Dott.ssa Sullig Tamara - Psicologa

Dott.ssa Sullig Tamara - Psicologa Psicologa e Psicoterapeuta Lo psicologo è una figura che ascolta e favorisce la riflessione!

Perchè andare dallo PSICOLOGO?...oggi chiedere aiuto ad uno psicologo è una pratica frequente, non è "matto" chi si sente in difficoltà nel superare da solo problemi o disagi personali quotidiani, anzi nella società in cui viviamo diventa sempre più difficile vedere le possibili vie di uscita dallo stress e dai blocchi che ci si costruisce da soli in un momento di particolare sforzo mentale.

27/07/2026

Meravigliosa

27/07/2026

LA GENERAZIONE SENZA INVERNO

Di Graciela Beattiz Oubiña

Nacquero in un'epoca in cui quasi tutto era già stato risolto prima ancora del loro arrivo. L'acqua sgorgava pulita dai rubinetti, il cibo riempiva gli scaffali dei supermercati, l'elettricità era una presenza silenziosa e lo Stato appariva come una mano invisibile capace di attutire ogni caduta. I loro genitori avevano conosciuto la scarsità, le crisi e il sacrificio; loro, invece, avevano ereditato il riposo.

Non erano forti. E nemmeno indipendenti. Faticavano a prendere decisioni senza consultare uno schermo o rivolgersi a uno specialista. Uno sforzo prolungato sembrava loro un'ingiustizia e ogni frustrazione un'aggressione. Non perché fossero cattive persone, ma perché erano cresciuti in un mondo che aveva trasformato la comodità in un diritto e il disagio in un fallimento.

Quando ebbe inizio la grande crisi, nessuno la riconobbe subito. Non ci furono bombe né invasioni. Soltanto brevi interruzioni di corrente, ospedali senza forniture, strade prive di manutenzione, raccolti perduti e uffici pubblici che chiudevano per una settimana, poi per un mese e, infine, per sempre.

La società dei consumi morì lentamente.

Prima scomparvero i marchi preferiti. Poi le applicazioni smisero di funzionare. In seguito il denaro p***e valore. Alla fine, la gente comprese che nessun algoritmo poteva seminare un campo, riparare un ponte o rimettere in funzione una centrale elettrica.

Quella generazione si ritrovò nuda davanti a una realtà per la quale non era mai stata preparata. Sapeva esprimere opinioni su tutto, ma sapeva fare ben poco. Aveva imparato a consumare, non a produrre; a pretendere, non a costruire.

Tra loro c'era Giuliano. Era un uomo fragile e impressionabile. Il lavoro duro gli provocava una stanchezza che sembrava appartenere più all'anima che al corpo. La prima volta che cercò di tagliare la legna si ritrovò con le mani coperte di vesciche e una vergogna silenziosa.

Gli anziani del paese, gli ultimi a ricordare un altro modo di vivere, non li disprezzarono. Insegnarono loro a coltivare la terra, a riparare gli attrezzi, a conservare gli alimenti e a costruire un tetto prima dell'arrivo di una tempesta. Ogni nuova abilità richiedeva settimane di errori, fatica e frustrazione.

Molti rinunciarono. Aspettavano che il vecchio Stato ritornasse, come un padre che avesse semplicemente tardato a rientrare.

Non tornò mai.

Quelli che resistettero scoprirono qualcosa di inatteso: il carattere non era un dono ricevuto alla nascita, ma il risultato dell'aver affrontato le difficoltà, una volta dopo l'altra. Neppure l'indipendenza consisteva nel non avere bisogno di nessuno, ma nell'essere capaci di offrire qualcosa agli altri.

Passarono gli anni. I figli di quella generazione crebbero vedendo i propri genitori lavorare con le mani indurite e le schiene affaticate. Non ereditarono più l'abbondanza, ma lo sforzo.

Quando veniva chiesto loro come fosse cominciato tutto, nessuno parlava del collasso economico né della caduta dello Stato. Dicevano semplicemente:
-Il giorno in cui abbiamo smesso di credere che qualcun altro avrebbe vissuto la vita al posto nostro.

Perché compresero troppo tardi che una società può trasmettere ricchezza per molte generazioni, ma, se smette di trasmettere forza, responsabilità e mestiere, prima o poi anche la ricchezza scompare.

Fonte: https://comedonchisciotte.org/la-generazione-senza-inverno/

21/07/2026

*Marc Cucurella è campione del mondo. Ma la partita più difficile l'ha giocata lontano dal campo*

L'autismo non legge i giornali, non guarda il conto in banca e non gliene importa nulla se sei una mamma di Corsico che fa le capriole per arrivare a fine mese o se sei Marc Cucurella, terzino della Nazionale sp****la e stella del Chelsea.

Un figlio con l'autismo non sceglie dove nascere. Arriva, e con lui arriva quella doccia fredda che spazza via certezze, progetti e aspettative.

In questi giorni molti hanno scoperto anche un'altra storia di Marc Cucurella. Non quella del calciatore, ma quella del padre di Mateo.

E sapete qual è la cosa che mi ha colpito di più?

Sentir raccontare da lui e dalla sua compagna Claudia lo smarrimento dei primi tempi. Le lacrime in macchina fuori da una scuola non adatta. Il senso di inadeguatezza. Le parole semplici e disarmanti: «Nessuno ti insegna come si fa. Piangevamo ogni giorno.»

Ecco. Leggere queste parole pronunciate da chi, agli occhi di molti, "ha tutto", fa un effetto particolare. Ma è anche incredibilmente utile.

Io da anni racconto di Patricio, delle nostre battaglie quotidiane, delle cadute, delle crisi, delle piccole conquiste che agli occhi degli altri sembrano minuscole e che invece, per noi, valgono il mondo.

E so benissimo cosa si prova all'inizio: la disperazione, la sensazione di essere finiti in un vicolo cieco, la paura che la vita della famiglia, compresa quella degli altri figli, venga travolta per sempre.

I soldi possono permetterti i migliori specialisti. Possono alleggerire tanti problemi pratici. Ma non possono comprare una diagnosi meno dolorosa, una notte senza paura o un manuale che ti insegni come essere il genitore che avresti voluto essere dal primo giorno.

Quando un personaggio pubblico rompe il silenzio e racconta senza vergogna le proprie fragilità su temi come la neurodivergenza, compie un gesto di enorme valore sociale. Dice a chi è ancora nel pieno della tempesta: "È normale sentirsi persi. È normale piangere. Ma non sei sbagliato tu. E la tua vita non è finita."

La sfida non è trovare una formula magica per rendere "normale" ciò che semplicemente segue un percorso diverso. La sfida è imparare a vivere quella quotidianità: trovare le scuole giuste, adattare i ritmi, rispettare i momenti di sovraccarico — sì, anche rinunciando ai riflettori di uno stadio, se serve alla serenità di un figlio — e capire che la felicità può avere una forma diversa da quella che avevamo immaginato.

Non abbiamo il manuale delle istruzioni, che tu viva a Londra o a Corsico.

Ma sapere che, in questo mare aperto, non siamo soli ci aiuta a remare un po' più forte.

L'autismo cambia i progetti. Non cancella l'amore.

Un abbraccio a chi, ogni giorno, trova la forza di costruire la propria strada.

Se vuoi ascoltare direttamente la sua testimonianza, Marc Cucurella ne parla con grande sincerità nell'intervista rilasciata al giovane creator Pau Brunet, sul canale YouTube "Mírame soy TEA", raccontando la propria esperienza di padre.

Stefania Capurso

28/06/2026

Pedagogia pratica: Manuale operativo di educazione basata sulle evidenze scientifiche

26/06/2026
18/06/2026

Ci sta.

Vera verità… di una triste storia sullaNatalità italiana 😢
16/06/2026

Vera verità… di una triste storia sulla
Natalità italiana 😢

● Il 26,4% delle madri occupate si sente sempre in affanno: il divario di genere nel lavoro familiare si è ridotto negli ultimi 20 anni, ma nel modo sbagliato.

«Il tema della natalità non può essere separato dalla qualità della vita delle donne. Non si fanno più figli in un paese che chiede alle donne di essere istruite, occupate, autonome, ma poi continua ad aspettarsi che siano loro a farsi carico della cura come se nulla fosse cambiato».

di Mariangela Campo
La 27aora
Corriere della Sera
12 giugno 2026
***
Sono le 7.23.
La sveglia è suonata 23 minuti fa ma lei è già in piedi dalle 6.30.
Ha preparato la colazione per tutta la famiglia, svegliato i figli per la scuola, firmato il permesso per la gita di uno e l’uscita anticipata dell’altra, risposto all’email di un cliente, e sta cercando di programmare mentalmente la lista delle incombenze della giornata: spesa, portare i figli a sport, riunione alle 18, prenotare visite mediche di routine, chiamare genitori e suoceri per sentire come stanno, cena da improvvisare, mestieri da fare.

Il marito sta ancora facendo la doccia.

Questa non è una storia. È una mattina qualunque per milioni di donne italiane. E adesso abbiamo i numeri precisi per raccontarla.

Il Rapporto Annuale Istat 2026, presentato il 21 maggio 2026 e relativo al 2023, ha misurato qualcosa che le donne sanno già da sempre: la quantità di tempo che ogni giorno viene sottratta loro e data, gratuitamente e silenziosamente, alla famiglia. Lavoro familiare, insomma.

Nel 2023, in Italia, le donne di 25 anni e più dedicano in media 4 ore e 44 minuti al giorno al lavoro familiare. Gli uomini 2 ore e 6 minuti. Questo vale per tutti: single, in coppia, con figli, senza figli, occupati o no.

Il divario vale anche per le coppie in cui lavorano entrambi dove le donne si fanno carico del 68,8% dei compiti familiari.

Tra le madri occupate, il 26,4% dichiara di sentirsi sempre in affanno, non spesso, non a volte: sempre. Istat chiama questo fenomeno «povertà di tempo».

Rispetto al 2003 qualcosa è cambiato: gli uomini hanno aumentato il loro contributo di 19 minuti, le donne hanno ridotto il loro di 40 minuti. Il gap complessivo si è così ridotto di circa un’ora.

Ma stiamo parlando di quasi due ore e quaranta minuti. Uno dei divari più ampi d'Europa.

Ma anche se il divario è diminuito, bisogna fare molta attenzione a un particolare: le donne hanno tolto 40 minuti dal loro carico, gli uomini ne hanno aggiunti solo 19. I restanti 21 minuti non li ha presi nessuno. Non sono finiti sul piatto degli uomini, sono finiti nel nulla.

Le donne hanno semplicemente smesso di fare alcune cose che rientravano nel tempo di cura. Hanno tagliato magari dal tempo per sé, dal riposo, o dalle attività personali. Non perché qualcuno le abbia aiutate, ma perché quei carichi erano diventati insostenibili.

Quindi, il divario si è ridotto, ma nel modo sbagliato.

Barbara Poggio, professoressa di Sociologia all'Università di Trento e tra le più autorevoli studiose italiane di genere e organizzazioni, suggerisce però di fare un passo ancora più radicale: partire da come nominiamo questo fenomeno del lavoro familiare delle donne: «Dobbiamo smettere di parlare di vocazione, istinto, amore, come se fosse qualcosa di naturale. E usare il termine corretto: LAVORO. E, come tale, farlo entrare nelle analisi economiche e nelle scelte politiche».

Perché è LAVORO. Non è dedizione, non è natura femminile. È tempo sottratto, energia spesa, opportunità perdute. E non compare in nessun conto economico nazionale.

Ma le cose stanno migliorando? Il divario si è ridotto rispetto al passato. Ma questo è vero solo in parte.

Rispetto al 2023, la distanza tra uomini e donne nel carico domestico si è ridotta di circa un'ora. Ma è qui che il rapporto Istat svela qualcosa che nessuna narrazione sul progresso di genere racconta: quella riduzione non è avvenuta perché gli uomini hanno cominciato a fare di più.

È avvenuta perché le donne hanno smesso di fare alcune cose.
Hanno rinunciato: al tempo per sé, al riposo, agli hobby, alle amiche, alla lettura, a qualunque attività non fosse strettamente necessaria.

Poggio definisce questo processo «un riequilibrio apparente, o un cambiamento incompiuto». Le donne hanno alleggerito il carico perché quei carichi erano diventati insostenibili, non perché qualcuno se ne fosse fatto carico al posto loro.

«Gli uomini non hanno compensato», osserva.
«Le donne fanno meno di prima, ma gli uomini non fanno abbastanza di più. Finché la cura resta pensata come una responsabilità principalmente femminile, non siamo davanti a una vera redistribuzione».

Non è convergenza verso la parità. È adattamento al ribasso.

▪︎ Le differenze tra Nord e Sud

Al Sud e nelle Isole l'asimmetria raggiunge il 76,2% del lavoro familiare totale sulle spalle delle donne, contro il 66,6% del Nord.
Un dato che sembra rimandare a fattori culturali, ma che Poggio invita a leggere in modo più stratificato: «La cultura orienta i comportamenti, ma sono le condizioni economiche e istituzionali a renderli necessari o a renderli superabili».

Dove lo Stato non arriva, con gli asili, con i servizi di cura, con un welfare che funzioni davvero, è la famiglia che deve tappare i buchi.
E dentro la famiglia, quella responsabilità non viene assegnata a caso: ricade quasi sempre sulle donne.

▪︎ Doppio lavoro femminile: perché il carico mentale non è solo un problema privato.

La povertà di tempo non è un problema di organizzazione domestica. Non si risolve con un'app per la lista della spesa condivisa o con qualche conversazione sul «fare la propria parte».

È il sintomo di un sistema economico e sociale che ha storicamente scaricato i costi della riproduzione, intesa nel senso più ampio: crescere i figli, assistere i genitori anziani, tenere insieme una casa, una famiglia, una comunità, sulle spalle delle donne, senza compensarle né in termini economici né in termini di opportunità.

I dati lo confermano su più livelli. Metà dell'occupazione femminile in Italia è concentrata in sole 17 professioni, spesso tra le meno remunerate. Gli uomini ne occupano 43.

Le donne rappresentano il 43% degli occupati totali, ma solo il 25,3% delle posizioni dirigenziali e manageriali. E il settore in cui più trovano impiego, il lavoro di cura retribuito, dalle infermiere alle educatrici, dalle badanti alle assistenti sociali, vede le donne rappresentare tre quarti degli addetti, con salari strutturalmente bassi e scarsa mobilità professionale.

Secondo Poggio, negli ultimi vent'anni il lessico è cambiato, sono entrati a far parte del bagaglio culturale pubblico termini come conciliazione, work-life balance, flessibilità, benessere organizzativo, ma la struttura del mercato del lavoro è rimasta quasi intatta.

«Il modello implicito resta quello del lavoratore sempre disponibile, con una carriera lineare e senza carichi di cura rilevanti», osserva.

Il risultato è che le donne continuano a essere penalizzate non perché siano meno capaci, ma perché portano con sé un secondo turno che il sistema non riconosce: «Il problema è che la cura continua a essere trattata come una questione privata, non come una dimensione ordinaria della vita lavorativa», aggiunge.
E finché lo è, il divario non può chiudersi davvero.

▪︎ Donne più istruite degli uomini, ma ancora penalizzate: il paradosso italiano

C'è un paradosso nei dati Istat 2026: le donne italiane sono più istruite degli uomini, si laureano di più, e mostrano una mobilità sociale ascendente più alta.
Il 78,6% delle donne nate tra il 1980 e il 1994 occupa oggi una posizione professionale più alta di quella della famiglia di origine, contro il 69,8% degli uomini.
Scalano più velocemente, partendo spesso da punti di partenza più svantaggiati.

Eppure, GUADAGNANO MENO. Arrivano meno in alto. E si portano a casa quasi cinque ore di lavoro invisibile ogni giorno.

Non è un'anomalia statistica. È la prova che il talento e l'impegno, da soli, non bastano a colmare un divario che ha radici strutturali.
Le donne fanno la loro parte, anzi, fanno una parte abbondantemente più grande della loro. Il problema è che il sistema continua a valutarla meno.

▪︎ Natalità e lavoro femminile: i bonus non bastano

Il Rapporto Istat 2026 esce in un anno in cui si discute molto di natalità, di culle vuote, di come convincere le donne italiane ad avere più figli. Il tasso di fecondità ha toccato il minimo storico di 1,14 figli per donna, e il dibattito pubblico si concentra su incentivi, bonus, politiche familiari.

Per Poggio, la risposta è netta: quegli incentivi «pesano poco, se restano isolati». Una donna, o una coppia, che si trova davanti a quella scelta guarda alla stabilità del lavoro, al costo della casa, alla disponibilità di asili nido, alla certezza di non essere penalizzata professionalmente, alla presenza o meno di un partner davvero corresponsabile.

«Se la maternità continua a essere percepita come un rischio biografico quasi esclusivamente femminile, nessun bonus basta», dice. «Rimane una risposta simbolica a un problema strutturale».

Il nodo, aggiunge, è più profondo: «Il tema della natalità non può essere separato dalla qualità della vita delle donne. Non si fanno più figli in un paese che chiede alle donne di essere istruite, occupate, autonome, ma poi continua ad aspettarsi che siano loro a farsi carico della cura come se nulla fosse cambiato».

▪︎ Cosa dovrebbe cambiare perché i dati del prossimo Istat raccontino una storia diversa?

Non è una domanda retorica. Poggio individua tre piani su cui agire in modo concreto e simultaneo.

1) Il primo è il lavoro: orari più sostenibili, congedi parentali realmente paritari e non penalizzanti per chi li usa, criteri di valutazione professionale che non trasformino la maternità in uno svantaggio permanente.

2) Il secondo sono i servizi: più nidi, più supporto alla non autosufficienza, più welfare territoriale, soprattutto dove oggi l'offerta è più fragile. Senza servizi reali, la libertà di scelta resta un'espressione vuota.

3) Il terzo, e su questo, dice, si è fatto ancora troppo poco, è la corresponsabilità maschile. Non si tratta di aiutare o di alleggerire le donne: si tratta di chiedere agli uomini di assumere la cura come propria, nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle scelte quotidiane.

E poi c'è la domanda che nessuna politica pubblica ha ancora trovato il coraggio di porsi davvero: «Siamo disposti a mettere in discussione i modelli che avvantaggiano chi oggi non ha carichi di cura?» Se la risposta è no, i dati del prossimo rapporto Istat non racconteranno una storia molto diversa.
*
Fonte
Istat, Rapporto Annuale 2026
La situazione del paese, presentato il 21 maggio 2026.

01/06/2026

Le donne lasciano i mariti sul lastrico.

È una frase sempre più diffusa, su cui forze politiche fanno propaganda e molti uomini fondano un sentimento di ostilità nei confronti delle donne.

Ma cosa dicono veramente i numeri?

Dopo la separazione, le condizioni economiche peggiorano per il 50,9% delle donne e per il 40,1% degli uomini.

(Fonte: ISTAT, Focus "Condizioni di vita delle persone separate")

Il rischio di povertà dopo la separazione è:

- 24% per le donne
- 15,3% per gli uomini

(Fonte: ISTAT)

Un rapporto della Caritas ha descritto che la maggioranza di chi chiede aiuto dopo una separazione è donna: 53,5%.

(Fonte: Caritas)

Tutti gli uomini danno un mantenimento alla ex moglie…

Falso!

Solo nel 20,6% delle separazioni il giudice prevede un assegno mensile per l’ex coniuge.

(Fonte: ISTAT, Separazioni e divorzi in Italia)

Tuttavia quando è previsto un assegno di mantenimento per il 98% dei casi lo paga il marito alla moglie.
Come mai?

Perché il Giudice valuta in base al reddito più alto.
Quindi nel 98% dei casi l’uomo guadagna più della donna ed è per questo che deve versare un mantenimento.

In Italia gli uomini guadagnano in media 111 euro al giorno, le donne 82 euro.

(Fonte: INPS, Rendiconto 2024)

Dopo la nascita di un figlio:
- il tasso di occupazione dei padri è del 91,5%
- quello delle madri del 62,3%.

Fonte: Rome Business School, 2026; Eurostat)

Quando arriva un figlio chi è costretto a smettere di lavorare full time?

In Italia lavora part-time:
- il 37,3% delle madri
- il 4,8% dei padri

(Fonte: Eurostat, 2025)

Si chiama part-time involontario quando non hai modo di conciliare figli e lavoro e colpisce il 15,6% delle donne contro il 5,1% degli uomini

(Fonte: ISTAT, Il lavoro delle donne 2025)

La casa coniugale va sempre alle donne…

L'art. 337-sexies del Codice civile stabilisce che la casa familiare va assegnata tenendo conto dell'interesse dei figli minori.

La Corte di Cassazione ha confermato che va al genitore collocatario, indipendentemente da chi ne sia proprietario.

(Fonte: Cass. n. 11981/2013 e successive)

Se nel 69-75% dei casi la casa va alla madre, è perché nel 69-75% dei casi la madre è il genitore che spende più tempo nella cura dei figli, fa il part time per conciliare lavoro e figli, rinuncia a parte del proprio guadagno o alla propria carriera per i figli.

I padri separati soffrono?
Nessuno nega le difficoltà reali.

Secondo l'Eurispes, l'80% dei padri separati dichiara di non riuscire a vivere con quanto resta dopo aver pagato gli assegni.

(Fonte: Eurispes, 2023)*

Ma attenzione:

- Il 75% dei padri non è in regola con il pagamento degli assegno

E il dato circolato ovunque sui 200 suicidi l'anno di padri separati?

Non esiste nessuna fonte che lo confermi.
L'ISTAT ha affermato di NON aver MAI rilevato quel dato.

Allora qual è il vero problema?

Il divorzio non crea la disuguaglianza economica tra uomini e donne.
Ne prende atto.

Le donne arrivano alla separazione con:
- carriere più frammentate
- redditi più bassi
- meno contributi pensionistici

Il mantenimento e l'assegnazione della casa seguono dunque questa diseguaglianza.

I Giudici sono costretti a correggere squilibri che la società ha prodotto prima del divorzio.

Vi è mai venuto in mente che il problema siano le diseguaglianze a monte?

Se ci fossero sufficienti asili nido e le donne non dove scegliere fra lavoro e figli.
Se le donne avessero lo stesso potere economico degli uomini, non ci sarebbe nessuno che deve qualcosa a qualcun altro.

Se volete aprire un dibattito serio sul tema CITATE dati e fonti.

…. E l’uomo????
11/03/2026

…. E l’uomo????

Secondo la psicologia, una donna si innamora di più quando prova queste 7 emozioni:

Non è manipolazione.
Non è un trucco.
È qualcosa di molto più profondo: reale connessione emotiva.

Perché, a differenza di ciò che molti credono, le donne raramente si innamorano solo per apparenza.
La maggior parte si innamora di come qualcuno la fa sentire dentro. 

E quando queste sensazioni appaiono insieme...
Una donna non solo si interessa.

Si apre emotivamente.

Ecco le 7 sensazioni che fanno innamorare davvero una donna — soprattutto una donna matura:

1️⃣ Sicurezza emotiva.
Una donna si innamora dove può abbassare le difese.
Dove non deve competere, né dimostrare sempre quanto vale.
Quando sente di poter essere se stessa senza paura... Qualcosa nel suo cuore si apre.

2️⃣ Ammirazione profonda.
Non si tratta di soldi o di apparenza.
Una donna si innamora quando ammira il carattere di un uomo:
il suo modo di pensare, di risolvere, di mantenere la sua parola.

3️⃣ Connessione emotiva.
Quando può parlarti di ciò che è importante...
ma anche dell'assurdo.
Quando sente che la ascolti davvero.
Perché per molte donne, la connessione emotiva è la base dell'amore. 

4️⃣ Tranquillità
L'amore maturo non sembra un dramma costante.
Sembra un posto sicuro.
Se con te la sua mente riposa... il suo cuore comincia a rimanere.

5️⃣ Sentirsi eletta.
Non perfetta...
scelta.
Quando un uomo dimostra con i fatti che la vuole nella sua vita, la donna smette di proteggere così tanto il suo cuore.

6️⃣ desiderio autentico.
Sì, è importante anche questo.
Sentirsi guardata, desiderata, ricercata.
Chimica e attrazione attivano nel cervello sostanze come dopamina e ossitocina che rafforzano il legame emotivo. 

7️⃣ Progetto di vita.
Una donna si innamora profondamente quando sente che non c'è solo passione...
ma indirizzo.
Quando vede qualcuno con cui costruire, non solo passare il tempo.

Quando una donna prova queste sette cose con un uomo...
qualcosa cambia.

Inizia a fidarti.
Inizia ad aprire il suo mondo.
Inizia a immaginare un futuro.

Perché una donna non si innamora solo di belle parole...

si innamora del luogo emotivo che un uomo le costruisce nella sua vita. ❤️

Indirizzo

Lausanne

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:30
Venerdì 09:00 - 20:30

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