14/06/2026
Le risse tra ragazzi non si fermano con la predica del lunedì mattina. Vi prego, fatevene una ragione.
Non si fermano dicendo “dovete rispettarvi”, “dovete parlarne”, “la violenza non è mai la soluzione”. Queste frasi sono belle, pulite, istituzionali, perfette per un cartellone scolastico. Il problema è che un ragazzo che sta per spaccare la faccia a un altro non sta cercando un valore morale. Sta cercando una via d’uscita dalla vergogna, dalla rabbia, dall’umiliazione, dalla paura di sembrare debole davanti agli altri.
La rissa, spesso, non nasce perché manca l’informazione. Nasce perché manca una competenza: reggere l’urto emotivo senza trasformarlo in teatro.
Allora la soluzione non è fare l’ennesima conferenza sulla pace. La soluzione è costruire contesti in cui i ragazzi imparino, fisicamente e socialmente, a stare dentro il conflitto senza doverlo vincere con i pugni.
Prima cosa: bisogna smettere di trattare l’aggressività come un mostro da reprimere. L’aggressività è energia, spinta, confine, identità. Se la demonizzi, torna fuori peggio. Un adolescente non ha bisogno solo di sentirsi dire “calmati”. Ha bisogno di imparare dove mettere quella forza. Sport da combattimento, arti marziali, rugby, surf, crossfit, teatro fisico, esperienze in cui il corpo incontra il limite, la regola, l’altro. Non attività “per sfogarsi”, che è già una visione povera. Attività per imparare che la forza senza controllo è solo casino.
Seconda cosa: bisogna lavorare sul pubblico. Perché molte risse non sono davvero tra due ragazzi. Sono tra due ragazzi più trenta spettatori. Senza il branco, spesso la scena si sgonfia. La vera benzina è chi guarda, chi riprende, chi ride, chi incita, chi mette la storia su Instagram. Allora l’intervento educativo deve colpire lì: rendere socialmente ridicolo non chi si tira indietro, ma chi alimenta lo spettacolo. Chi filma una rissa non è neutrale. È parte della rissa. Sta trasformando la stupidità in contenuto.
Terza cosa: servono rituali di riparazione, non solo punizioni. La sospensione da scuola, da sola, spesso è una vacanza con stigma. Il ragazzo torna uguale, magari più incazzato, con una reputazione da “duro” consolidata. Dopo una rissa dovrebbe esserci un percorso obbligatorio di restituzione: incontro mediato, ricostruzione dell’accaduto, responsabilità verso il gruppo, lavoro utile per la comunità scolastica, confronto con chi ha subito, non per umiliarlo ma per fargli vedere l’effetto reale delle sue azioni. La colpa chiude. La responsabilità apre.
Quarta cosa: gli adulti devono tornare adulti. Non amici confusi, non giudici isterici, non spettatori spaventati. Adulti. Presenza chiara, regole poche ma vere, conseguenze immediate e proporzionate. Un ragazzo deve sapere che può essere ascoltato, ma anche che certe linee non si attraversano senza pagare un prezzo. L’amore senza struttura diventa mollezza. La disciplina senza relazione diventa autoritarismo. I ragazzi hanno bisogno di entrambe: qualcuno che li capisca e qualcuno che li fermi.
Quinta cosa: bisogna insegnare ai ragazzi la gestione della faccia. Sembra banale, ma non lo è. Molti scontri esplodono perché nessuno sa come uscire da una provocazione senza sentirsi sconfitto. Serve insegnare frasi, posture, micro-strategie concrete: come rispondere a un insulto senza rilanciare, come andarsene senza sembrare terrorizzati, come chiedere aiuto senza sentirsi bambini, come dire “non ne vale la pena” senza perdere status. Perché nell’adolescenza non basta avere ragione: devi anche salvare la faccia davanti al gruppo.
Quindi no, il problema non si risolve con “più dialogo”. Si risolve creando una cultura in cui il conflitto non venga negato, ma allenato.
Perché il conflitto non sparirà. La rabbia non sparirà. Il bisogno di riconoscimento non sparirà. La domanda vera è: vogliamo lasciare che i ragazzi imparino tutto questo da TikTok, dal branco e dal primo id**ta che urla “menalo”, oppure vogliamo costruire palestre emotive, sociali e corporee dove possano diventare forti senza diventare violenti?
La differenza è tutta qui.
Non dobbiamo crescere ragazzi innocui.
Dobbiamo crescere ragazzi capaci di essere forti senza dover fare paura.
Dott. Enrico Chelini - Psicoterapeuta