Dott.ssa Mariachiara Pelliccioni -Psicologa

Dott.ssa Mariachiara Pelliccioni -Psicologa Mi occupo di ADULTI, ADOLESCENTI e COPPIE che presentano difficoltà personali e relazionali. L'importante è fare il primo passo! Chiedete aiuto! Buon cammino!

I servizi erogati sono: Consulenza psicologica, sostegno psicologico, valutazioni psicodiagnostiche, abilitazione-riabilitazione, sostegno genitoriale. Sono la Dott.ssa Mariachiara Pelliccioni, laureata con lode in Psicologia indirizzo clinico, iscritta all'Albo della regione Abruzzo con il numero 3350. Mi occupo di ADULTI, ADOLESCENTI e COPPIE che presentano difficoltà personali e relazionali:

S

tati ansiosi;
Stati depressivi;
Autostima, insicurezza;
Problemi emotivi: paure, depressione, rabbia;
Comportamenti disfunzionali: sonno, alimentazione, stress;
Elaborazione del lutto, del trauma;
Crisi di vita: separazione, malattia;
Orientamento: scelte di vita e indecisione. Trauma da narcisismo;
Problemi nelle relazioni e di comunicazione;
Dipendenza affettiva
Il mio approccio è improntato sulla persona ed è quindi umanistico ed esistenziale. La complessità della persona non si può ridurre ad una sterile e fredda etichetta. Certo, la diagnosi è importante, ma è solo un punto di partenza, in continua revisione, per definire gli obiettivi del lavoro che insieme andremo a raggiungere. Mi rivolgo a chi sta vivendo un particolare momento critico dell'esistenza e avverte disagio, sofferenza e malessere emotivo. Il mio approccio è improntato sull'ascolto attivo ed empatico ed è rivolto alla persona nella sua complessità , andando oltre le riduttive etichette diagnostiche che da sole non riescono a cogliere l'unicità, le sfumature e l'irrepetibilità dell'essere umano. In primis, sarà mia premura instaurare insieme alla persona l' alleanza terapeutica, affinché, camminando per mano, si possa trovare la strada per migliorare la qualità della vita e il benessere psico-fisico e sociale. Mi sento di rassicurarvi, non vi scoraggiate, con il giusto e tempestivo aiuto tutte le difficoltà si risolveranno. Ciò non è sinonimo di debolezza, ma anzi è sinonimo di una grandissima forza interiore.

04/08/2026

𝗟𝗮 𝗳𝗲𝗱𝗲 𝗰𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗴𝗴𝗲 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗱𝗮𝗹 𝘀𝘂𝗶𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼? 𝗨𝗻 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝟭𝟴𝟱 𝗣𝗮𝗲𝘀𝗶 𝗲 𝟮𝟮 𝗮𝗻𝗻𝗶, 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗲 𝘀𝗶 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗼𝗻𝗱𝗲𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗲𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮

𝘚𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘷𝘪𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰 𝘵𝘳𝘢 𝘯𝘶𝘮𝘦𝘳𝘪 𝘦 𝘤𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘦 𝘷𝘪 𝘪𝘯𝘤𝘶𝘳𝘪𝘰𝘴𝘪𝘴𝘤𝘦, 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘵𝘦 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘬𝘦 𝘦 𝘥𝘪𝘵𝘦𝘮𝘪 𝘯𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪: 𝘴𝘦𝘤𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘷𝘰𝘪 𝘴𝘤𝘰𝘱𝘦𝘳𝘵𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘢𝘶𝘵𝘦𝘯𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘴𝘤𝘰𝘱𝘦𝘳𝘵𝘢 𝘴𝘤𝘪𝘦𝘯𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢 𝘰𝘱𝘱𝘶𝘳𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘪𝘭𝘭𝘶𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘩𝘦? 💬👍

Immaginate di vestire i panni di un detective alle prese con un caso enorme: capire perché in certi angoli del pianeta ci si tolga la vita più che in altri. È esattamente ciò che hanno fatto quattro ricercatori giapponesi, setacciando i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di ben 185 Paesi lungo ventidue anni, dal 2000 al 2021, e ordinandoli per religione prevalente.
Il primo indizio sembra nitido. Nei Paesi a maggioranza islamica il tasso di suicidio è il più basso in assoluto, circa un terzo rispetto ai Paesi buddhisti usati come metro di paragone. All'estremo opposto stanno le popolazioni indù, e qui accade qualcosa di sorprendente: a pagare il prezzo più alto sono le donne, con un rischio quasi cinque volte maggiore. Un ribaltamento curioso, perché nel mondo il suicidio è quasi sempre più maschile, con circa tre uomini per ogni donna.
Poi arriva il colpo di scena, degno di un buon giallo. Il cristianesimo appariva legato a molti suicidi maschili. Ma appena gli autori aggiungono all'analisi una sola variabile, la regione geografica, il sospettato viene scagionato: il rischio precipita e la colpa migra altrove. È come prendersela con il termometro quando fa caldo. Il vero motore non era la fede, bensì il contesto: l'Africa, dove i servizi di salute mentale scarseggiano in modo drammatico, con appena un operatore e mezzo ogni centomila abitanti contro una media mondiale di nove, e alcune zone d'Europa segnate da depressione e alcol.
E il Giappone, dove vi scrivo proprio ora?
Il suo tasso standardizzato, intorno a dodici per centomila, supera la media mondiale di nove, quindi non è affatto basso. Ma il confronto con l'Europa è più sottile di quanto si creda: sta sopra la media dell'Unione Europea, vicina a dieci, e ben oltre l'Italia, tra le più virtuose con circa sei, eppure resta sotto Paesi come Slovenia e Lituania, che sfiorano venti. L'Europa non è un blocco unico ma un mosaico: a seconda della tessera che scegliete, il Giappone appare altissimo oppure quasi tranquillo.
Attenzione però alla trappola. Questo è uno studio ecologico, osserva i Paesi e non le singole persone. Concludere che un italiano sia protetto solo perché nasce dove il tasso è basso equivale a giudicare la vostra dieta dallo scontrino medio del supermercato di quartiere. E dove il suicidio è tabù o persino reato, molti casi finiscono travestiti da morti accidentali, come stelle nascoste dall'inquinamento luminoso.
Resta un messaggio prezioso. La fede, la coesione di una comunità e i legami sociali possono davvero funzionare da rete di protezione, ma i numeri vanno maneggiati con la lente della prudenza. Perché in psichiatria, come nella vita, la correlazione seduce e la causa preferisce restare nell'ombra.

𝘚𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘪 𝘷𝘪𝘷𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘶𝘯 𝘮𝘰𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘤𝘳𝘪𝘴𝘪 𝘰 𝘩𝘢𝘪 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘦𝘳𝘪 𝘥𝘪 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦, 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰. 𝘐𝘯 𝘐𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢 𝘱𝘶𝘰𝘪 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘛𝘦𝘭𝘦𝘧𝘰𝘯𝘰 𝘈𝘮𝘪𝘤𝘰 𝘐𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘰 02 2327 2327, 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘨𝘪𝘰𝘳𝘯𝘪 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘦 9 𝘢𝘭𝘭𝘦 24. 𝘈 𝘙𝘰𝘮𝘢 𝘦̀ 𝘢𝘵𝘵𝘪𝘷𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘚𝘦𝘳𝘷𝘪𝘻𝘪𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘗𝘳𝘦𝘷𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘚𝘶𝘪𝘤𝘪𝘥𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘰𝘴𝘱𝘦𝘥𝘢𝘭𝘦 𝘚𝘢𝘯𝘵'𝘈𝘯𝘥𝘳𝘦𝘢, 𝘥𝘪𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘢𝘭 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘦𝘴𝘴𝘰𝘳 𝘔𝘢𝘶𝘳𝘪𝘻𝘪𝘰 𝘗𝘰𝘮𝘱𝘪𝘭𝘪, 𝘤𝘰𝘯 𝘭𝘢 𝘭𝘪𝘯𝘦𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘗𝘢𝘳𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘕𝘰𝘪 𝘢𝘭 𝘯𝘶𝘮𝘦𝘳𝘰 06 3377 7740. 𝘗𝘢𝘳𝘭𝘢𝘳𝘯𝘦 𝘦̀ 𝘨𝘪𝘢̀ 𝘶𝘯 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘰, 𝘦 𝘴𝘱𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘪𝘭 𝘱𝘪𝘶̀ 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘯𝘵𝘦.



Voce bibliografica.
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Ito A, Mori H, Yano Y, Naito T. Global su***de trends across major religions from 2000 to 2021. BMC Public Health. 2026 Jul 1. doi: 10.1186/s12889-026-28354-5. Epub ahead of print.

03/08/2026

“In psicoterapia, quando la rabbia bruciante e il panico gelido per la perdita sono "tenuti" dentro la comprensione del terapeuta, il ghiaccio comincia a sciogliersi e cominciano le lacrime. Quando vengono aiutati a sopportare questo sentimento di perdita e a dolersi di esso, i bambini che erano apparentemente muti cominciano a parlare: "andato" e "rotto" sono spesso le loro prime parole piene di cordoglio".
Tustin F. (1991). Protezioni autistiche nei bambini e negli adulti. Raffaello Cortina Editore p. 90.

Buona estate ☀️❤️!
31/07/2026

Buona estate ☀️❤️!

27/07/2026

🧠 𝐒𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐧𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞? 𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐢 𝐟𝐫𝐞𝐝𝐝𝐨. 𝐒𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚 𝐚𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐢𝐦𝐢𝐚, 𝐞 𝐫𝐢𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐬𝐮 𝐝𝐢𝐞𝐜𝐢.
𝑷𝒐𝒔𝒕 𝒖𝒏 𝒑𝒐𝒄𝒉𝒊𝒏𝒐 𝒍𝒖𝒏𝒈𝒐, 𝒗𝒊 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒐 𝒔𝒄𝒖𝒔𝒂 𝒆 𝒖𝒏 𝒎𝒊𝒏𝒊𝒎𝒐 𝒅𝒊 𝒑𝒂𝒛𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒖𝒓𝒂, 𝒎𝒂 𝒍’𝒂𝒓𝒈𝒐𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒆̀ 𝒊𝒎𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆

👇 𝗩𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮̀, 𝗼 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝘁𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗺𝗮𝘁𝗲? 𝗦𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝘁𝗲𝗹𝗼 𝗻𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶.
𝗣𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗲 𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗮. 𝗖𝗼𝗺𝗲 𝘃𝗶 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗲 𝗮𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼, 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼 𝗺𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼?

Per molte persone quella domanda nel titolo è un muro. Non perché non provino nulla, ma perché tra il sentire e il nominare esiste uno spazio vuoto che nessuno ha mai insegnato loro ad attraversare.
Quello spazio ha un nome clinico preciso. Si chiama alessitimia, dal greco a lexis thymos, letteralmente senza parole per le emozioni. Il termine fu coniato negli anni Settanta dallo psichiatra Peter Sifneos, e da allora è diventato uno dei costrutti più studiati e più fraintesi della psicopatologia contemporanea.

1️⃣ 𝐋𝐞 𝐭𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐚𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐢𝐦𝐢𝐚.
L'alessitimia non è un blocco unico. È una struttura articolata su tre assi distinti, misurati clinicamente attraverso la Toronto Alexithymia Scale a venti item, lo strumento di riferimento internazionale.
La prima dimensione è la difficoltà a identificare le emozioni. La persona avverte un'attivazione interna, una tensione, un malessere, ma non riesce a distinguere se sia rabbia, paura, tristezza o semplicemente stanchezza. Il segnale arriva indifferenziato, come rumore di fondo. È la dimensione più fortemente associata alla sofferenza psichica e al rischio clinico.
La seconda è la difficoltà a descrivere le emozioni agli altri. Anche quando qualcosa viene riconosciuto internamente, tradurlo in parole condivisibili risulta faticoso o impossibile. Ne derivano relazioni in cui l'altro percepisce distanza, mentre la persona alessitimica sta semplicemente combattendo con un vocabolario che non possiede.
La terza è il pensiero orientato all'esterno. La mente si concentra sui fatti, sulle azioni, sui dettagli concreti della realtà, evitando la dimensione interiore. Non per scelta, ma per assenza di accesso. È la dimensione più stabile nel tempo e più resistente al trattamento.

2️⃣𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡é 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐭𝐚𝐜𝐞.
Chi presenta alti livelli di alessitimia descrive spesso le proprie emozioni in termini corporei. Un nodo allo stomaco. Un peso sul petto. Una tensione al collo. Questo non è un modo di dire: è il riflesso di un'alterazione nella capacità di elaborare simbolicamente l'attivazione fisiologica.
Le neuroscienze hanno individuato correlati precisi. L'alessitimia si associa a una ridotta attivazione della corteccia cingolata anteriore e dell'insula, strutture centrali nell'interocezione, ovvero nella capacità di percepire e interpretare i segnali provenienti dall'interno del corpo. Quando quel processo si inceppa, l'emozione resta un fenomeno somatico che non diventa mai esperienza consapevole.

3️⃣𝐋𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐢 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐭𝐫𝐢𝐜𝐢 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐢.
Qui la questione diventa clinicamente decisiva, perché l'alessitimia non è una curiosità psicologica. È un fattore che modifica il decorso e la prognosi di gran parte della psicopatologia.
Nella depressione maggiore l'alessitimia si associa a maggiore gravità sintomatologica, a più elevata ideazione suicidaria e a una risposta più difficile ai trattamenti standard. Chi non riesce a nominare il proprio dolore fatica anche a chiedere aiuto per quel dolore.
Nei disturbi d'ansia, e in particolare nel disturbo di panico, l'alessitimia si intreccia con l'amplificazione somatosensoriale e con la paura delle sensazioni corporee. L'attivazione fisiologica non viene interpretata come emozione, ma come segnale di catastrofe imminente. È uno dei motori centrali del circolo vizioso del panico.
Nel disturbo ossessivo compulsivo l'alessitimia si correla a un insight ridotto, cioè a una minore capacità di riconoscere l'irrazionalità dei propri sintomi, con conseguenze rilevanti sull'aderenza terapeutica.
Nei disturbi alimentari il legame è particolarmente stretto: l'incapacità di distinguere gli stati emotivi da quelli fisiologici della fame e della sazietà è uno dei meccanismi psicopatologici centrali.
Nelle dipendenze, comprese quelle comportamentali, la sostanza o il comportamento diventano strumenti di regolazione di stati interni che non possono essere pensati. Si agisce ciò che non si riesce a sentire.
Esiste infine un dato che merita attenzione clinica prioritaria. L'alessitimia è associata in modo consistente a un aumentato rischio suicidario in numerose condizioni psichiatriche, indipendentemente dalla gravità depressiva. Il dolore che non trova parole trova altre strade.

4️⃣𝐒𝐢 𝐩𝐮ò 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐫𝐞?
Sì, entro certi limiti. L'alessitimia primaria, più stabile e legata a fattori temperamentali e neurobiologici, è più resistente. L'alessitimia secondaria, che insorge come difesa dopo esperienze traumatiche o in corso di malattia, è più modificabile.
Gli approcci psicoterapeutici che lavorano sull'alfabetizzazione emotiva, sulla mentalizzazione e sulla consapevolezza corporea mostrano risultati incoraggianti. Non si tratta di insegnare a provare emozioni, che ci sono già. Si tratta di costruire il ponte tra il corpo che sente e la mente che nomina.
Riconoscere l'alessitimia non significa etichettarsi. Significa smettere di credersi difettosi, freddi o incapaci di amare, e iniziare a capire che quella difficoltà ha un nome, una spiegazione neurobiologica e, soprattutto, una strada terapeutica.

👉 𝐍𝐨𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐢. 𝐀𝐥𝐜𝐮𝐧𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚.

Condividete se pensate che questo possa aiutare qualcuno a capirsi meglio. 🙏



📚 Voci bibliografiche.
⬇️
De Berardis D, Fornaro M, Orsolini L, Valchera A, Carano A, Vellante F, et al. Alexithymia and su***de risk in psychiatric disorders: a mini-review. Front Psychiatry. 2017;8:148
De Berardis D, Campanella D, Gambi F, Sepede G, Salini G, Carano A, et al. Insight and alexithymia in adult outpatients with obsessive-compulsive disorder. Eur Arch Psychiatry Clin Neurosci. 2005;255(5):350-8
De Berardis D, Campanella D, Gambi F, La Rovere R, Sepede G, Core L, et al. Alexithymia, fear of bodily sensations, and somatosensory amplification in young outpatients with panic disorder. Psychosomatics. 2007;48(3):239-46
De Berardis D, Conti C, Iasevoli F, Valchera A, Fornaro M, Cavuto M, et al. Alexithymia and its relationships with acute phase proteins and cytokine release: an updated review. J Biol Regul Homeost Agents. 2014;28(4):795-9

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IL MANIPOLATORE NON ENTRA NELLA TUA VITA FACENDOTI PAURA. ENTRA FACENDOTI SENTIRE SPECIALE.

Quando si parla di violenza relazionale, immaginiamo spesso una persona aggressiva, minacciosa, facilmente riconoscibile.
Ma la realtà è molto diversa.
Le relazioni manipolatorie raramente iniziano con il controllo o con la violenza.
Iniziano con un’intensa fase di idealizzazione.
Ti senti finalmente vista. Compresa. Scelta.
Arrivano attenzioni costanti, messaggi continui, dichiarazioni importanti, la sensazione di aver trovato “la persona giusta”.
È proprio questo il paradosso.
La manipolazione non comincia facendo paura.
Comincia creando un legame emotivo molto intenso.
Solo quando quel legame è diventato profondo iniziano, lentamente, i cambiamenti: Una critica. Poi un controllo. Poi l’isolamento. Poi il dubbio.
Fino a quando la vittima non si chiede più: “Perché lui si comporta così?”
Ma: “Che cosa sto sbagliando io?”
Ed è proprio in quel momento che la manipolazione ha già iniziato a fare il suo lavoro.
Per questo la prevenzione non può limitarsi a insegnare a riconoscere i comportamenti dell’abusante.
Deve aiutare le persone a riconoscere ciò che accade dentro di sé: la perdita di fiducia nel proprio giudizio, il senso di colpa crescente, la paura di deludere l’altro, il progressivo annullamento dei propri bisogni.
La violenza psicologica non cambia solo la relazione. Cambia il modo in cui la vittima percepisce sé stessa.
Il Centro Nazionale Vittime Relazionali promuove una cultura della prevenzione che mette al centro il vissuto della vittima, perché comprendere questi meccanismi è il primo passo per interromperli.
Secondo voi, qual è il più grande equivoco sulla manipolazione affettiva? Condividete la vostra riflessione nei commenti.

Indirizzo

Via Duca Degli Abruzzi, 10
Alba Adriatica
64011

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 19:00

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