo.

🌸 Tutta la mia comprensione e stima, invece, per chi combatte contro la tendenza a farlo,
chi, in un momento di esasperazione, sente quella vecchia voce dentro dire “una sculacciata e capirebbe” e invece si ferma, respira e sceglie di non farlo.
Chi si mette in discussione, si documenta, legge, chiede aiuto, fa un percorso per capire da dove arriva quella rabbia o quel bisogno di controllo.
Chi impara a scusarsi, anche con i propri figli o con chi ama, e non si vergogna di dire “ho sbagliato, sto imparando”.
Chi, invece di alzare le mani, alza la consapevolezza: si informa, frequenta corsi, si confronta, cerca strumenti nuovi.
Chi prova, sbaglia, riprova perché sa che educare non è addestrare, e che crescere insieme richiede tempo, ascolto e pazienza.

Non è facile. Ma è lì che nasce il vero cambiamento.

Nessuna violenza è educativa. Nessuna violenza è terapia. La violenza non può essere la risposta.

Valentina Scoppio

FILM AL CINEMA: LE COSE NON DETTEFinalmente sono tornata al cinema dopo tanto tempo! Volevo vedere questo film perché mi...
06/02/2026

FILM AL CINEMA: LE COSE NON DETTE

Finalmente sono tornata al cinema dopo tanto tempo! Volevo vedere questo film perché mi aveva colpito dal trailer ma più che altro dal titolo.

So bene quanto le cose non dette, i segreti, portino guai, e volevo vedere cosa aveva deciso di rappresentare Muccino rispetto a questo tema così forte.

Inizialmente mi sembrava un film banale, sinceramente ho pensato "soliti temi già visti, dove vuole arrivare?".
Poi il film ha iniziato a scorrere diversamente, a cambiare registro.
Poi, è arrivata la "botta".
Sono rimasta a guardare i titoli di coda, o meglio, a fissare lo schermo mentre cercavo di elaborare quello che avevo visto e ancora forse non l'ho fatto del tutto. Spesso i film mi "decantano" dentro per giorni.

Questo film racconta tante cose:

- la coppia, nel suo divenire, da idillio iniziale a routine e a volte a crisi
- la genitorialità e all'opposto l'infertilità
- il rapporto madre- figlia in adolescenza
- l'assenza di un padre e l'iper presenza di una madre
- il tradimento
- i segreti
- l'amicizia, tra uomo e donna
- la dipendenza.

Mi è rimasto dentro. Consiglio!

19/01/2026

“Essere nessuno tranne te stesso
- in un mondo che fa del suo meglio, giorno e notte, per farti diventare qualcun altro - significa combattere la battaglia più dura che un essere umano possa combattere;
e non smettere mai di combattere."

E.E. Cummings

22/12/2025

"Da piccola non potevo mai essere arrabbiata, come volevo io...Mia madre diventava triste, mio padre andava in un'altra stanza. A volte mi lasciavano sbollire da sola e poi venivano da me quando ero di nuovo tranquilla...

I miei genitori non sopportavano la mia rabbia, stanchezza o tristezza".

Adesso da adulta quando la rabbia fuoriesce, mi sembra di essere matta, non riesco a fermarmi. Dopo qualche istante me ne pento e provo un senso di colpa schiacciante e temo di aver compromesso il legami con i miei figli. Non sento la stanchezza e non mi fermo mai...

Spesso in queste situazioni l'evento trigger è il non essere visti e ascoltati dai propri bambini.

La nostra parte più antica soffre tanto.
Se potesse parlare direbbe ai figli:

"Perché mi costringi a stare in questo dolore, non lo voglio, lo rifiuto! Ho fatto tanto per negarlo.

Nemmeno tu mi ascolti, anche tu mi ignori.
Nemmeno tu mi vedi, anche tu pretendi delle cose da me.
Ma io non ce la faccio a sopportare tutto questo".

Quindi si mettono in atto varie dinamiche per "disattivare l'evento" esterno pur di non sentire le nostre sensazioni, emozioni, ricordi...

Da adulti possiamo dire ai nostri bambini interiori: Puoi essere arrabbiata/o, triste, stanca/o.
Per me vai bene così come sei. Non voglio cambiarti.

Logicamente queste ferite a loro tempo furono causate dai genitori dei genitori...
Se non sono stare riportate alla luce della consapevolezza, possono creare scenari simili.

Quando si avverare SENSO DI IMPOTENZA è sempre la nostra parte infantile ferita che emerge...per essere vista e integrata.

È come se ci sentissimo ancora bambini di fronte agli adulti, aleggia un senso di disperazione perché ci è mancata l'interiorizzazione di adulti accoglienti, donativi ed empatici.
Ci sentiamo piccoli,piccoli con persone che sono simili ai nostri genitori o comunque fredde e inaccessibili.

In quanto adulti dovremmo sentirci tali sia con i bambini che con altre persone, percepire che abbiamo uguale dignità e le stesse possibilità di agire e comunicare. Se ciò non dovesse avvenire una parte molto antica di noi ricerca cure e attenzioni.

Annarita Bavaro

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