15/08/2026
Ferragosto, un incontro a Messa e quella lezione sulla vita
Ci sono incontri che si pianificano e altri che accadono semplicemente. E spesso sono proprio questi ultimi a lasciare il segno più profondo.
Il mio Ferragosto quest’anno non è stato solo estate, vacanze e famiglia. È stato anche il silenzio di una Chiesa, il raccoglimento della Messa e la sorpresa di un incontro che mi ha riportato alla mente una storia che vale la pena ricordare: quella di Andrea Bocelli e di sua madre.
Una storia che inizia molto prima dei palcoscenici, dei teatri pieni e degli applausi del mondo.
Quando Edi Aringhieri era incinta di Andrea, la gravidanza presentò alcune complicazioni. Secondo quanto raccontato negli anni da lei e dal figlio, i medici ipotizzarono che il bambino potesse nascere con una disabilità e le consigliarono di interrompere la gravidanza. Lei scelse diversamente. Quel bambino nacque il 22 settembre 1958: era Andrea Bocelli.
Molti anni dopo, Bocelli decise di raccontare pubblicamente quella vicenda. Lo fece inizialmente in un messaggio legato all’opera di padre Richard Frechette ad Haiti, pensando alle madri che vivono situazioni difficili. Concluse il suo racconto dicendo, in sostanza, che sua madre aveva fatto la scelta giusta e che sperava che la sua esperienza potesse essere di incoraggiamento per altre donne.
C’è però un aspetto che considero importante, soprattutto in un tempo in cui ogni tema rischia di trasformarsi subito in uno scontro ideologico.
Bocelli stesso precisò il senso delle sue parole: non voleva che quella testimonianza fosse letta solo come una posizione contro l’aborto. Disse di voler essere, prima di tutto, a favore della vita.
Ed è proprio questa frase che mi è tornata in mente in questo Ferragosto.
Perché incontrarsi a Messa è diverso dall’incontrarsi sotto i riflettori. In chiesa restano fuori titoli, successo e notorietà. Davanti all’altare siamo semplicemente persone: padri, madri, uomini, donne, figli, ciascuno con le proprie gioie, le proprie ferite, le proprie domande.
Così anche una fotografia scattata quasi per caso dopo la Messa diventa qualcosa di più di un ricordo estivo.
Guardandola rivedo i sorrisi della mia famiglia, la felicità semplice di un incontro inatteso. Ma soprattutto mi colpisce ancora una volta quanto la vita sia imprevedibile.
Chi avrebbe potuto immaginare, davanti a una giovane madre spaventata e a una diagnosi difficile, quale sarebbe stata la storia di quel bambino?
Non sappiamo mai in anticipo quale musica sia nascosta dentro una vita.
Ed è questo, per me, il pensiero più forte.
Non serve trasformare una vicenda personale in un giudizio sulle scelte o sulle sofferenze degli altri. Ogni donna, ogni famiglia, ogni gravidanza difficile porta con sé circostanze che meritano rispetto, ascolto e umanità. Ma la storia di Bocelli resta comunque potente: ci ricorda quanto sia limitato il nostro sguardo quando pretendiamo di sapere in anticipo ciò che una persona potrà diventare.
Quel bambino, per il quale si temeva una grave disabilità, sarebbe diventato una delle voci italiane più conosciute al mondo.
E in questo racconto c’è anche un legame personale che per me ha un significato particolare: con Bocelli condivido infatti l’amicizia del mio amico, il vescovo Suetta. Un legame che, in modo discreto ma reale, mi fa sentire ancora più vicino a questa storia e al suo valore umano e spirituale.
E forse è proprio questo il dono che porto con me da questo Ferragosto: ricordarmi che il valore di una vita non si misura dalle difficoltà, dalla perfezione o dalle previsioni che facciamo sul suo futuro.
La vita sorprende.
A volte lo fa con una voce che riempie i teatri del mondo. Altre volte in modo molto più semplice: mettendoci accanto qualcuno durante una Messa d’estate, mentre siamo con i nostri figli, e lasciandoci una fotografia che resterà nell’album di famiglia.
Ferragosto passerà, le vacanze finiranno. Quella foto, invece, resterà.
E con lei resterà anche una domanda che vale più di qualsiasi polemica: quante meraviglie della vita possiamo ancora scoprire, se impariamo a non giudicarla prima che abbia avuto la possibilità di raccontarsi? E*