23/08/2026
QUANDO NON SI PUÒ PIÙ PARLARE, LA SCIENZA SMETTE DI ESSERE SCIENZA
In questi giorni ho parlato di quello che sta accadendo a Palermo e della vicenda della bambina morta pochi giorni fa.
Oggi, però, voglio fare un passo indietro.
Perché c’è una cosa che dovrebbe essere molto più importante delle nostre opinioni personali: la possibilità di fare domande.
La madre della bambina ha scritto parole durissime. Parla del dolore immenso che sta vivendo, ma parla anche di visite al pronto soccorso, di documentazione sanitaria e di medici che, secondo lei, avrebbero sottovalutato le condizioni della figlia.
Non spetta a noi stabilire oggi responsabilità che dovranno essere accertate dalle indagini.
Ma proprio per questo dobbiamo poter parlare.
Dobbiamo poter discutere di malasanità.
Dobbiamo poter discutere di errori diagnostici.
Dobbiamo poter discutere di responsabilità.
Dobbiamo poter mettere in discussione protocolli, decisioni e comportamenti della medicina.
E dobbiamo poterlo fare senza essere immediatamente classificati come complottisti, negazionisti, pericolosi o nemici della scienza.
Perché una scienza che non accetta le domande non è scienza.
E una medicina che non accetta di essere sottoposta a verifica, soprattutto quando qualcosa va terribilmente storto, non sta difendendo la scienza: sta difendendo se stessa.
In questi giorni ho parlato anche di questo: della progressiva trasformazione della scienza in un’autorità che pretende di non essere discussa.
E non è un problema esclusivamente italiano.
Negli Stati Uniti, dopo gli anni della pandemia, stanno emergendo sempre più interrogativi, audizioni, inchieste e procedimenti che stanno mettendo sotto esame decisioni e responsabilità di quegli anni. Al di là di come finiranno le singole vicende, il fatto stesso che vengano poste domande dovrebbe ricordarci una cosa fondamentale:
nessuno dovrebbe essere al di sopra della verifica.
Nemmeno chi si presenta davanti alle telecamere dicendo: «Io sono la scienza».
Anzi, proprio chi pronuncia quelle parole dovrebbe essere il primo ad accettare domande, critiche e verifiche.
In Italia, invece, troppo spesso assistiamo al contrario.
Silenzio.
Difesa corporativa.
Paura di parlare.
Paura di fare domande.
Paura perfino di affrontare determinati argomenti sui social perché basta toccare certi temi per rischiare segnalazioni, limitazioni o la chiusura di un account.
E allora no.
Io continuerò a parlare di sanità, scienza, responsabilità e libertà di discutere.
Non perché io abbia già tutte le risposte.
Ma perché credo che una società libera debba avere il diritto di fare tutte le domande.
Anche quelle scomode.
Soprattutto quelle scomode.
E davanti al dolore di una madre che chiede semplicemente rispetto e verità, credo che l’unica cosa che dovremmo fare sia abbassare la voce, smettere di pontificare e lasciare che siano i fatti a parlare.
Perché quando una bambina muore, non dovrebbe esserci una gara a dimostrare chi ha ragione.
Dovrebbe esserci una sola domanda: perché è successo?
E quella domanda deve poter essere fatta.
Sempre.