03/07/2026
Ci sono bambini che imparano molto presto a leggere il volto dell'altro. Entrano in una stanza e comprendono immediatamente se qualcuno è triste, arrabbiato, deluso o spaventato.
Potrebbe sembrare una particolare sensibilità. Talvolta lo è. Altre volte, invece, è la traccia silenziosa di una storia traumatica.
Quando l'adulto, da cui il bambino dipende, diventa fonte di paura, il problema non è soltanto il dolore che ne deriva. Il vero dramma è che il bambino non può sottrarsi al legame, non può andarsene.
È qui che nasce "l'identificazione con l'aggressore", ovvero la storia di un bambino che, per conservare il legame con l'oggetto amato, rinuncia progressivamente a se stesso.
Per sopravvivere cerca di capire cosa desidera l'altro, cosa teme, cosa si aspetta. Impara a prevederne gli umori e ad anticiparne le richieste. Poco alla volta il centro della sua vita psichica si sposta. Non è più orientato verso ciò che sente lui, ma verso ciò che sente l'altro.
Il bambino continua ad amare l'adulto che lo ferisce. Per conservare quel legame finisce spesso per attribuire a se stesso la responsabilità di quanto è accaduto.
Nascono così sentimenti di colpa, vergogna e confusione che possono accompagnare l'intera esistenza. Molti pazienti vivono proprio così: sanno riconoscere con straordinaria precisione ciò che gli altri desiderano da loro, ma non riescono più a riconoscere ciò che essi stessi desiderano.
Questo produce il cosiddetto "poppante saggio". Alcuni bambini crescono troppo presto. Non diventano adulti perché maturano, ma perché sono costretti a rinunciare all'infanzia. Consolano la madre depressa, proteggono il padre fragile, cercano di mantenere la pace familiare.
Sembrano maturi, responsabili e affidabili. In realtà hanno sacrificato una parte di sé per salvare il legame da cui dipendevano.