Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

Roberto Cavaliere Psicoterapeuta Dott. Roberto Cavaliere - Studio in Milano, Roma, Napoli e Salerno - responsabile sito www.maldamore.it - tel 320 8573502 email: cavalierer@iltuopsicologo.

LE PAROLE CORRONO, I FATTI ARRIVONOC'è una frase che dovremmo appendere sopra ogni conversazione difficile: "Le parole f...
25/08/2026

LE PAROLE CORRONO, I FATTI ARRIVONO

C'è una frase che dovremmo appendere sopra ogni conversazione difficile: "Le parole fanno a gara, le azioni tagliano il traguardo."

In psicoterapia lo vediamo ogni giorno. Le parole sono veloci, leggere, a costo zero. Promettere è un atto immediato: non richiede tempo, non richiede rinuncia, non richiede di cambiare nulla di sé. Per questo scivolano fuori con tanta facilità — "cambierò", "ti chiamo", "questa volta è diverso", "non lo farò più". Sono scariche di intenzione ma prive di peso specifico.

L'azione, invece, ha un costo. Richiede tempo sottratto ad altro, rinuncia a un'abitudine, esposizione al rischio di fallire. Ecco perché le azioni "tagliano il traguardo" più tardi: non perché contino di meno, ma perché sono le uniche a dover attraversare davvero la resistenza, la fatica, il disagio del cambiamento reale.

Nelle relazioni, questo scarto diventa diagnostico.
Chi ama a parole e non nei fatti spesso non sta mentendo consapevolmente: sta comunicando un'intenzione che il suo apparato emotivo, in quel momento, non è ancora in grado di sostenere con la coerenza necessaria. È la differenza tra il desiderio di essere una certa persona per l'altro, e l'essere davvero quella persona.

Per chi ascolta, il compito psicologico più difficile è proprio questo: imparare a non anticipare il traguardo sulla base della partenza. Le parole sono ipotesi. Solo le azioni ripetute nel tempo sono dati. E una relazione sana si costruisce leggendo i dati, non le intenzioni.

Le parole aprono la porta.
Solo le azioni, ripetute, costruiscono la casa.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

QUALE È LA DIFFERENZA TRA SCIENZA, FILOSOFIA E PSICOTERAPIA???👉Uno studente di psicologia, durante la stesura della tesi...
24/08/2026

QUALE È LA DIFFERENZA TRA SCIENZA, FILOSOFIA E PSICOTERAPIA???
👉Uno studente di psicologia, durante la stesura della tesi, chiede al proprio professore:
«Qual è la differenza tra scienza, filosofia e psicoterapia?»

Il professore sorride e risponde:
«La scienza è come cercare in una stanza buia un gatto nero… e trovarlo. Procede per tentativi ed errori, finché non individua una risposta ai propri dilemmi.

La filosofia è come cercare in una stanza buia un gatto nero… che non c’è, e non trovarlo. Si muove tra domande che non hanno risposte assolute o definitive.

La psicoterapia è come cercare in una stanza buia un gatto nero… che non c’è, e affermare di averlo trovato.»

👉Questa ultima battuta, con il suo umorismo pungente, fa sorridere ma anche pensare.
A prima vista sembra una critica:
“La psicoterapia inventa ciò che non c’è”.
Ma letta con più attenzione, rivela un punto centrale: in psicoterapia non sempre si cerca un fatto oggettivo, una “causa vera” nascosta nel passato. Spesso quella causa, come dato reale e verificabile, semplicemente non esiste.

In certe forme di psicoterapia, forzare la ricerca di un evento preciso che “spieghi” tutto può diventare fuorviante. La persona vive e sente secondo una propria prospettiva soggettiva, frutto di esperienze, interpretazioni e significati che non sono sempre riconducibili a un unico episodio concreto.

Il “trovare il gatto” allora non significa svelare un fatto storico, ma dare forma a un’esperienza interna che diventa significativa nel presente. Non è la caccia a una verità assoluta, ma la costruzione di un senso che possa orientare e trasformare la vita della persona.

Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

Il diritto di ripetersi: la tecnica del "disco rotto"Una delle idee più fraintese sull'assertività è che basti "dire ciò...
23/08/2026

Il diritto di ripetersi: la tecnica del "disco rotto"

Una delle idee più fraintese sull'assertività è che basti "dire ciò che si pensa" per essere assertivi. In realtà l'assertività vera si vede nel momento più scomodo: quando l'altro non accetta il primo no.

Negli anni '70 lo psicologo Manuel Smith descrisse una tecnica semplice quanto efficace: il broken record, il disco rotto. Consiste nel ripetere con calma la propria posizione, sempre con le stesse parole essenziali, senza lasciarsi trascinare in giustificazioni, scuse elaborate o controargomentazioni.

"Non posso ve**re sabato."
"Ma dai, è solo un'ora..."
"Capisco, ma non posso ve**re sabato."
"Non ti chiedo mica la giornata intera..."
"Lo so, e comunque non posso ve**re sabato."

Non c'è aggressività, non c'è cedimento. C'è ripetizione.
Perché funziona? Perché chi ha difficoltà a essere assertivo di solito non cede al primo assalto, cede alla seconda o terza insistenza — quando cerca disperatamente un argomento nuovo per giustificare un no che, in realtà, non ha bisogno di alcuna giustificazione. Il disco rotto toglie terreno proprio a questo meccanismo: non offre nuovo materiale su cui l'altro possa fare leva.
Non è un trucco manipolativo, è quasi il contrario: è la forma più onesta del confine, perché non nasconde il no dietro mille scuse — lo mostra per quello che è, stabile e non negoziabile.

Un'immagine che rappresenta questo tema e': "L'uomo con la bombetta" di Magritte — la stessa figura che si ripete, identica, impossibile da spostare
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

Amore o Umore o Tumore?C'è un gioco di parole che uso spesso in studio, perché dice in tre parole quello che a volte ser...
21/08/2026

Amore o Umore o Tumore?

C'è un gioco di parole che uso spesso in studio, perché dice in tre parole quello che a volte serve un'ora intera di seduta per far emergere: Amore o Umore o Tumore.
Perché in certi legami non si ama una persona: si ama il suo umore. Ci si sveglia ogni mattina a controllare la temperatura affettiva dell'altro, si impara a leggere il tono di una voce, il ritardo di un messaggio, il silenzio a tavola, come fossero bollettini meteo da cui dipende il nostro stesso diritto a stare bene. Quando l'altro è su, siamo su. Quando l'altro è giù, crolliamo con lui. Non è amore, è dipendenza dall'umore altrui: un saliscendi che promette intensità e restituisce solo instabilità.

E se questo saliscendi si cronicizza, l'amore-umore può davvero trasformarsi nel terzo termine del titolo: un tumore relazionale. Qualcosa che cresce silenzioso, si nutre di ansia anticipatoria e di piccole rinunce quotidiane, e nel tempo erode l'autostima, il sonno, il senso di sé. Non ce ne accorgiamo perché non fa male tutto insieme: fa male un po' alla volta, ed è proprio per questo che è più pericoloso.

La domanda da farsi non è "quanto lo amo", ma: la mia serenità dipende dalla sua? Se la risposta è sì in modo costante, non stiamo parlando di amore che nutre, ma di un legame che consuma.

Per immagine scelgo "L'Abbraccio" di Egon Schiele: due corpi avvinghiati fino a perdere i contorni, un'unione che sembra fusione ma che, guardata da vicino, è anche tensione, contrazione, quasi lotta. È l'immagine perfetta di certi amori: talmente intrecciati da non distinguere più dove finisce l'uno e comincia l'altro — e in quella confusione, spesso, si perde per primo il proprio umore.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

La colpa è sempre tua: quando chi vuole andarsene ti convince che sei tu a doverlo lasciare.C'è una forma di fine di una...
20/08/2026

La colpa è sempre tua: quando chi vuole andarsene ti convince che sei tu a doverlo lasciare.

C'è una forma di fine di una relazione che non fa rumore. Non ci sono porte sbattute, non c'è una dichiarazione netta, non c'è nemmeno — a volte — un vero addio. C'è, invece, un lento lavoro di erosione: l'altro comincia a diventare distante, critico, insofferente. Piccole scenate su dettagli irrilevanti, silenzi che si allungano, un'insoddisfazione che sembra mo***re senza una causa precisa. E chi la subisce, dopo settimane o mesi, arriva a una conclusione paradossale: "Forse sono io il problema. Forse dovrei essere io a lasciarlo."

È qui che si consuma uno dei meccanismi più subdoli — e meno raccontati — della vita di coppia.

✔️Il copione: uscire di scena senza assumersi la scena
Chi vuole chiudere una relazione ma non ha il coraggio (o la lucidità, o l'onestà) di dirlo apertamente, spesso non se ne va. Resta, ma cambia registro. Diventa più critico, meno presente, più insofferente ai difetti dell'altro — difetti che magari conosceva e accettava da anni. Comincia a costruire, quasi inconsapevolmente, un "dossier" di colpe altrui. Non per affrontarle e risolverle insieme, ma per giustificare a se stesso — e soprattutto all'altro — una rottura che in realtà ha già deciso.

Il risultato è un rovesciamento della responsabilità: chi decide di andarsene manipola l'altro affinché sia lui, o lei, a prendere l'iniziativa. "Non mi ami più", "Sei sempre stato distante", "Forse dovresti pensarci tu, se stare con me ti rende così". Frasi che sembrano un invito alla riflessione condivisa, ma che sono in realtà proiezioni: attribuiscono all'altro un'ambivalenza e una responsabilità che appartengono, in realtà, a chi le pronuncia.

Perché è manipolazione, e perché è vigliaccheria
Non si tratta solo di indecisione. È una strategia — spesso non del tutto consapevole, ma comunque efficace — per ottenere un obiettivo (la fine della relazione) scaricando su altri il costo emotivo della decisione: il senso di colpa, il ruolo di "cattivo", la fatica di dire una verità scomoda.
Chi la mette in atto evita così due cose che teme: il conflitto diretto e l'assunzione di responsabilità. E ottiene, in cambio, un doppio vantaggio perverso — può raccontarsi (e raccontare agli altri) di essere stato "lasciato", pur avendo orchestrato l'abbandono, e può uscire dalla relazione senza il peso di aver ferito qualcuno consapevolmente.

È un meccanismo che ha una matrice spesso narcisistica: il bisogno di controllare la narrazione, di restare nella posizione della vittima anche quando si è, di fatto, l'artefice della rottura. Chi subisce questo gioco si ritrova invece intrappolato in un doppio danno: perde la relazione, e perde anche la possibilità di elaborarne la fine in modo onesto, perché gli è stata sottratta la verità di ciò che è realmente accaduto.

✔️Non solo nelle coppie stabili: il caso delle relazioni extraconiugali
Questa dinamica assume una forma particolarmente insidiosa nelle relazioni extraconiugali. Qui il meccanismo si complica: chi vuole chiudere una relazione parallela, ma non vuole assumersi il peso di averla cercata, mantenuta e infine interrotta per scelta propria, spesso trasforma il partner "clandestino" nel colpevole designato. Diventa "troppo esigente", "instabile", "ha creato troppi problemi" — accuse che ignorano la responsabilità di chi ha costruito, spesso con pari intenzionalità, quella relazione fin dall'inizio.
In questi contesti la manipolazione si intreccia con la segretezza strutturale della relazione stessa: la vittima non ha nemmeno gli strumenti sociali o relazionali per contestare pubblicamente la narrazione che le viene attribuita. Resta sola con un racconto distorto della propria storia, spesso privata anche del diritto di sentirsi legittimamente ferita.

✔️Riconoscere il meccanismo per uscirne
Il primo passo per chi si trova invischiato in questa dinamica non è cercare di "migliorare" per salvare una relazione già decisa da altri, ma riconoscere lo schema: un'insoddisfazione crescente e mai realmente comunicata, un accumulo di critiche che non porta mai a un confronto costruttivo, la sensazione ricorrente di essere sempre e comunque nel torto.
Nominare questo meccanismo — a se stessi, prima ancora che all'altro — è già un atto di verità. Non basta a cancellare il dolore della fine di una relazione, ma restituisce a chi lo ha subito qualcosa di essenziale: la propria versione dei fatti, e la consapevolezza che la responsabilità di una decisione non elaborata apertamente non può, e non deve, ricadere su chi quella decisione non l'ha mai presa.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

👉Le tre domande che rivelano se una scelta è davvero tuaC'è un momento, prima di ogni decisione importante, in cui la me...
19/08/2026

👉Le tre domande che rivelano se una scelta è davvero tua

C'è un momento, prima di ogni decisione importante, in cui la mente si affolla di pro e contro, di consigli ricevuti, di scadenze percepite. Ma la maggior parte delle liste di pro e contro non funziona, perché il problema raramente è la mancanza di informazioni. Il problema è che non sappiamo ancora chi sta scegliendo — se è la parte più autentica di noi o la parte che ha semplicemente più paura. Ecco tre domande che, in tanti anni di lavoro clinico, ho visto fare la differenza.

✔️1. Sto scappando da qualcosa o sto andando verso qualcosa?
Questa domanda smaschera la direzione reale del movimento. Una scelta motivata dalla fuga ha una qualità specifica: nasce dal bisogno di eliminare un disagio immediato — un lavoro che pesa, una relazione che soffoca, una città che non sentiamo più nostra. È una motivazione legittima, ma incompleta: dice cosa vogliamo lasciare, non dice dove vogliamo andare. E le scelte fatte solo per allontanarsi tendono a ricreare, in forma diversa, lo stesso disagio, perché non abbiamo affrontato la struttura interna che lo generava — solo la scena in cui si manifestava.
Andare verso qualcosa è diverso: implica un'immagine positiva, un desiderio con un contenuto proprio, indipendente dal male da cui ci si allontana. Il modo pratico per distinguere le due cose è chiedersi: "Se il problema che sto scappando si risolvesse magicamente stanotte, vorrei ancora questa scelta domani?" Se la risposta è sì, c'è un desiderio autentico sotto la fuga. Se la risposta è "no, non ne avrei più bisogno", probabilmente stiamo confondendo una via di fuga con una direzione di vita.

✔️2. Sto decidendo questa scelta perché lo desidero io o per compiacere gli altri?
Qui entra in gioco uno dei meccanismi più sottili e più diffusi: l'introiezione, cioè il fatto di aver fatto nostri, senza accorgercene, i desideri, le aspettative o i timori di figure significative — un genitore, un partner, un contesto sociale. Non si tratta necessariamente di cedimenti consapevoli: spesso la voce dell'altro è diventata così interna da sembrare la nostra stessa voce di buon senso.
Un modo per riconoscerla è osservare la qualità emotiva che accompagna il pensiero della scelta "giusta secondo gli altri": se prevale il senso di dovere, di evitare un giudizio, di non deludere, siamo probabilmente dentro un compromesso identitario. Se invece, immaginando la stessa scelta, sentiamo un'energia che nasce da dentro — curiosità, entusiasmo, persino paura mista a desiderio — è più probabile che sia autenticamente nostra. Un esercizio utile è chiedersi: "Se nessuno lo scoprisse mai e nessuno potesse avere un'opinione su questo, la farei ancora?" Non per svalutare le relazioni — che contano e devono contare — ma per isolare, almeno per un momento, la voce che è solo nostra da quella che abbiamo assorbito.

✔️3. Se mi immagino già nella scelta effettuata, come mi sento? Come penso di sentirmi?
Questa terza domanda è la più sofisticata, perché contiene in sé una distinzione cruciale tra due tipi di conoscenza di sé: come mi sento (il vissuto immediato, corporeo, quasi pre-verbale, quando mi proietto in quella scena futura) e come penso di sentirmi (la narrazione razionale che costruiamo su come dovremmo sentirci). Spesso questi due piani non coincidono, e la discrepanza tra loro è preziosissima. Possiamo pensare "sarò felice" e sentire, nel corpo, una contrazione, un peso al petto, un vuoto — o viceversa, pensare "sarà difficile" e sentire, sotto la superficie, un'apertura, un respiro più ampio.
Questo esercizio di immaginazione anticipata, in psicologia si chiama a volte "proiezione affettiva", ed è potente proprio perché bypassa il ragionamento e ci fa incontrare, per un istante, l'eco emotiva della scelta prima ancora di averla presa. Non è infallibile — le emozioni previste non sono sempre identiche a quelle che sperimenteremo davvero — ma è un indicatore che raramente mente sulla direzione generale: verso l'apertura o verso la chiusura, verso la vita o verso la contrazione.

Perché queste domande, insieme, funzionano
Prese singolarmente, ciascuna di queste domande illumina un aspetto: la direzione del movimento, la proprietà del desiderio, la verità emotiva anticipata. Ma è nel loro incrocio che emerge qualcosa di più prezioso di qualsiasi lista di pro e contro: la possibilità di distinguere, con più chiarezza, quale voce dentro di noi stia davvero scegliendo. Una decisione difficile raramente lo è per mancanza di dati. Lo è perché, dentro di noi, parlano insieme voci diverse — quella che scappa, quella che vuole piacere, quella che sente — e il lavoro non è zittirne alcuna, ma imparare ad ascoltarle separatamente, prima di lasciare che una sola, la più rumorosa, decida per tutte. Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

"Le persone ti danno ciò che sono; quello che meriti devi dartelo da solo."C'è una fantasia che portiamo dentro fin da b...
18/08/2026

"Le persone ti danno ciò che sono; quello che meriti devi dartelo da solo."

C'è una fantasia che portiamo dentro fin da bambini, spesso senza saperlo: che se amiamo abbastanza bene, se ci comportiamo in un certo modo, se siamo abbastanza pazienti, meritevoli, presenti — prima o poi qualcuno ci restituirà esattamente quello di cui abbiamo bisogno.
È la logica del merito applicata all'amore, ed è una delle illusioni più dolorose che esistano, perché ci lega a persone incapaci non per colpa, ma per struttura.

Le persone non ti danno ciò che meriti.
Ti danno ciò che sono capaci di dare, nei limiti della loro storia, delle loro ferite, del loro grado di consapevolezza. Un genitore evitante non ti negherà l'affetto perché non ti ami: te lo negherà perché non ha mai imparato il linguaggio della vicinanza. Un partner che ti tradisce nella fiducia non lo fa perché tu vali poco: lo fa perché porta dentro un vuoto che nessuna quantità del tuo amore può colmare al posto suo.

Questo non è un invito al cinismo, né una scusa per chi ci ferisce. È una distinzione clinica fondamentale, quella tra causa e responsabilità: capire perché qualcuno ci dà poco non significa giustificarlo, significa smettere di cercare in noi stessi la spiegazione di un vuoto che appartiene a lui.
E qui arriva la parte più difficile, quella che nessuno vuole sentirsi dire: se aspetti che sia l'altro a restituirti il valore che senti di meritare, resterai in debito per sempre.

Perché nessuno può darti una cosa che non possiede. Il riconoscimento che cerchi fuori — quello vero, stabile, che non dipende dall'umore altrui — può nascere solo da un lavoro interno: imparare a vedersi, a validarsi, a non delegare ad altri la sentenza sul proprio valore.
Non è solitudine. È l'unico atto che ti rende libero di amare senza mendicare.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

La dismorfofobia da spiaggia: quando il corpo diventa un nemico estivoCon l'arrivo dell'estate, per molte persone la spi...
18/08/2026

La dismorfofobia da spiaggia: quando il corpo diventa un nemico estivo

Con l'arrivo dell'estate, per molte persone la spiaggia non è sinonimo di relax, ma di ansia. Si chiama comunemente "dismorfofobia da spiaggia" (o beach body anxiety): la paura intensa di mostrare il proprio corpo in costume, legata a un vissuto distorto della propria immagine corporea.

Non è vanità, e non è nemmeno un capriccio: è una forma di sofferenza reale, che nei casi più marcati può rientrare nel quadro del Disturbo da Dismorfismo Corporeo (BDD), in cui la persona percepisce difetti fisici minimi o inesistenti come gravi ed evidenti agli occhi degli altri.

Come si manifesta
✔️Evitamento di spiagge, piscine, spogliatoi
✔️Controllo ossessivo del corpo allo specchio (o, al contrario, evitamento totale dello specchio)
✔️Confronto costante con corpi altrui, spesso amplificato dai social
✔️Uso di costumi "coprenti" per nascondere parti del corpo vissute come inadeguate
✔️Ansia anticipatoria nei giorni prima di un'uscita al mare

Da dove nasce
Spesso affonda le radici in un rapporto col corpo costruito su giudizio, vergogna o confronto fin dall'infanzia o dall'adolescenza, e viene oggi amplificata da un'esposizione continua a immagini corporee idealizzate e irrealistiche.

Qualche piccolo consiglio
➡️Scegli il costume per come ti fa sentire, non per "nascondere": la copertura totale spesso rinforza l'evitamento invece di ridurlo.
➡️Limita il confronto sui social nei giorni che precedono l'esposizione: il feed estivo è un catalogo di corpi filtrati, non uno specchio della realtà.
➡️Sposta l'attenzione dal "come appaio" al "cosa posso fare" con quel corpo: nuotare, camminare, giocare.
➡️Se l'ansia limita concretamente la tua vita sociale, non è "normale insicurezza estiva": parlarne con un professionista può fare la differenza.

La spiaggia dovrebbe essere un luogo di libertà, non un esame. Il corpo che portiamo in vacanza è lo stesso che ci ha portato fin lì, tutto l'anno.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

Il tempo vuoto dell'estate: cosa ci dice di noi ?D'inverno il tempo è pieno di scadenze, impegni, cose da fare. D'estate...
17/08/2026

Il tempo vuoto dell'estate: cosa ci dice di noi ?

D'inverno il tempo è pieno di scadenze, impegni, cose da fare. D'estate, soprattutto in questi giorni di agosto, il tempo si svuota. E per molti, paradossalmente, è più difficile da reggere del tempo pieno.

Quando non c'è nulla che ci distrae, quello che emerge è quello che normalmente teniamo a bada con l'agenda: pensieri, vuoti relazionali, domande che rimandiamo tutto l'anno. Non è un caso che agosto sia il mese in cui più spesso arrivano crisi di coppia, bilanci esistenziali, o semplicemente una strana irrequietezza che non sappiamo spiegarci.

Il tempo vuoto non crea il disagio: lo rivela.
Toglie il rumore di fondo e ci lascia soli con ciò che c'eravamo raccontati di non avere il tempo di guardare.

In Automat di Edward Hopper (1927) — una donna seduta da sola in un caffè, il tempo sospeso, nessuna distrazione. Hopper ha dipinto per tutta la vita l'attesa e il vuoto americano; qui coglie esattamente quella sensazione di tempo che si dilata e ci mette di fronte a noi stessi.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

Il silenzio dopo la festa obbligatoriaFerragosto è forse la festa più fraintesa dell'anno: ci viene richiesto di essere ...
15/08/2026

Il silenzio dopo la festa obbligatoria

Ferragosto è forse la festa più fraintesa dell'anno: ci viene richiesto di essere felici per decreto calendariale. Non è una festa che nasce dal desiderio — come un compleanno, un incontro atteso — ma una festa imposta dal tempo collettivo, dove milioni di persone si trovano sincronizzate nello stesso obbligo: godersi la giornata, esattamente oggi, esattamente ora.

È qui che si annida il paradosso psicologico più interessante. Quando il piacere diventa un dovere sociale, spesso si trasforma nel suo contrario: un'ansia sottile di "non farlo abbastanza bene", di non essere abbastanza rilassati, abbastanza in compagnia, abbastanza felici rispetto a quello che gli altri sembrano mostrare. Il desiderio autentico, quello che nasce da dentro, viene silenziosamente sostituito da una performance del desiderio.

E poi arriva la sera. Quella luce che si abbassa dopo il picco di rumore, spiagge e tavolate è il momento in cui il "dovere di gioia" si esaurisce e resta solo l'esperienza reale — spesso più ambivalente, più stanca, più vera di quanto i social abbiano raccontato durante il giorno. Non è un caso che tante persone sentano, proprio in questa sera, una malinconia che fatica a spiegarsi: non è tristezza per la fine dell'estate, è il contatto improvviso con ciò che si era messo tra parentesi per stare al gioco collettivo.
Non è un cedimento. È un ritorno a sé.

🎨 Per immagine: Summer Evening di Edward Hopper — due figure sotto la luce di un portico, fisicamente vicine ma ciascuna chiusa nel proprio pensiero. È l'istantanea perfetta di questa sera: la festa è finita, e resta solo l'autenticità di ciò che si prova davvero.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

Indirizzo

Via De Marinis 49
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84019

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