05/06/2026
Tenere un retreat è un'esperienza appagante, che mi fa sentire piena e allineata alla spinta del mio cuore.
Allo stesso tempo richiede molte energie; al di là dell'organizzazione e del guidare le pratiche, la maggior parte dell'energia va nello stare con quello che ogni partecipante porta, senza respingerlo e comunicando sottilmente l'invito all'accoglienza.
È mio compito incarnare l'essenza di cui parlo: l'apertura gentile sul momento presente, l'accettazione, la compassione amorevole.
È mio compito creare uno spazio abbastanza ampio e abbastanza sicuro affinché le persone possano darsi il permesso di abbandonarcisi.
È mio compito radicarmi nella presenza davanti alle lacrime, espandermi così da sussurrare in silenzio alla persona sofferente che è tenuta, e con lei anche il gruppo e tutti i possibili moti interiori suscitati da quel pianto.
Con il tempo mi accorgo di aver sviluppato e raffinato la capacità di stare, e basta.
Senza cedere alla tentazione di consolare, rassicurare, incoraggiare, di riempire i vuoti con le parole, di voler fermare le lacrime perché, se qualcuno non sta bene, c'è qualcosa che non va.
La sofferenza è parte integrante di questa esistenza, e io, nel mio ruolo, devo essere in grado di far passare il messaggio che non c'è niente di sbagliato se si soffre, e che possiamo attraversarla quella sofferenza, che non per forza dev'essere taciuta o ignorata.
Ho il compito di dimostrare che si può accogliere e stare con tutto, per quanto questo tutto possa sembrare composto da spinte contrarie;
si può stare con Laiko che ti riporta per la trecentesima volta la pallina,
come si può stare con la gioia del tornare bambine su un fenicottero gonfiabile in piscina,
come si può stare con la stanchezza,
il dolore dell'incertezza e la preoccupazione,
come si può stare con la pienezza e la gratitude di concedersi un'esperienza come questa.
Stare, ed essere testimoni dello stare altrui,
basta questo.