Polo ADHD e Neurodivergenze Genova

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Polo ADHD e Neurodivergenze Genova Centro multidisciplinare per ADHD e altre neurodivergenze. Valutazione, psicoterapia e ADHD coaching. Genova.

Negli ultimi anni le certificazioni di Disturbo Specifico dell’Apprendimento nella scuola italiana sono aumentate in mod...
10/09/2026

Negli ultimi anni le certificazioni di Disturbo Specifico dell’Apprendimento nella scuola italiana sono aumentate in modo marcato.
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, si è passati dallo 0,9% degli alunni nel 2010/11 al 6% nel 2022/23. Nell’ultimo anno rilevato sono 354.569 gli studenti con certificazione DSA.
È un aumento importante. Ed è legittimo interrogarsi.
Ma possiamo concludere da questi numeri che oggi si facciano “troppe diagnosi”?
No. Non da questi numeri.
Il dato ministeriale misura quanti alunni hanno una certificazione. Non misura quante di quelle diagnosi siano inappropriate.
Sono due domande diverse.
Per dimostrare una sovradiagnosi dovremmo verificare quante persone abbiano ricevuto una diagnosi di DSA senza soddisfarne realmente i criteri.
E questo richiede valutazioni rigorose, non il semplice conteggio delle certificazioni.
La questione è tutt’altro che irrilevante. Una revisione sistematica pubblicata nel 2026 evidenzia ancora differenze nei criteri e negli strumenti utilizzati per identificare i DSA e sottolinea la necessità di valutazioni multidimensionali e validate.
Questo non significa affermare che la sovradiagnosi non esista.
Significa qualcosa di più semplice: l’aumento delle diagnosi non basta a dimostrarla.
Discutere sulla qualità delle diagnosi è legittimo. Interrogarsi sul loro aumento è necessario.
Ma sapere che oggi ci sono più diagnosi non ci dice se siano troppe.
Per stabilirlo, dovremmo sapere quante siano state formulate senza che fossero realmente presenti i criteri per un DSA.
Ed è questo il dato che servirebbe per parlare di sovradiagnosi.

CONSIGLIO DI LETTURAIl gesto di Ettoredi Luigi ZojaNell’Iliade, Ettore torna dalla battaglia e tende le braccia al figli...
09/09/2026

CONSIGLIO DI LETTURA
Il gesto di Ettore
di Luigi Zoja
Nell’Iliade, Ettore torna dalla battaglia e tende le braccia al figlio Astianatte. Il bambino, però, non lo riconosce: l’elmo e il pennacchio lo spaventano.
Ettore allora sorride, depone l’elmo a terra, prende il figlio tra le braccia e lo solleva verso il cielo,
Luigi Zoja parte da questa scena per attraversare la storia della paternità e interrogarsi sulla presenza, sulla trasformazione e sulla progressiva crisi della figura paterna.
Il gesto di Ettore contiene qualcosa di profondamente attuale: prima di avvicinarsi al figlio, il padre si accorge della sua paura e rinuncia alla propria armatura. Si rende riconoscibile e accessibile. Poi lo solleva, quasi a presentarlo al mondo.
La funzione paterna non coincide soltanto con l’autorità, le regole o il limite. È anche presenza, protezione e riconoscimento. È offrire sicurezza senza trattenere e accompagnare un figlio verso ciò che è altro da sé.
Forse essere padre comincia anche da qui: dal sapersi rendere riconoscibili agli occhi di un figlio.
Perché un padre non deve mostrarsi sempre forte. A volte deve saper deporre l’elmo.

Donald Woods Winnicott ha formulato uno dei concetti più conosciuti della psicologia dello sviluppo: la madre sufficient...
08/09/2026

Donald Woods Winnicott ha formulato uno dei concetti più conosciuti della psicologia dello sviluppo: la madre sufficientemente buona.
Ed è anche uno dei più fraintesi.
Molti lo interpretano come un invito ad abbassare le aspettative: “Non serve essere perfette”. È vero, ma il significato è molto più ricco.
Per Winnicott, all’inizio della vita il bambino ha bisogno di un adulto che si adatti in modo molto accurato ai suoi bisogni. Questa esperienza contribuisce a costruire le condizioni necessarie al suo sviluppo.
Poi, progressivamente, quell’adattamento diventa meno completo.
Non perché il genitore smetta di prendersi cura del bambino, ma perché il bambino, poco alla volta, può iniziare a tollerare piccole attese, piccole frustrazioni, piccole assenze e il progressivo incontro con una realtà che non coincide sempre con i suoi bisogni. È proprio questa gradualità — dall’adattamento iniziale alla progressiva disillusione — un passaggio importante nel pensiero di Winnicott.
La perfezione non è l’obiettivo dello sviluppo. E nemmeno l’assenza di errori.
Un genitore può sbagliare, perdere la pazienza, non comprendere subito un bisogno. Questo, da solo, non definisce la qualità della relazione.
“Sufficientemente buona” non significa mediocre. E non significa che qualunque cosa facciamo vada bene.
Significa offrire un ambiente facilitante, capace di accompagnare il bambino nel suo processo di maturazione, sostenendo progressivamente la fiducia, l’autonomia e la possibilità di incontrare una realtà che, inevitabilmente, non risponderà sempre ai suoi desideri. Il ruolo dell’ambiente facilitante è uno dei nuclei centrali della teoria winnicottiana dello sviluppo.
È una prospettiva profondamente diversa dall’idea di un genitore perfetto.
Perché essere una madre sufficientemente buona non significa non sbagliare.
Significa adattarsi ai bisogni del bambino e, progressivamente, accompagnarlo verso la possibilità di fare esperienza del mondo e della propria autonomia.

Scegliere significa sempre perdere qualcosa.A volte continuiamo a valutare possibilità, immaginare alternative, rimandar...
06/09/2026

Scegliere significa sempre perdere qualcosa.
A volte continuiamo a valutare possibilità, immaginare alternative, rimandare. Non perché non sappiamo cosa vogliamo, ma perché vorremmo trovare una scelta che ci permetta di non perdere nulla.
Ma quella scelta non esiste.
Ogni decisione apre una possibilità e ne chiude altre. E forse una parte della difficoltà sta proprio nell’accettare che scegliere non significa trovare una soluzione senza costo.
Significa decidere quale costo siamo disposti a sostenere per ciò che conta di più.

A volte manca soltanto il sostegno giusto nel punto giusto dello sviluppo.Lev Semënovič Vygotskij chiamò zona di svilupp...
05/09/2026

A volte manca soltanto il sostegno giusto nel punto giusto dello sviluppo.
Lev Semënovič Vygotskij chiamò zona di sviluppo prossimale la distanza tra ciò che una persona riesce a fare autonomamente e ciò che può riuscire a fare con la guida o la collaborazione di qualcuno più competente.
È uno spazio particolarmente interessante.
Perché ci ricorda che ciò che una persona riesce a fare da sola, in questo momento, non esaurisce necessariamente ciò che è capace di imparare o di raggiungere.
Un aiuto efficace non dovrebbe sostituirsi alla persona, facendo al suo posto. Ma neppure limitarsi ad aspettare che riesca da sola.
Dovrebbe collocarsi proprio lì: abbastanza vicino da rendere possibile un passaggio che, in quel momento, autonomamente sarebbe troppo difficile.
Poi qualcosa cambia.
Ciò che prima richiedeva una guida può diventare progressivamente accessibile con meno sostegno, fino a poter essere affrontato in autonomia.
Vygotskij elaborò questo concetto nell’ambito dello sviluppo e dell’apprendimento. Ma è un’idea che può aiutarci a riflettere anche oltre il suo contesto originario.
Nel lavoro clinico lo incontriamo continuamente: quando costruiamo una strategia, sosteniamo una funzione ancora fragile, aiutiamo una persona a riconoscere qualcosa che da sola fatica a vedere o accompagniamo un passaggio che non è ancora pronta ad affrontare autonomamente.
Ricevere un sostegno non significa necessariamente essere meno capaci.
A volte significa trovarsi esattamente in quello spazio nel quale una capacità sta diventando accessibile.
Vygotskij lo chiamava zona di sviluppo prossimale.
Quello spazio tra ciò che possiamo fare autonomamente e ciò che possiamo riuscire a fare con il sostegno adeguato.
E forse uno degli aspetti più importanti di ogni relazione di aiuto è proprio questo: comprendere quanto sostegno serve, quale sostegno serve e quando cominciare a lasciarlo andare.
Perché aiutare non significa rendersi indispensabili.
Significa contribuire a rendersi, progressivamente, meno necessari.

Una relazione che funziona non è una relazione nella quale si è sempre d’accordo.Ci si fraintende. Si perde la sintonia....
04/09/2026

Una relazione che funziona non è una relazione nella quale si è sempre d’accordo.
Ci si fraintende. Si perde la sintonia. Ci si ferisce, qualche volta. Si reagisce male. Si prendono le distanze.
Il potere della discordia, di Ed Tronick e Claudia M. Gold, parte da una prospettiva forse meno rassicurante, ma molto più realistica: le relazioni umane sono inevitabilmente imperfette.
Tronick, psicologo clinico e neuroscienziato dello sviluppo, è conosciuto soprattutto per i suoi studi precoci sull’interazione tra bambino e caregiver e per il paradigma dello Still Face. In questo libro, insieme alla pediatra Claudia M. Gold, porta quelle conoscenze dentro le relazioni che attraversano tutta la nostra vita.
Il punto interessante non è imparare a evitare ogni conflitto.
È comprendere cosa accade dopo una rottura della sintonia.
Possiamo irrigidirci nelle nostre posizioni, allontanarci, cercare un colpevole. Oppure possiamo provare a tornare verso l’altro, riconoscere ciò che è accaduto e costruire una riparazione.
Riparare non significa cancellare ciò che è successo.
Non significa neppure che tutto debba essere perdonato o che ogni relazione debba essere conservata.
Significa riconoscere che una frattura non coincide necessariamente con la fine di un legame.
Ed è forse uno degli aspetti più interessanti del libro: spostare l’attenzione dalla ricerca di relazioni perfettamente armoniche alla capacità di attraversare inevitabili momenti di disconnessione e ritrovare una possibilità di incontro.
Un libro sulle relazioni, quindi. Ma anche sulla regolazione emotiva, sulla fiducia e sulla possibilità di tollerare che noi e gli altri possiamo sbagliare senza che ogni errore debba necessariamente distruggere ciò che abbiamo costruito.
Perché nelle relazioni non conta soltanto ciò che si rompe.
Conta anche ciò che siamo capaci di fare dopo.
Il potere della discordia. Perché il conflitto rafforza le relazioni
Ed Tronick, Claudia M. Gold
Raffaello Cortina Editore, 2021.

A volte bastano pochi secondi.La rabbia arriva e cresce così rapidamente che sembra non esserci più spazio tra ciò che s...
03/09/2026

A volte bastano pochi secondi.
La rabbia arriva e cresce così rapidamente che sembra non esserci più spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo.
Si urla. Si dicono parole che feriscono. Si sbatte una porta, si colpisce o si lancia qualcosa. Si manda quel messaggio. Si interrompe una conversazione. Si manda tutto all’aria. Si decide che è finita.
Poi l’intensità scende e si torna a vedere ciò che è successo.
“Non volevo dire questo.”
“Non volevo arrivare a tanto.”
“Perché l’ho fatto di nuovo?”
Arrivano il pentimento, il senso di colpa, la vergogna. Le scuse e il proposito sincero che non accadrà più.
Ma può accadere di nuovo.
La disregolazione emotiva può essere particolarmente rilevante nell’ADHD, ma non appartiene soltanto all’ADHD: è una dimensione transdiagnostica.
Quando le reazioni diventano dirompenti, il problema non è più soltanto quanto stiamo male noi. È anche ciò che accade intorno a noi.
Possiamo pentirci e chiedere scusa. Ma ciò che è accaduto è accaduto.
E se questa sequenza si ripete, può portarci esattamente nella direzione opposta a quella che desideriamo.
A volte sembra quasi un autosabotaggio: facciamo proprio ciò che non vorremmo fare, reagiamo nel modo che ci danneggerà, mettiamo a rischio esattamente ciò che per noi è importante.
Non perché non sappiamo cosa vogliamo. Possiamo saperlo molto bene. La difficoltà può stare nel riuscire, nel momento di massima attivazione emotiva, ad agire in modo coerente con ciò che desideriamo.
Può accadere nelle relazioni sentimentali e familiari, nelle amicizie, nel lavoro, persino nelle passioni e nei momenti che vorremmo vivere con piacere.
Ed è forse questa una delle consapevolezze più difficili: ammettere che possiamo desiderare profondamente qualcosa e, nello stesso tempo, comportarci in modi che ci impediscono di raggiungerla o conservarla.
Comprenderne le ragioni è fondamentale. Ma comprendere non significa giustificare tutto ciò che facciamo.
Significa riconoscere ciò che accade prima dell’esplosione e costruire uno spazio tra l’emozione e l’azione.
Perché l’obiettivo non è non arrabbiarsi.
È fare in modo che la rabbia non decida al posto nostro.

“Se richiede meno di due minuti, fallo subito.”È una regola che suggerisco spesso ai miei pazienti ADHD quando lavoriamo...
02/09/2026

“Se richiede meno di due minuti, fallo subito.”

È una regola che suggerisco spesso ai miei pazienti ADHD quando lavoriamo sulla gestione del tempo e dell’organizzazione quotidiana.
Mettere la tazza in lavastoviglie.
Riporre un oggetto invece di appoggiarlo “per ora”.
Archiviare un documento.
Rispondere a un messaggio molto semplice.
Buttare qualcosa che non serve.
Presi singolarmente sembrano gesti irrilevanti. Rimandati uno dopo l’altro possono trasformarsi in una quantità di piccoli compiti ancora aperti che dovranno essere nuovamente notati, ricordati, organizzati e iniziati.
E ciò che lasciamo in sospeso non scompare: continua a “occupare” uno spazio nella testa, perché resta qualcosa da ricordare, riprendere o completare.
Nell’ADHD la gestione del tempo può essere particolarmente complessa. La ricerca documenta difficoltà, con notevole variabilità individuale, nella stima e nell’elaborazione del tempo; inoltre il time management coinvolge attenzione, memoria di lavoro, pianificazione e altre funzioni esecutive.
Ecco perché, nella vita quotidiana, può essere utile ridurre il numero delle cose che devono arrivare al “dopo”.
La regola dei due minuti non è una legge scientifica e due minuti non rappresentano una soglia neuropsicologica dell’ADHD.
È una strategia.
Se un’attività è davvero molto breve e può essere conclusa subito, farla nel momento in cui la incontriamo può evitare di trasformarla in qualcosa che dovremo ricordare, programmare e iniziare una seconda volta.
Non sempre gestire meglio il tempo significa organizzare meglio il futuro.
A volte significa lasciare meno cose al futuro.

Il “caso pulito pulito” esiste solo in letteratura.È una frase che dico spesso ai miei pazienti. Non perché le diagnosi ...
01/09/2026

Il “caso pulito pulito” esiste solo in letteratura.
È una frase che dico spesso ai miei pazienti. Non perché le diagnosi siano inutili o imprecise, ma perché nella pratica clinica i profili reali raramente coincidono con un prototipo isolato.
Le condizioni del neurosviluppo sono eterogenee e le co-occorrenze sono frequenti. ADHD, autismo, DSA, Tourette e plusdotazione possono presentarsi in combinazioni differenti, e alcune dimensioni di funzionamento possono attraversare quadri diversi. È il caso, per esempio, delle funzioni esecutive, della regolazione attentiva, degli aspetti sensoriali, dell’apprendimento e della regolazione emotiva.
La plusdotazione che non costituisce di per sé una condizione clinica, può entrare in configurazioni complesse, anche insieme ad altre neurodivergenze, modificando il modo in cui difficoltà e risorse si manifestano e vengono riconosciute.
C’è poi un secondo livello di complessità: due persone con la stessa diagnosi possono funzionare in modi molto diversi. E la stessa persona può non funzionare allo stesso modo in ogni momento e in ogni contesto.
Avere una competenza e riuscire ad accedervi sempre con la stessa efficacia non sono la stessa cosa.
Carico cognitivo, prevedibilità, interesse, pressione temporale, fatica, richieste sociali e caratteristiche dell’ambiente possono modificare ciò che una persona riesce concretamente a mettere in campo.
Questo è uno dei motivi per cui affermazioni come “se riesce a farlo qualche volta, allora può farlo sempre” rischiano di essere fuorvianti.
Per questo una buona valutazione non dovrebbe fermarsi alla domanda:
“C’è o non c’è una diagnosi?”
Dovrebbe aiutarci a capire:
come funziona questa persona?
Dove aumenta il costo?
Quali risorse utilizza?
Quali strategie ha costruito?
In quali condizioni quelle strategie funzionano?
E quanto le costa utilizzarle?
La diagnosi è utile perché permette di riconoscere una configurazione clinicamente significativa, orientare la comprensione e, quando necessario, l’accesso a strumenti e supporti. Ma non esaurisce il profilo della persona.
La diagnosi ci aiuta a riconoscere una configurazione.
Il profilo di funzionamento ci aiuta a comprendere la persona.

Domani si comincia.Martedì 1 settembre, dalle 18:00 alle 19:30, sarà attivo il primo spazio dell’Area Comunità del Polo ...
31/08/2026

Domani si comincia.
Martedì 1 settembre, dalle 18:00 alle 19:30, sarà attivo il primo spazio dell’Area Comunità del Polo ADHD e Neurodivergenze.
Uno spazio gratuito, aperto a tutti, per ascoltare e orientarsi.
📞 347 062 7110
Numero dedicato al servizio.

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