Dott.ssa Giulia Burli

Dott.ssa  Giulia Burli Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Dott.ssa Giulia Burli, Psicologo, Trento.

Psicologa
Master in psicologia pediatrica
Formazione nei disturbi dello spettro autistico
Formazione in Hikikomori
Facilitatrice gruppi AMA
parent training e supporto genitoriale
Appuntamenti online o domiciliari (se necessario)

12/06/2026

A Swedish study reports that a substantial proportion of patients with severe IBS screen positive for autism- and ADHD-related traits.

Perché dire 'esci di più' non aiuta una persona Hikikomori?"Basta uscire di casa.""Devi reagire.""Se vuoi, puoi."Queste ...
10/06/2026

Perché dire 'esci di più' non aiuta una persona Hikikomori?

"Basta uscire di casa."
"Devi reagire."
"Se vuoi, puoi."

Queste sono tra le frasi più ascoltate dai giovani Hikikomori, in molti casi inizialmente anche dai propri genitori.
Spesso queste frasi nascono da buone intenzioni: coloro che le pronunciano, generalmente desiderano realmente vedere stare meglio la persona che soffre.
Per chi vive una condizione di ritiro sociale, queste parole possono essere percepite come incomprensione, pressione o addirittura giudizio.

Il ritiro sociale volontario non è infatti, una semplice mancanza di volontà o banale pigrizia o una scelta di comodità, dietro ad esso possono esserci vissuti complessi (ansia, paura del giudizio, senso di inadeguatezza, esperienze di fallimento, difficoltà relazionali, una sofferenza emotiva) e/o neurodivergenze accompagnati da una profonda sensazione di non trovare il proprio posto nel mondo.

Dire a una persona Hikikomori di "uscire di più" significa guardare solamente il comportamento visibile, ma non la fatica che c'è dietro ad esso: dietro quella porta chiusa potrebbe esserci un giovane che sta cercando di sopravvivere con le risorse che ha in questo momento.

Molti individui in ritiro sociale vorrebbero poter appartenere ad una società senza sentirsene sopraffatte, quindi il problema non è tanto uscire di casa, ma conoscere le strategie per poterlo fare senza rimanere vittime dell'angoscia, della vergogna, del timore del giudizio altrui e del senso di colpa.

Ciò che può fare la differenza non è la pressione, ma la presenza e l'accoglienza.

Invece che consigliare di uscire maggiormente può essere utile chiedere:
"Come stai vivendo questo periodo?"
"C'è qualcosa che posso fare per aiutarti?"
"Vuoi raccontarmi cosa rende difficile uscire?"

L'ascolto non risolve tutto e sicuramente non è una bacchetta magica che in un battibaleno fa sparire qualunque disagio, ma crea uno spazio sicuro in cui una persona può sentirsi vista e compresa e, soprattutto crea ponti comunicativi tra le persone.

Hikikomori e dipendenza tecnologica: cosa dice davvero la ricerca?Quando si parla di hikikomori, generalmente si sentono...
04/06/2026

Hikikomori e dipendenza tecnologica: cosa dice davvero la ricerca?

Quando si parla di hikikomori, generalmente si sentono affermazioni quali, ad esempio: "È colpa di Internet", "Sono dipendenti dai videogiochi" o "Basterebbe togliere il telefono".

La letteratura scientifica, però, ci invita ad una riflessione differente, più approfondita dei due fenomeni ritiro sociale e uso problematico delle tecnologie digitali.

Gli studi mostrano che esiste una correlazione tra ritiro sociale e uso problematico delle tecnologie digitali, ma il loro non è un legame causa-effetto, quindi non significa che la tecnologia sia la causa dell'Hikikomori. Anzi, molte ricerche sottolineano come Internet rappresenti spesso uno strumento di adattamento. Esso può essere infatti, un modo per mantenere un contatto minimo con il mondo esterno quando le relazioni faccia a faccia risultano troppo dolorose o difficili.
Altre ricerche suggerirebbero che solo una minoranza delle persone in ritiro sociale presenta una vera e propria dipendenza da Internet.

La relazione tra i due fenomeni appare quindi essere complessa e bidirezionale: l'isolamento può favorire un uso intensivo della tecnologia, così come un utilizzo problematico può contribuire ad amplificare il ritiro.

Per questo motivo, gli interventi più efficaci non si concentrano semplicemente sulla riduzione del tempo trascorso on-line, ma cercano di comprendere il significato che l'uso della tecnologia ha nella vita dell'individuo: protezione, rifugio, connessione, senso di appartenenza, possibilità di esprimersi senza il timore del giudizio...

Fondamentale è capire che dietro ad uno schermo non troviamo soltanto un comportamento da correggere, ma una storia da ascoltare e comprendere.


Cosa fare quando un* giovane Hikikomori ha un uso problematico della tecnologia ma rifiuta un aiuto professionale?In que...
25/05/2026

Cosa fare quando un* giovane Hikikomori ha un uso problematico della tecnologia ma rifiuta un aiuto professionale?

In questi casi, l’obiettivo iniziale raramente è “togliere lo schermo”.

Di solito è più utile lavorare con i genitori per:

- ridurre il conflitto, migliorando la comunicazione intrafamigliare preservando così le relazioni
- cercare tramite loro di aumentare lentamente la flessibilità e l'agganci con la realtà
- evitare che i genitori usino la coercizione che rischia di amplificare la chiusura, comportamenti aggressivi o emozioni quali rabbia e tristezza.

Può essere utile spiegare ai genitori che spesso la tecnologia non è solo “dipendenza”, ma anche:

- regolazione emotiva
- bisogno di prevedibilità e controllo
- evitamento dell’iperstimolazione
- una modalità di socializzazione alternativa
- veder soddisfatto un bisogno di sentirsi competenti

Quindi l’intervento quotidiano funziona meglio se è graduale, relazionale e se il giovane è neurodivergente, anche di corretta informazione riguardante il suo funzionamento.

Cosa non è il disturbo dello spettro autistico?-mancanza di empatia-non è una malattia-non è causato dall’educazione fam...
11/05/2026

Cosa non è il disturbo dello spettro autistico?

-mancanza di empatia
-non è una malattia
-non è causato dall’educazione famigliare
-non è sinonimo di disabilità intellettiva
-non è una scelta di isolamento
-non è timidezza
-non è solo il bambino che agita le mani o il genio solitario, ma è uno spettro vastissimo
-non è causato dai vaccini
-non è un disturbo quasi esclusivamente maschile

Parliamo di apprendimento di abilità sociali e disturbo dello spettro autistico.Insegnare le abilità sociali ad una pers...
06/05/2026

Parliamo di apprendimento di abilità sociali e disturbo dello spettro autistico.

Insegnare le abilità sociali ad una persona autistica non significa insegnarle a ‘sembrare neurotipica’, ma offrirle strumenti per comprendere, scegliere e costruire relazioni che abbiano significato per lei.
Le abilità sociali non dovrebbero essere insegnate come rigide regole da memorizzare, ma come una sorta di “traduzione” tra modi diversi di percepire il mondo e di comunicare. In questo modo l’individuo potrà realmente essere libero di crearsi delle relazioni sociali.

Questo significa aiutare la persona a:

• riconoscere i propri bisogni relazionali
• comprendere i segnali sociali senza sentirsi costretta al masking
• sviluppare strategie autentiche per esprimersi
• imparare a proteggere i propri confini emotivi
• costruire relazioni basate sulla reciprocità, non sull’adattamento forzato

La vera competenza sociale non nasce dall’imitazione ma dalla comprensione di sé e degli altri.
E forse la domanda più importante per un professionista non è: “Come posso insegnarti a stare con gli altri?” ma: “Come posso aiutarti a sentirti al sicuro mentre costruisci relazioni significative?”

Depressione e disturbo dello spettro autistico.Strategie per i genitori o caregivers di una persona autistica, in caso d...
05/05/2026

Depressione e disturbo dello spettro autistico.
Strategie per i genitori o caregivers di una persona autistica, in caso di depressione:

- individuare precocemente la sintomatologia depressiva
- avvisare altri caregivers della fragilità della persona autistica per poter costruire un’idonea rete di supporto
- attenzione per l’ambiente (l’ambiente deve essere adeguato ai bisogni della persona autistica per non iperstimolarla ulteriormente)
- ascoltare senza correggere o minimizzare
- accogliere anche ciò che non si capisce fino in fondo
- chiedere aiuto a professionisti che conoscano l’autismo
- aiutare la persona autistica a costruirsi delle routine giornaliera che le diano sicurezza evitando “giornate vuote”
- usare gli interessi della persona autistica come risorsa (usandoli per creare connessioni sociali, trasformarli in competenze lavorative, integrarli nelle attività giornaliere)

Empatia e spettro autistico.L’empatia nelle persone autistiche è spesso fraintesa.Per molto tempo si è diffusa anche tra...
30/04/2026

Empatia e spettro autistico.

L’empatia nelle persone autistiche è spesso fraintesa.
Per molto tempo si è diffusa anche tra i professionisti del settore, l’idea che chi è nello spettro autistico “non provi empatia”.
In realtà, ciò che si può osservare nelle persone autistiche spesso, non è l’assenza di empatia, ma una modalità diversa di esprimerla e viverla.
Molte persone autistiche possono far fatica a riconoscere o interpretare segnali sociali impliciti (come espressioni facciali o toni di voce), ma questo non significa che non possano provare emozioni, anche profonde. Al contrario, tanti individui nello spettro autistico raccontano di sperimentare un’empatia intensa, a volte travolgente, che può portare a sentirsi sopraffatti.

N. donna autistica racconta: “ Dottoressa io sento fisicamente la tristezza o il dolore delle persone intorno a me, anche se non parlano, e questo mi provoca sensazioni dolorosissime nel mio corpo”

Nello spettro autistico può accadere che empatia cognitiva ed affettiva possano svilupparsi in modo non lineare, creando profili unici e divergenti rispetto all’ ”empatia neurotipica”
Forse, più che chiederci se una persona autistica sia empatica, dovremmo iniziare a chiederci se siamo noi neurotipici in grado di riconoscere e comprendere il suo modo di esserlo: ascolto e curiosità ci possono permettere di andare oltre gli stereotipi e costruire relazioni più rispettose in cui ogni forma di empatia può essere colta.

Cos’è l’empatia?L’empatia è un'abilità fondamentale per la comunicazione, la risoluzione dei conflitti e la creazione di...
28/04/2026

Cos’è l’empatia?

L’empatia è un'abilità fondamentale per la comunicazione, la risoluzione dei conflitti e la creazione di legami sociali solidi: senza empatia, le relazioni resterebbero puramente utilitaristiche o superficiali. Essa si divide in:

- Empatia cognitiva: è la capacità di capire cosa prova un’altra persona. Viene chiamata anche cognizione sociale o intelligenza sociale, ed è quella che ci permette di decifrare cosa passa nelle teste altrui, capacità fondamentale per navigare il mondo sociale.

- Empatia emotiva: è la capacità di provare cosa prova un’altra persona. È quella che ci porta a soffrire quando vediamo qualcuno in difficoltà. Questa tipologia di empatia ci può portare a scelte sbagliate e irrazionali.

22/04/2026

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