Il Filo delle Cose - Psicologia & Formazione

Il Filo delle Cose - Psicologia & Formazione Uno spazio di cura e trasformazione per diventare finalmente ciò che si è

Il filo delle cose è un centro che offre servizi di:
- diagnosi clinica
- sostegno psicologico
- orientamento professionale e scolastico
- counseling psicologico e crescita personale
- formazione per adulti e ragazzi

02/07/2026
Come si diventa ciò che si è?È una domanda che attraversa la filosofia, la letteratura e, forse, ogni percorso di cresci...
09/06/2026

Come si diventa ciò che si è?

È una domanda che attraversa la filosofia, la letteratura e, forse, ogni percorso di crescita personale. È anche il titolo dell’ultima parte di Ecce Homo, l’opera autobiografica di Friedrich Nietzsche.

Ma la cosa interessante è che Nietzsche non intendeva chiedersi: “Come divento la versione migliore di me?”. Il suo intento era parlare di qualcosa di molto più radicale, che potremmo tradurre più o meno così:

“Come smetto di essere ciò che gli altri si aspettano che io sia e divento ciò che, in qualche modo, sono sempre stato?”

Noi siamo soliti immaginare la crescita come un processo di aggiunta: aggiungere competenze, consapevolezza, sicurezza, strumenti. Eppure, molte volte, il cambiamento assomiglia più a un lavoro di sottrazione. Aspettative, ruoli, paure, immagini di noi che abbiamo costruito per essere amati, accettati o semplicemente per sopravvivere.

Nella stanza di terapia incontro spesso persone che pensano di stare cercando una risposta alla domanda “Chi sono?”. Ciò di cui mi accorgo, però, è che il loro lavoro riguarda spesso altro: capire quali parti di sé appartengano davvero a loro e quali, invece, siano storie ereditate.

Storie che arrivano da lontano. Dalla famiglia, dalle relazioni, dalle appartenenze che ci hanno formati e che continuano ad abitare il nostro modo di stare al mondo.

E sia chiaro, “Diventare ciò che si è” non significa rinnegare la propria storia ma imparare a riconoscerla, darle un posto e, allo stesso tempo, distinguerla da se stessi. Significa riconoscere i fili che ci legano a ciò che siamo stati e trovare il coraggio di scegliere chi vogliamo essere.

Smettere di chiedersi soltanto “Chi sono?” e iniziare a domandarsi:

“Cosa devo lasciare andare per potermi incontrare?”

13/05/2026

Psicoterapia, relazioni, percorsi creativi e cura della persona.
Un luogo dove fermarsi, ritrovarsi e dare senso alla propria storia.
📍Siamo a San Benedetto del Tronto

Claudia Battistoni -

C’è un piccolo libro illustrato che racconta di una persona che scopre di avere un buco dentro. All’inizio prova a riemp...
16/03/2026

C’è un piccolo libro illustrato che racconta di una persona che scopre di avere un buco dentro. All’inizio prova a riempirlo con molte cose, poi prova anche con il cibo.
Un biscotto. Un pezzo di cioccolato. Qualcosa di dolce la sera.
Molte donne raccontano scene molto simili quando iniziamo a parlare del rapporto con il cibo, ma non sempre ciò che chiamiamo fame nasce nello stomaco.

Con Dott.ssa Cinzia Ribeca-Biologa Nutrizionista e Claudia Battistoni - Psicologa, abbiamo scritto una riflessione su questo tema 👉Puoi leggere l’articolo qui:

Fame d'Amore: cibo, emozioni e relazioni

Ci sono storie che pensiamo di vivere solo noi. E poi, guardando meglio, scopriamo che alcuni fili attraversano le gener...
09/03/2026

Ci sono storie che pensiamo di vivere solo noi.
E poi, guardando meglio, scopriamo che alcuni fili attraversano le generazioni.
Il genogramma è uno degli strumenti della psicoterapia sistemico-relazionale che aiuta proprio a questo: vedere le relazioni familiari, le ripetizioni, i silenzi e le eredità emotive che attraversano la nostra storia.
In questo articolo ti racconto cos’è e perché può diventare una vera e propria mappa delle nostre radici. Se ti va di leggerlo, lo trovi qui: https://wix.to/DRggQ0f

Sono sempre stata affascinata dalle storie. Forse non è un caso che faccia questo lavoro.Da bambina passavo ore e ore co...
03/03/2026

Sono sempre stata affascinata dalle storie.
Forse non è un caso che faccia questo lavoro.
Da bambina passavo ore e ore con mia nonna, davanti alla sua Borletti verde bottiglia, mentre mi raccontava storie e poesie. Tutto era accompagnato da quel tichitichiti che non cessava mai, a meno che non arrivasse qualche signora per interrompere il lavoro e provare qualche abito.

Mia nonna mi raccontava storie sue, di quando era bambina, e avevano sempre un obiettivo preciso, anche quando non lo capivo subito.

Quello che ho capito pià tardi è che le storie curano.

Ho scritto un articolo sul perché ascoltare e narrare può cambiare il modo in cui stiamo con noi stessi.

👉Lo trovi qui: https://wix.to/PWeU6zL

Erving Polster diceva che ogni vita merita un romanzo. Un romanzo fatto di capitoli, svolte, ritorni, ripetizioni. E anc...
11/02/2026

Erving Polster diceva che ogni vita merita un romanzo. Un romanzo fatto di capitoli, svolte, ritorni, ripetizioni. E anche di pagine che, a volte, rileggiamo all’infinito.

Nel suo lavoro, Polster osservava come molte persone restino intrappolate in una narrazione rigida di sé, una storia che si restringe, che si impoverisce, che finisce per raccontare sempre la stessa cosa. È qui che spesso nascono i rimuginii: quel tornare continuamente sugli stessi pensieri, sugli stessi episodi, sulle stesse frasi interiori. Ripensare, analizzare, rivedere, controllare, come se girando ancora un po’ intorno a quella ferita, prima o poi smettesse di far male.

A volte il rimuginio riguarda ciò che è successo, altre volte riguarda quello che gli altri pensano di noi, o quello che immaginiamo pensino. “Chissà cosa ha capito”, “avrà pensato che sono incapace”, “sicuramente mi giudica”, “non valgo abbastanza”, “mi sono resa ridicola”, “ho sbagliato tutto”. La mente costruisce vere e proprie storie parallele, processi interiori fatti di accuse e sentenze, spesso senza alcuna prova.

Dal punto di vista clinico, il rimuginio non è solo un’abitudine mentale fastidiosa. È un tentativo di protezione, un modo per cercare controllo, sicurezza, senso. Se capisco tutto, forse non soffrirò. Se prevedo ogni giudizio, forse non mi farò male. Se mi critico prima io, forse gli altri non potranno farlo.

Ma più si rimugina, più la storia si restringe. Il romanzo si riduce a un solo capitolo, e quel capitolo diventa: “non valgo”, “non sono abbastanza”, “sbaglio sempre”, “non mi vedono davvero”. In terapia questo lo incontriamo spesso: persone intelligenti, sensibili, profonde, che però si raccontano attraverso una lente durissima, come se tutta la loro identità passasse da lì.

Il lavoro clinico, allora, non è far smettere di pensare, né dire “non ci pensare”, “lascia perdere”, “pensa positivo”. È aiutare la persona a rimettere quella pagina dentro una storia più grande, a vedere che quella scena non è tutto, che ci sono stati altri capitoli, che ce ne possono essere ancora, che dentro di sé esistono molte voci, non una sola. È rileggere insieme la propria vita con più ampiezza, dare spazio anche a ciò che è rimasto ai margini, restituire complessità, umanità, movimento.

E piano piano, il rimuginio cambia forma.
Da gabbia diventa racconto, da circuito chiuso diventa percorso, da autocondanna diventa comprensione. Come diceva Polster, non si tratta di cancellare il passato, ma di riscriverlo in modo più vero, più ampio, più gentile.

Perché ogni vita merita un romanzo.
Non una pagina ripetuta all’infinito.

C’era un uomo, tanto tempo fa,che un giorno, in uno dei tanti hotel in cui si fermava per lavoro,dimenticò il suo nome.N...
22/12/2025

C’era un uomo, tanto tempo fa,
che un giorno, in uno dei tanti hotel in cui si fermava per lavoro,
dimenticò il suo nome.

Non se ne accorse subito.
Continuò a fare ciò che aveva sempre fatto:
riunioni, treni, valigie, agende piene.
Ma qualcosa iniziò a mancare.
Non il lavoro.
Non le persone.
Qualcosa di più sottile.

Si sentiva vuoto.

Come se una parte di sé fosse rimasta indietro
in un luogo dove non aveva avuto tempo di fermarsi.

Il vuoto, a volte, nasce così.
Non da un trauma evidente,
ma da una corsa troppo lunga senza soste.
Dal troppo dare, troppo a lungo.
Dal troppo accettare, per un tempo infinito.

In psicoterapia incontro spesso persone che dicono:
“Non so cosa mi manca, ma so c'è qualcosa che non va.”

Il vuoto, in questi casi,
non è assenza di qualcosa.

È una soglia.

Un punto in cui una parte di sé chiede di essere ascoltata
dopo essere rimasta a lungo in silenzio.

Per questo in terapia non riempiamo il vuoto.
Anzi, gli facciamo spazio.

E spesso, proprio lì,
inizia a prendere forma una nuova direzione.

Il vuoto
è semplicemente un’anima che aspetta
di essere ritrovata

Indirizzo

San Benedetto Del Tronto

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 18:30
Martedì 09:00 - 18:30
Mercoledì 09:00 - 18:30
Giovedì 09:00 - 18:30
Venerdì 09:00 - 18:30

Telefono

+393491625994

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