Dr.ssa Viviana Morelli psicoterapeuta Ipnosi Ericksoniana

Dr.ssa Viviana Morelli psicoterapeuta Ipnosi Ericksoniana Ipnosi Eriksoniana Roma, Albano. Attacchi di panico, disturbi sessuali, ansia e dipendenze alimentari, gestione della rabbia/ della timidezza

21/05/2026

Il tradimento non è solo la fine di una storia. È la frattura di una realtà.

​Spesso, quando si parla di tradimento, il consiglio che si riceve da amici e conoscenti è quasi sempre lo stesso: «Voltiamo pagina», «Meriti di meglio», «Non pensarci più».

​C’è una fretta sociale di archiviare il dolore che, dal punto di vista clinico, non solo è inutile, ma rischia di essere dannosa.

​In psicoterapia non consideriamo il tradimento semplicemente come un "errore di percorso" o la rottura di un patto contrattuale tra due persone. Per chi lo subisce, il tradimento è un vero e proprio trauma relazionale.

​🧠 Cosa succede nella mente di chi viene tradito?

​Quando scopriamo di essere stati ingannati, non soffriamo solo per la perdita del partner. Crolla qualcosa di molto più profondo: il nostro senso di realtà.

​Il reset del passato: La mente inizia a viaggiare a ritroso. «Cosa c’era di vero in quel viaggio di tre anni fa?», «E quella sera che è tornato tardi?». Il passato viene improvvisamente riscritturato e perde di significato.

​L'iperattivazione del sistema di allarme: Il cervello entra in modalità sopravvivenza. Compaiono sintomi tipici del Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD): pensieri intrusivi, flashback, insonnia e un'ansia costante.

​Il crollo della fiducia in sé stessi: La domanda più dolorosa non è «Perché a me?», ma «Come ho fatto a non accorgermene? Mi sono dato del cretino da solo». Si perde la fiducia nelle proprie capacità di valutare la realtà e gli altri.

​🛋️ La prospettiva clinica: come si cura questa ferita?

​Guarire da un tradimento non significa "dimenticare", né tantomeno correre a perdonare per fare la cosa giusta. Il percorso terapeutico serve a:

​Validare il dolore: Capire che la rabbia e l'ossessione per i dettagli sono reazioni normali a un evento "anormale".

​Ricostruire la propria bussola: Imparare di nuovo a fidarsi delle proprie sensazioni e delle proprie percezioni.

​Scegliere il futuro (con o senza l'altro): Solo dopo aver elaborato il trauma si può decidere, lucidamente, se ricostruire la relazione sulle nuove macerie o se chiuderla definitivamente.

​​Il mio consiglio per oggi: Se hai subìto un tradimento, non darti una scadenza per stare bene. La tua mente sta ricostruendo le fondamenta di una casa che è stata scossa da un terremoto. Ci vuole tempo, e ci vuole cura.

​Hai mai vissuto questa sensazione di "realtà frantumata"? Se ti va, parliamone nei commenti.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

21/05/2026

Il trauma, sia quando deriva da un singolo evento molto doloroso sia quando nasce da situazioni difficili vissute a lungo nel tempo, può avere un forte impatto sullo sviluppo del cervello dei bambini. Le esperienze di paura, minaccia o abuso non influenzano solo le emozioni, ma anche il modo in cui il cervello cresce e funziona.
Quando una persona vive una situazione percepita come pericolosa, il cervello entra in una modalità di difesa. Le aree più primitive del cervello, quelle legate alla sopravvivenza e alle reazioni istintive, diventano molto attive. Allo stesso tempo, la corteccia prefrontale, la parte del cervello che aiuta a ragionare, imparare, concentrarsi e controllare le emozioni,tende a funzionare meno.
Nei bambini questo può avere conseguenze importanti. Alcuni possono diventare molto impulsivi, agitati o reattivi, mentre altri possono apparire spenti, distratti o poco motivati. A volte questi comportamenti vengono interpretati come disturbi come ADHD o disturbo oppositivo-provocatorio, senza considerare che potrebbero in realtà essere collegati a esperienze traumatiche.
Quando un bambino vive per lungo tempo in un ambiente pieno di paura o stress, il cervello resta costantemente in allerta. In queste condizioni, le aree più evolute del cervello fanno più fatica a maturare correttamente.

Le neuroscienze hanno mostrato che molte memorie traumatiche vengono immagazzinate nell’amigdala, una piccola struttura del cervello coinvolta nelle emozioni e nelle reazioni di paura.
L’amigdala può attivarsi facilmente quando qualcosa ricorda, anche indirettamente, l’esperienza traumatica. Questi elementi vengono chiamati “trigger”: possono essere un suono, un odore, una parola, un gesto o una situazione simile a quella vissuta nel passato.
Quando l’amigdala si attiva, le aree del cervello legate al linguaggio e alla memoria narrativa funzionano meno. Per questo motivo, molte persone traumatizzate fanno fatica a raccontare chiaramente ciò che è successo. I ricordi possono apparire frammentati, confusi o addirittura assenti.
Una persona può dire: “Non ricordo niente”, ma il corpo e le emozioni continuano comunque a reagire. Ad esempio possono comparire improvvisamente paura, tensione, tremori, vergogna, rigidità o forte agitazione.

Gli esseri umani non ricordano solo attraverso i pensieri o le parole. Il cervello conserva le esperienze in modi diversi.
La mente può ricordare i fatti e gli eventi.
I sensi possono far riaffiorare immagini, suoni o odori.
Le emozioni possono riportare le stesse sensazioni vissute allora.
Il corpo può ricordare tensioni, impulsi, tremori o sensazioni fisiche legate al trauma.
Per questo motivo il trauma spesso viene vissuto più attraverso il corpo e le emozioni che attraverso un ricordo chiaro e raccontabile. Chi ha subito un trauma può sentirsi sopraffatto, confuso o fuori controllo senza capire che quelle reazioni sono legate a esperienze passate.

Capire come il trauma influenza il cervello è fondamentale, soprattutto quando si parla di bambini. Molti comportamenti che sembrano problemi di carattere o mancanza di volontà possono in realtà essere segnali di un sistema nervoso costantemente in allerta.
Dalla lettura di: L'eredità del trauma di J.Fisher

21/05/2026

Davanti a una tragedia come quella di Modena non basta dire “è folle”, come se questa parola chiudesse tutto. Non basta nemmeno usare il disagio psichiatrico come spiegazione automatica, perché sarebbe ingiusto verso migliaia di persone che soffrono e non farebbero mai del male a nessuno. La salute mentale grave, quando viene lasciata sola, quando non è seguita, quando non viene presa in carico con continuità, può diventare anche un problema di sicurezza collettiva. Non per stigma ma per responsabilità.

Il punto non è avere paura di chi soffre ma smettere di abbandonarlo fino al giorno in cui la sua sofferenza entra nella cronaca nera. Una società adulta non si accorge della psichiatria solo dopo i morti e i feriti. Una società adulta costruisce reti, controlli, servizi, continuità terapeutica, famiglie sostenute, medici e psicologi messi nelle condizioni di intervenire prima. Perché certe fragilità non si curano con l’indignazione del giorno dopo, né con il pietismo, né con il silenzio.

La malattia mentale non è una colpa. Ma ignorarla può diventare una responsabilità sociale. E ogni volta che trasformiamo un segnale in una pratica archiviata, una famiglia in una famiglia lasciata sola, un paziente difficile in un problema da spostare altrove, stiamo preparando il terreno alla prossima domanda inutile: “si poteva evitare?”.

A volte no. Ma troppe volte non abbiamo nemmeno provato abbastanza a capirlo prima.

21/05/2026

IL CORPO ACCUSA IL COLPO
L’abuso emotivo cronico e la grave trascuratezza possono essere altrettanto devastanti quanto l’abuso fisico e le molestie sessuali. (...) non essere visti, il non essere riconosciuti e il non avere nessuno a cui rivolgersi per sentirsi al sicuro sono sconvolgenti a qualsiasi età, ma risultano particolarmente distruttivi per i bambini piccoli, che stanno ancora cercando di trovare il loro posto nel mondo.
(...)il modo più comune di affrontare momenti di grave stress è quello di cercare le persone che amiamo, confidando nel loro aiuto e nel loro sostegno, per riuscire ad andare avanti. È possibile calmarsi anche impegnandosi in un’attività fisica, come andare in bicicletta o in palestra. Apprendiamo queste strategie di regolazione emotiva fin dal primo momento in cui qualcuno ci nutre se siamo affamati, ci copre se abbiamo freddo o ci culla quando stiamo male o abbiamo paura. Ma se nessuno ci ha mai rivolto sguardi amorevoli o si è sciolto in un sorriso guardandoci, se nessuno si è mai precipitato ad aiutarci (ma, piuttosto, ci ha sempre detto: “Non piangere o ti darò io qualcosa per cui piangere”), allora dobbiamo necessariamente trovare altre strategie di cura. E, probabilmente, si farà ricorso a qualcosa che ci dia un po’ di sollievo, come, per esempio, farmaci, alcol, condotte alimentari anoressiche o bulimiche o il tagliarsi.
(...)Per le persone che stanno rivivendo un trauma, niente ha senso; sono intrappolate in situazioni in cui si tratta sempre di vita o di morte, uno stato di paura paralizzante o di rabbia cieca. Mente e corpo sono costantemente attivati, come se queste persone fossero esposte a un pericolo imminente. Hanno risposte di trasalimento anche a rumori di lieve entità e sono frustrate da irritazioni di poco conto. Hanno un sonno cronicamente disturbato, e il cibo, spesso, perde quell’aspetto di piacere dei sensi. Tutto ciò, a sua volta, può innescare disperati tentativi di spegnimento delle emozioni stesse, attraverso il freezing o la dissociazione.
Come fanno le persone a recuperare il controllo quando il loro cervello animale è coinvolto in una battaglia per la sopravvivenza?

Agency è il termine tecnico che indica il sentimento di avere “in carico” la propria vita: sapere dove si è, sapere di avere voce in capitolo in ciò che ci accade e sapere di poter avere un’efficacia su ciò che ci sta intorno... L’agency inizia con ciò che gli scienziati chiamano interocezione, la consapevolezza di vissuti sensoriali sottili provenienti dall’interno del nostro corpo: maggiore è questa consapevolezza, e maggiore sarà la capacità di controllare la nostra vita. Sapere cosa sentiamo è il primo passo per capire perché ci sentiamo in quel modo. Se siamo consapevoli dei continui cambiamenti del mondo interno e di quello esterno, possiamo, di conseguenza, affrontarli e gestirli; non riusciremo a farlo, però, se la nostra torre di controllo (...) non impara a osservare ciò che accade all’interno. È per questa ragione che praticare la mindfulness (...) è fondamentale per la risoluzione del trauma.(..) Molti dei miei pazienti sono sopravvissuti al trauma con estremo coraggio e tenacia, rimettendosi, però, continuamente nella stessa situazione problematica: il trauma aveva danneggiato la loro “bussola interna”, defraudandoli dell’immaginazione necessaria a realizzare condizioni di vita migliori...le persone traumatizzate si sentono continuamente in pericolo dentro il loro corpo: il passato vive in forma di tormentoso disagio interiore. Il loro corpo è costantemente bombardato da segnali viscerali di pericolo e, nel tentativo di controllare questi processi, si specializzano nell’ignorare le sensazioni viscerali, annebbiando la consapevolezza di ciò che viene messo in gioco dentro di loro: imparano a nascondersi da se stessi. Quanto più le persone cercano di eliminare o ignorare i segnali interni di pericolo, tanto più ne sono invase, frastornate, confuse, per poi vergognarsene. Le persone che non riescono facilmente a notare cosa accade dentro di loro sono inclini a rispondere a qualsiasi cambiamento sensoriale sia spegnendosi sia andando in panico: sviluppano la paura della paura stessa....
La regolazione del sé dipende dall’avere una buona relazione con il proprio corpo, senza la quale si deve per forza fare affidamento su una regolazione esterna, che va dai farmaci, alle droghe, all’alcol, alla rassicurazione costante, all’accondiscendenza compulsiva verso i desideri degli altri.

(...)Sintomi somatici in assenza di cause fisiche conosciute sono molto frequenti in adulti e bambini traumatizzati: dolori cronici alla schiena e al collo, fibromialgia, emicrania, problemi digestivi, sindrome da colon irritabile, sindrome da affaticamento cronico e varie forme di asma.

Bessel Van Der Kolk

21/05/2026

Nel dibattito sull’origine dell’ADHD, la posizione di Gabor Maté si distingue in modo netto da quella della psichiatria e delle neuroscienze contemporanee. Nel suo libro Una mente in frammenti (Scattered Minds), Maté propone una lettura dell’ADHD non come disturbo geneticamente determinato, ma come l'esito di un processo di sviluppo che coinvolge l’esperienza emotiva e relazionale dei primi anni di vita.
Maté non nega l’esistenza di una base biologica innata. Al contrario, afferma che molte persone con ADHD nascono con un sistema nervoso particolarmente sensibile, più ricettivo agli stimoli, alle emozioni e alle tensioni dell’ambiente. Questa sensibilità, che egli considera un tratto temperamentale e non una patologia, può essere ereditata e spesso si ritrova all’interno delle stesse famiglie. Tuttavia, ciò che viene trasmesso non è l’ADHD in sé, ma una maggiore vulnerabilità neuroemotiva. Secondo Maté, parlare di genetica dell’ADHD rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno che riguarda il modo in cui un bambino impara a regolarsi in relazione al mondo.
Nella sua prospettiva, l’ADHD emerge quando un bambino altamente sensibile cresce in un contesto che, per varie ragioni, non riesce a offrire una regolazione emotiva sufficiente. Non si tratta necessariamente di traumi evidenti o di genitori inadeguati, ma anche di stress cronico, tensioni relazionali, assenze emotive involontarie o ritmi di vita troppo intensi. In queste condizioni, il bambino sviluppa strategie adattive per proteggersi e autoregolarsi, per cui la disattenzione può diventare una forma di ritiro, l’iperattività un modo per scaricare la tensione, l’impulsività una risposta ad un sovraccarico interno. Col tempo, queste modalità si stabilizzano e vengono riconosciute come sintomi di ADHD.
Maté interpreta quindi l’ADHD non come un difetto neurobiologico, ma come un adattamento precoce a un ambiente vissuto come eccessivo per quel particolare sistema nervoso. Questo spiega, secondo lui, anche perché l’ADHD sembri ripetersu nelle famiglie: genitori sensibili e spesso a loro volta non diagnosticati possono avere maggiori difficoltà di autoregolazione emotiva, creando senza volerlo un contesto più stressante per un bambino altrettanto sensibile. La trasmissione, in questa lettura, è quindi intergenerazionale ma non riducibile ai soli geni.
Questa posizione si discosta in modo significativo dal consenso scientifico attuale, che attribuisce all’ADHD un’elevata ereditabilità e riconosce un ruolo centrale ai fattori genetici, seppur in interazione con l’ambiente. La teoria di Maté è stata criticata per la sua scarsa aderenza ai dati genetici su larga scala, ma resta influente perché riporta al centro la dimensione dell’esperienza soggettiva, dell’attaccamento e della storia di sviluppo della persona.
L’ADHD per Maté, non è ciò che una persona è geneticamente destinata a diventare, ma è l'esito di ciò che è accaduto ad una sensibilità precoce nel suo incontro con il mondo esterno.

21/05/2026

QUANDO LA CATTEDRA TREMA:
il fenomeno del bullismo sui docenti

​Fino a qualche decennio fa, la figura dell'insegnante era investita di un'autorità quasi sacrale. Oggi assistiamo a un ribaltamento radicale: cronache e studi clinici descrivono una realtà in cui sono sempre più spesso gli studenti delle scuole medie e superiori a prendere di mira, umiliare o aggredire i propri professori.

​Come psicoterapeuta, non posso non interrogarmi sulle radici di questa ferita educativa e sociale.

​Nel panorama scientifico internazionale, questo fenomeno viene inquadrato all'interno del macro-tema della violenza contro gli insegnanti (in inglese Teacher-Directed Violence o Student-on-Teacher Bullying). Quando l'attacco avviene online – attraverso video rubati in classe, meme derisori o campagne d'odio sui social – si parla specificamente di cyberbullismo contro i docenti.

​Non si tratta della classica "bravata" adolescenziale, ma di una condotta sistematica volta a minare l'autorevolezza del professionista e la sua stabilità emotiva.

​Le Cause: perché i ragazzi attaccano gli adulti?

​Per curare un sintomo, dobbiamo capirne la causa. Questo fenomeno non nasce dal nulla, ma è il risultato di un incrocio di fragilità:

✔️​Evaporazione del limite e della frustrazione: Molti adolescenti crescono in contesti iper-protettivi dove ogni "no" viene evitato. Quando a scuola incontrano un limite (un brutto voto, un richiamo), non sanno come gestire la frustrazione. L'attacco al professore diventa un meccanismo di difesa per espellere quel senso di fallimento.

✔️​La svalutazione sociale del ruolo: I ragazzi specchiano il mondo degli adulti. Se la società e, spesso, le famiglie considerano l'insegnante un "fornitore di servizi" sottopagato e non una guida autorevole, i giovani si sentono autorizzati a trattarlo come tale.

✔Il gruppo come amplificatore e lo schermo come scudo: Spesso l'atto di bullismo serve a conquistare uno status nel gruppo dei pari. Se a questo si aggiunge uno smartphone che filma, l'azione diventa una "performance" da monetizzare in termini di visualizzazioni e like, anestetizzando l'empatia verso la vittima.

​I Rimedi: ricostruire l'alleanza tra le mura e fuori

​Da psicoterapeuta, credo che la risposta non possa essere solo punitiva, ma debba essere coraggiosa e ricostruttiva. Dobbiamo rimettere al centro la relazione.

✔️​Ricostruire il "Patto Educativo" Scuola-Famiglia: È il passo più urgente. I genitori devono smettere di fare gli "avvocati difensori" dei figli a prescindere. Se un ragazzo vede i genitori alleati con l'insegnante, capisce che l'autorità è solida e non manipolabile.

✔️​Educazione all'Alitofobia (consapevolezza dell'altro): Nelle scuole serve un lavoro profondo sull'alfabetizzazione emotiva. I ragazzi devono essere guidati a sviluppare l'empatia, a capire che dietro la cattedra c'è una persona che soffre, e che il rispetto non è sottomissione, ma la base della convivenza.

✔️​Supporto psicologico e supervisione per i docenti: Gli insegnanti non possono essere lasciati soli a gestire classi complesse. Hanno bisogno di strumenti relazionali, di corsi di gestione dei conflitti e di uno spazio di ascolto psicologico per evitare il burnout (l'esaurimento emotivo).

✔️​Sanzioni riparative, non solo punitive: Sospendere un ragazzo lasciandolo a casa a guardare lo schermo non serve a nulla. Le sanzioni dovrebbero essere orientate ai lavori socialmente utili all'interno della scuola o della comunità. Il bullo deve "riparare" il danno relazionale che ha causato.

​Proteggere i nostri insegnanti significa proteggere il futuro dei nostri ragazzi. Perché una società che permette il crollo della cattedra, perde la bussola del proprio domani.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

11/04/2026

Non serve sparire per abbandonare un figlio.
A volte basta restare nella stessa stanza e non alzare mai davvero gli occhi. Ci sono bambini che non hanno perso i genitori. Hanno perso il loro sguardo. Parlano, e l’adulto scorre. Cercano contatto, e trovano una notifica. Provano a esistere nella mente di chi li ama, ma troppo spesso trovano uno schermo acceso al posto di una presenza vera.

È da qui che nascono gli orfani digitali: figli accuditi, nutriti, accompagnati, ma lasciati soli nel punto più importante. Quello della relazione.
Un bambino non cresce solo di cure. Cresce di attenzione, di volto, di ascolto, di tempo mentale. Cresce sentendosi abbastanza importante da interrompere il resto del mondo.
Se invece impara presto che viene dopo, dopo il telefono, dopo il lavoro, dopo i messaggi, dopo tutto, quella ferita resta.

E resta anche nel modo in cui, crescendo, userà il digitale. Perché un bambino calmato con uno schermo non sta imparando a regolare le emozioni. Sta imparando a delegarle.
Sta imparando che la noia si spegne, che la tristezza si distrae, che il vuoto si riempie, che l’attesa si evita.
Così il digitale smette di essere uno strumento e diventa una protesi emotiva. E allora sì, le dipendenze digitali cominciano molto prima. Cominciano quando lo schermo prende il posto dello sguardo.

Per questo, prima ancora del sacrosanto divieto dei social sotto i 16 anni, dovremmo avere il coraggio di chiedere una legge sul diritto alla disconnessione degli adulti.
Perché un figlio non impara il limite da un genitore sempre online, sempre reperibile, sempre altrove.

La prima educazione digitale non è togliere un telefono ai ragazzi. È restituire presenza agli adulti.

Indirizzo

Via Ascanio 3
Albano Laziale
00043ROMA

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