27/07/2026
🧠 𝐒𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐧𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞? 𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐢 𝐟𝐫𝐞𝐝𝐝𝐨. 𝐒𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚 𝐚𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐢𝐦𝐢𝐚, 𝐞 𝐫𝐢𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐚 𝐬𝐮 𝐝𝐢𝐞𝐜𝐢.
𝑷𝒐𝒔𝒕 𝒖𝒏 𝒑𝒐𝒄𝒉𝒊𝒏𝒐 𝒍𝒖𝒏𝒈𝒐, 𝒗𝒊 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒐 𝒔𝒄𝒖𝒔𝒂 𝒆 𝒖𝒏 𝒎𝒊𝒏𝒊𝒎𝒐 𝒅𝒊 𝒑𝒂𝒛𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒖𝒓𝒂, 𝒎𝒂 𝒍’𝒂𝒓𝒈𝒐𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒆̀ 𝒊𝒎𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒏𝒕𝒆
👇 𝗩𝗶 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝘁𝗲 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮̀, 𝗼 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝘁𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗺𝗮𝘁𝗲? 𝗦𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝘁𝗲𝗹𝗼 𝗻𝗲𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶.
𝗣𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗲 𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗮. 𝗖𝗼𝗺𝗲 𝘃𝗶 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗲 𝗮𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼, 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗶𝘀𝗼 𝗺𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼?
Per molte persone quella domanda nel titolo è un muro. Non perché non provino nulla, ma perché tra il sentire e il nominare esiste uno spazio vuoto che nessuno ha mai insegnato loro ad attraversare.
Quello spazio ha un nome clinico preciso. Si chiama alessitimia, dal greco a lexis thymos, letteralmente senza parole per le emozioni. Il termine fu coniato negli anni Settanta dallo psichiatra Peter Sifneos, e da allora è diventato uno dei costrutti più studiati e più fraintesi della psicopatologia contemporanea.
1️⃣ 𝐋𝐞 𝐭𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐚𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐢𝐦𝐢𝐚.
L'alessitimia non è un blocco unico. È una struttura articolata su tre assi distinti, misurati clinicamente attraverso la Toronto Alexithymia Scale a venti item, lo strumento di riferimento internazionale.
La prima dimensione è la difficoltà a identificare le emozioni. La persona avverte un'attivazione interna, una tensione, un malessere, ma non riesce a distinguere se sia rabbia, paura, tristezza o semplicemente stanchezza. Il segnale arriva indifferenziato, come rumore di fondo. È la dimensione più fortemente associata alla sofferenza psichica e al rischio clinico.
La seconda è la difficoltà a descrivere le emozioni agli altri. Anche quando qualcosa viene riconosciuto internamente, tradurlo in parole condivisibili risulta faticoso o impossibile. Ne derivano relazioni in cui l'altro percepisce distanza, mentre la persona alessitimica sta semplicemente combattendo con un vocabolario che non possiede.
La terza è il pensiero orientato all'esterno. La mente si concentra sui fatti, sulle azioni, sui dettagli concreti della realtà, evitando la dimensione interiore. Non per scelta, ma per assenza di accesso. È la dimensione più stabile nel tempo e più resistente al trattamento.
2️⃣𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡é 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐭𝐚𝐜𝐞.
Chi presenta alti livelli di alessitimia descrive spesso le proprie emozioni in termini corporei. Un nodo allo stomaco. Un peso sul petto. Una tensione al collo. Questo non è un modo di dire: è il riflesso di un'alterazione nella capacità di elaborare simbolicamente l'attivazione fisiologica.
Le neuroscienze hanno individuato correlati precisi. L'alessitimia si associa a una ridotta attivazione della corteccia cingolata anteriore e dell'insula, strutture centrali nell'interocezione, ovvero nella capacità di percepire e interpretare i segnali provenienti dall'interno del corpo. Quando quel processo si inceppa, l'emozione resta un fenomeno somatico che non diventa mai esperienza consapevole.
3️⃣𝐋𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐮𝐫𝐛𝐢 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐭𝐫𝐢𝐜𝐢 𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨𝐫𝐢.
Qui la questione diventa clinicamente decisiva, perché l'alessitimia non è una curiosità psicologica. È un fattore che modifica il decorso e la prognosi di gran parte della psicopatologia.
Nella depressione maggiore l'alessitimia si associa a maggiore gravità sintomatologica, a più elevata ideazione suicidaria e a una risposta più difficile ai trattamenti standard. Chi non riesce a nominare il proprio dolore fatica anche a chiedere aiuto per quel dolore.
Nei disturbi d'ansia, e in particolare nel disturbo di panico, l'alessitimia si intreccia con l'amplificazione somatosensoriale e con la paura delle sensazioni corporee. L'attivazione fisiologica non viene interpretata come emozione, ma come segnale di catastrofe imminente. È uno dei motori centrali del circolo vizioso del panico.
Nel disturbo ossessivo compulsivo l'alessitimia si correla a un insight ridotto, cioè a una minore capacità di riconoscere l'irrazionalità dei propri sintomi, con conseguenze rilevanti sull'aderenza terapeutica.
Nei disturbi alimentari il legame è particolarmente stretto: l'incapacità di distinguere gli stati emotivi da quelli fisiologici della fame e della sazietà è uno dei meccanismi psicopatologici centrali.
Nelle dipendenze, comprese quelle comportamentali, la sostanza o il comportamento diventano strumenti di regolazione di stati interni che non possono essere pensati. Si agisce ciò che non si riesce a sentire.
Esiste infine un dato che merita attenzione clinica prioritaria. L'alessitimia è associata in modo consistente a un aumentato rischio suicidario in numerose condizioni psichiatriche, indipendentemente dalla gravità depressiva. Il dolore che non trova parole trova altre strade.
4️⃣𝐒𝐢 𝐩𝐮ò 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐫𝐞?
Sì, entro certi limiti. L'alessitimia primaria, più stabile e legata a fattori temperamentali e neurobiologici, è più resistente. L'alessitimia secondaria, che insorge come difesa dopo esperienze traumatiche o in corso di malattia, è più modificabile.
Gli approcci psicoterapeutici che lavorano sull'alfabetizzazione emotiva, sulla mentalizzazione e sulla consapevolezza corporea mostrano risultati incoraggianti. Non si tratta di insegnare a provare emozioni, che ci sono già. Si tratta di costruire il ponte tra il corpo che sente e la mente che nomina.
Riconoscere l'alessitimia non significa etichettarsi. Significa smettere di credersi difettosi, freddi o incapaci di amare, e iniziare a capire che quella difficoltà ha un nome, una spiegazione neurobiologica e, soprattutto, una strada terapeutica.
👉 𝐍𝐨𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐢. 𝐀𝐥𝐜𝐮𝐧𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚.
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📚 Voci bibliografiche.
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De Berardis D, Fornaro M, Orsolini L, Valchera A, Carano A, Vellante F, et al. Alexithymia and su***de risk in psychiatric disorders: a mini-review. Front Psychiatry. 2017;8:148
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De Berardis D, Conti C, Iasevoli F, Valchera A, Fornaro M, Cavuto M, et al. Alexithymia and its relationships with acute phase proteins and cytokine release: an updated review. J Biol Regul Homeost Agents. 2014;28(4):795-9