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Valerio Cesari - Psicologo Psicologo Clinico

Questa mattina il mio gatto si è fermato davanti allo specchio.Non so cosa abbia visto. Forse un altro gatto, forse nien...
11/10/2026

Questa mattina il mio gatto si è fermato davanti allo specchio.

Non so cosa abbia visto. Forse un altro gatto, forse niente di particolare. Però è rimasto lì, fermo, a guardare. Senza fretta e senza giudicare.

Mi ha fatto pensare a quanto noi, invece, ci guardiamo di corsa. Uno sguardo veloce per controllare che tutto sia a posto, per correggere ciò che non ci piace, per capire se siamo come dovremmo essere.

L'immagine di sé raramente nasce da uno sguardo solo nostro. Si costruisce negli anni con le parole di chi ci ha cresciuti, con i confronti, con le aspettative, con i "sei fatto così" detti una volta e rimasti per sempre. Così, davanti allo specchio, non incontriamo soltanto noi: incontriamo anche tutte le voci che abbiamo imparato a ripeterci.

Capita anche a me. Anche a chi, per lavoro, passa le giornate ad ascoltare le fragilità degli altri. Ci sono giorni in cui l'immagine che ho di me è più gentile e giorni in cui lo è meno. Non sempre coincide con quello che sono, né con quello che vedono le persone che ho di fronte.

Forse l'immagine di sé non è una fotografia da correggere finché non viene bene, ma qualcosa che si muove con noi. Cambia con le stagioni, con le fatiche, con le persone che incontriamo. Può essere più ampia di quello che ci siamo abituatә a credere.

Non c'è un modo giusto di guardarsi. Si può iniziare con poco: restare un momento in più. Con curiosità, anche con un po' di disagio. Notare cosa si vede e, soprattutto, di chi è la voce che lo commenta.

Di solito in questa stanza sono seduto dall'altra parte.Ma ogni tanto ne approfitto anche io: mi adagio sul divano, appo...
04/10/2026

Di solito in questa stanza sono seduto dall'altra parte.

Ma ogni tanto ne approfitto anche io: mi adagio sul divano, appoggio la testa sulle mani e osservo la stanza da dove la guardano le persone che incontro. Cambia la prospettiva.

Dietro di me c'è una parola, "sogno". È lì perché ognunə possa concedersi di puntare alto, iniziando col darsi modo di fare: con paura, con difficoltà, con tristezza e con rabbia, spezzare i propri blocchi muovendo verso qualcosa.

Succede anche a chi fa questo lavoro: nessuno di noi, sicuramente non io, è convinto di essere sempre e comunque all'altezza della "situazione", di chi ha di fronte. Si concede di fare con ciò che c'è, lasciando che le cose emergano, accompagnandole.

Con difficoltà, come chi dall'altra parte sceglie di chiedere aiuto.

Noi psicologi non risolviamo problemi, non indichiamo la via. Al massimo la illuminiamo. Siamo il bastone, non la luce.

Un mezzo, non il fine.

Mi capita che molte persone arrivino in terapia con una domanda molto chiara:“Ok, ma perché faccio sempre così?”E spesso...
27/09/2026

Mi capita che molte persone arrivino in terapia con una domanda molto chiara:

“Ok, ma perché faccio sempre così?”

E spesso hanno già fatto un bel pezzo di strada da sole.

Hanno riflettuto, letto, ascoltato podcast, cercato di capire da dove arrivano certi comportamenti.

E capire, naturalmente, è importante.

A volte sapere perché facciamo fatica a dire di no, perché abbiamo bisogno continuamente di conferme o perché tendiamo a evitare i conflitti ci permette finalmente di dare un senso a quello che ci succede.

Ma nel lavoro con le persone incontro spesso un passaggio interessante.

Quello in cui ci si accorge che capire il perché non significa necessariamente riuscire a fare qualcosa di diverso.

Posso sapere benissimo perché faccio fatica a mettere dei confini e continuare comunque a dire sì.

Posso capire da dove arriva il mio bisogno di essere rassicurato e continuare comunque a chiedere conferme.

Posso essere consapevole della mia paura del conflitto e continuare a evitare le conversazioni difficili.

E allora, a un certo punto, trovo utile spostare la domanda.

Non più soltanto:

“Perché faccio così?”

Ma anche:

“Cosa succede se questa volta provo a fare diversamente?”

Magari provando a dire un piccolo no.

A esprimere qualcosa che di solito tengo dentro.

A rimanere qualche minuto in più dentro una situazione che normalmente eviterei.

A tollerare un po’ di incertezza senza cercare immediatamente una risposta o una rassicurazione.

E poi vedere cosa succede.

Perché, per come lo vedo nel lavoro psicologico, la terapia non è soltanto un luogo in cui comprendere meglio noi stessi.

È anche uno spazio in cui possiamo fare esperienza di modi diversi di stare nelle situazioni.

E a volte è proprio lì che qualcosa comincia a cambiare.

Non quando finalmente abbiamo capito tutto.

Ma quando, per la prima volta, facciamo qualcosa di diverso.

Quando ho acquistato casa mi sono innamorato all'istante non solo degli ambienti che la componevano, ma anche di quello ...
20/09/2026

Quando ho acquistato casa mi sono innamorato all'istante non solo degli ambienti che la componevano, ma anche di quello che sarebbe stato l'ingresso al mio studio, qui a La Storta: l'idea che ognunə passasse attraverso tutto questo verde, tra alberi e piante, mi ha intrigato fin da subito. E per gli amanti degli animali, nello specifico dei gatti, questi primi metri sono da anni anche occasione di incontro con i miei due, che ormai fanno a gara con me nell'accompagnare i fortunati (o i malcapitati, fate voi) fino al famigerato divano, dove poi iniziano e finiscono i nostri spazi settimanali.

Negli ultimi mesi, grazie a Spazio Coraggio, ho avuto la possibilità di ascoltare tante persone che non avevano mai pens...
13/09/2026

Negli ultimi mesi, grazie a Spazio Coraggio, ho avuto la possibilità di ascoltare tante persone che non avevano mai pensato di poter parlare con uno psicologo — o che semplicemente non sapevano da dove cominciare.

Ora l'iniziativa è in pausa, in attesa di riprendere. Ma quello spirito — l'idea che un primo passo debba essere accessibile, senza pesare — non va in pausa insieme a lei.

Per questo, in anticipo con la Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre, ho deciso di offrire un primo colloquio gratuito, online o di persona, a chiunque scriva entro il 20 settembre.

Uno spazio per capire, insieme, se e come proseguire — senza fretta e senza impegno.

📋 Compila il modulo, ti ricontatterò io:
tinyurl.com/yn2jxu2p

📍 Studio a Roma, zona La Storta — o online, come preferisci.

🗓️ Entro il 20 settembre.

C'è un tipo di silenzio che si crea quando ci si ferma davvero.Non quello del "non ho niente da dire", ma quello che arr...
06/09/2026

C'è un tipo di silenzio che si crea quando ci si ferma davvero.

Non quello del "non ho niente da dire", ma quello che arriva dopo — quando le mani si fermano, lo sguardo si posa, e per un attimo non c'è bisogno di andare da nessuna parte.

Mi capita spesso, tra una seduta e l'altra, di ritrovarmi così: seduto, in ascolto di quello che resta quando smetto di rincorrere qualcosa.

Viviamo abituati a riempire ogni spazio — di parole, di impegni, di risposte pronte. E quando lo spazio si svuota, la prima reazione è spesso disagio: cosa faccio ora, se non faccio niente?

Eppure è proprio in quella sosta, apparentemente vuota, che qualcosa comincia a farsi vedere. Un pensiero che non avevamo tempo di ascoltare. Una stanchezza che tenevamo a bada. Un desiderio che avevamo messo da parte "per dopo".

Non serve cercarlo con forza. A volte basta lasciarsi stare, per qualche minuto, in quella luce ferma di un pomeriggio qualunque — e vedere cosa affiora da solo.

Non è sempre facile arrivarci. Ma è lì, in quella sosta, che spesso si vede più chiaro.

Una farfalla si è fermata sulla mia spalla, e io non me ne sono nemmeno accorto subito.Ci sono cose che si posano su di ...
30/08/2026

Una farfalla si è fermata sulla mia spalla, e io non me ne sono nemmeno accorto subito.

Ci sono cose che si posano su di noi senza chiedere permesso — un pensiero, un ricordo, un'emozione che non avevamo programmato. E spesso la prima reazione è scacciarle via, tornare a quello che stavamo facendo.

Ma a volte basta restare fermi un attimo in più. Non per trattenerle per forza, solo per lasciarle essere lì, un momento, senza fretta di cacciarle o di dare loro un significato.

Non tutto ha bisogno di una spiegazione immediata. A volte ha solo bisogno di spazio.

C'è un momento, verso la fine dell'estate, in cui il corpo lo sente prima della mente. Un cambio di luce, un'aria divers...
23/08/2026

C'è un momento, verso la fine dell'estate, in cui il corpo lo sente prima della mente. Un cambio di luce, un'aria diversa alla sera, anche se il calendario dice ancora agosto.

È lo stesso gesto di queste mani tra i rami: cercare, senza strappare, qualcosa che è ancora acerbo ma che presto sarà pronto.

Si parla spesso di "ripartenza" come se fosse un interruttore, un giorno preciso in cui tutto riprende. Ma la fine dell'estate non funziona così. È un tempo sospeso, in cui una parte di noi è ancora ferma nel tempo lento delle vacanze, e un'altra comincia già, quasi controvoglia, a pensare a ciò che verrà.

Non c'è bisogno di avere già le idee chiare. C'è solo bisogno di restare vicini a se stessi mentre le cose, dentro, cambiano forma — un po' alla volta, come frutti ancora da cogliere.

C'è un tipo di silenzio che si trova solo così, con l'acqua alle caviglie e lo sguardo che si perde dove il mare incontr...
16/08/2026

C'è un tipo di silenzio che si trova solo così, con l'acqua alle caviglie e lo sguardo che si perde dove il mare incontra il cielo.

Non è vuoto, quel silenzio. È pieno di tutto quello che durante l'anno non riusciamo ad ascoltare: il respiro che rallenta, i pensieri che si diradano, il corpo che finalmente si accorge di esistere anche fuori dal tempo del "fare".

Fermarsi non è un lusso, è un bisogno. E a volte basta un tratto di mare basso e trasparente per ricordarcelo: che stare fermə, per un istante, non significa restare indietro.

Buona estate, a chi la sta vivendo e a chi ancora la sta aspettando. 🌊

Ogni persona che si siede in studio porta con sé una storia.Non è mai solo un sintomo, una difficoltà, un "problema da r...
09/08/2026

Ogni persona che si siede in studio porta con sé una storia.

Non è mai solo un sintomo, una difficoltà, un "problema da risolvere". È un percorso fatto di esperienze, relazioni, momenti che hanno lasciato un segno - a volte visibile, a volte più nascosto.

Ascoltare significa proprio questo: dare spazio a quella storia, senza fretta di etichettarla o di sintetizzarla in poche parole.

Ogni percorso è diverso, perché diversa è la storia che lo precede.

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