Oriana Piangoloni - Psicologa Psicoterapeuta EMDR

Oriana Piangoloni - Psicologa Psicoterapeuta EMDR Sono psicologa psicoterapeuta EMDR, mi prendo cura delle relazioni.

Siamo immersi in un immaginario saturo di amore.Lo vediamo ovunque: nei film, nelle serie, nelle pubblicità.Un amore rom...
30/12/2025

Siamo immersi in un immaginario saturo di amore.
Lo vediamo ovunque: nei film, nelle serie, nelle pubblicità.
Un amore romantico, levigato, semplificato. Spesso irraggiungibile.

Eppure, se guardiamo a come funzionano davvero le nostre relazioni – e più in generale la nostra società – il messaggio che passa è tutt’altro. L’amore viene facilmente svalutato: considerato ingenuo, poco realistico, una debolezza. Qualcosa da superare in fretta, da gestire con razionalità, da non prendere troppo sul serio.

Viviamo in un tempo che esalta l’autonomia, la prestazione, l’efficienza. Un tempo che stigmatizza la solitudine, ma allo stesso tempo produce isolamento. Che ci spinge a essere indipendenti, competitivi, autosufficienti, mentre riduce sempre di più lo spazio per la cura dei legami. Anche di quelli affettivi.

Nel lavoro clinico questo paradosso emerge spesso: persone che desiderano profondamente relazioni significative, ma che si sentono “sbagliate” nel farlo. Come se avere bisogno dell’altro fosse una colpa, o una mancanza di maturità.

E allora forse vale la pena dirlo chiaramente: prendersi cura dei legami, scegliere relazioni che non siano basate solo sull’utilità o sulla convenienza, lasciare spazio a un amore più libero e meno performativo non è un gesto ingenuo.
È un atto profondamente controcorrente.
In certi casi, persino rivoluzionario.

Se questi temi ti risuonano, resta qui.
Puoi seguirmi, oppure lasciare un commento: mi interessa sapere cosa ne pensi.

Stanca ma felice.Rientro dal Congresso AISTED piena di stimoli, ogni volta che mi immergo in giornate così intense, fatt...
25/10/2025

Stanca ma felice.
Rientro dal Congresso AISTED piena di stimoli, ogni volta che mi immergo in giornate così intense, fatte di confronto tra colleghi e di approfondimento clinico, torno a casa non solo arricchita di nuova conoscenza, ma anche energia, curiosità e voglia di continuare a crescere — come terapeuta e come persona.

È difficile spiegare cosa si prova a partecipare al meeting di .it, ma ci voglio provare.Per me è stato come ritrovare l...
12/10/2025

È difficile spiegare cosa si prova a partecipare al meeting di .it, ma ci voglio provare.
Per me è stato come ritrovare la mia tribù — persone con cui condividere idee, risate e voglia di crescere.
Mi sono sentita attraversata da stima, affetto, energia buona. Ho raccolto tanti stimoli e mi sento carica.
Riflettere insieme sulle sfide che ci aspettano nei prossimi anni mi ricorda quanto è bello fare politica. Quella politica professionale che nasce dal desiderio autentico di mettersi al servizio dei colleghi e della comunità.

12/08/2025

Ci sono settimane in cui la stanza di terapia sembra divorare tutto il tempo.
Pazienti, urgenze, report, messaggi, riorganizzazioni.
E poi, a fine giornata, ti ritrovi svuotata e senza un minuto per aprire quel libro che volevi leggere da giorni.
Non per obbligo, ma per desiderio.
Ne parlavamo in intervisione non molto tempo fa: dove va a finire il tempo per pensare?
Il tempo non produttivo, non fatturabile, non visibile.
Quel tempo lento, in cui le idee si sedimentano, i collegamenti si fanno vivi, le intuizioni emergono.
Nel lavoro clinico, il pensiero è parte della cura.
Non è un lusso. È ciò che tiene in vita il nostro sguardo.
Quando non leggiamo più, non studiamo, non ci confrontiamo… smettiamo di evolvere. E senza accorgercene, iniziamo a ripetere.
Ho iniziato a proteggere piccole porzioni di tempo, come fossero finestre sacre.
A volte basta un’ora in silenzio. Una pagina sottolineata. Una domanda che resta lì, a fermentare.
Non serve sempre fare di più. A volte serve solo spazio per pensare meglio.

09/08/2025

Una paziente parla del suo corpo, del suo piacere, di come “nessuno capisce davvero cosa voglia dire essere una donna che vuole”.
E nella stanza si muove qualcosa.

Non è imbarazzo. È più sottile.
È una tensione. Una domanda interna che rimbalza: “Cosa sto sentendo io, mentre lei parla?”

La sessualità femminile, quando si esprime con forza — non come sintomo, ma come desiderio vivo, arrabbiato, impaziente — può smuovere molto anche in chi ascolta.

Se sei una terapeuta donna, c’è una doppia risonanza:
quella professionale e quella personale.
La parte che accoglie, e la parte che sa benissimo di cosa sta parlando quella paziente.

Il rischio è mettersi dalla parte del contenimento troppo in fretta.
Offrire parole giuste, posture neutre, ma non sentire più davvero.
Come se la forza di quella rabbia erotica dovesse essere ridotta a codice.

Invece no.
Quella rabbia va accolta, riconosciuta, pensata, anche quando ci tocca.
Anzi: proprio perché ci tocca.

È lì che la clinica si fa viva.
Quando non solo accompagniamo, ma ci lasciamo interrogare.
E stiamo in quella tensione senza spegnerla.
Finché diventa parola, e non più solo reazione.

07/08/2025

Quante volte ci siamo sentiti in ferie ma con la testa ancora al lavoro, paralizzati dalla paura che qualcuno “scopra” che non siamo poi così bravi.

La sindrome dell’impostore non è solo una sensazione passeggera: erode autostima, rallenta la crescita professionale e personale, e ci tiene imprigionati in un ciclo infinito di autocritica.

In questo articolo, la collega Luisa Fossati esplora da vicino come nasce questa convinzione di “non essere mai abbastanza”, quali meccanismi mentali la alimentano e come l’EMDR può aiutare a spezzare questo schema.

🔗 [Link all’articolo https://emdrfirenze.com/sindrome-dellimpostore-comprenderla-affrontarla-e-superarla-con-laiuto-della-psicoterapia-emdr/]

Agosto rallenta, ma il lavoro no.Meno sedute, più “dietro le quinte”: sistemo lo studio, monto lampade, preparo i prossi...
06/08/2025

Agosto rallenta, ma il lavoro no.
Meno sedute, più “dietro le quinte”: sistemo lo studio, monto lampade, preparo i prossimi contenuti.
È il momento di fare quello che durante l’anno non trova spazio.

06/08/2025

Un giorno il paziente entra e racconta qualcosa con un tono nuovo.
Non cerca approvazione. Non si giustifica. Non si scusa.

Sta solo lì, in quello che ha fatto. In quello che ha scelto.
Come se, per la prima volta, potesse essere sé stesso senza paura.

Non sempre arriva con un grande insight.
A volte è un gesto semplice: chiedere di spostare un orario, portare un tema scomodo, dire di essere arrabbiati.
E lo fanno senza scappare.

In questi momenti si sente che qualcosa si è spostato.
Che il setting — nella sua ripetitività, nella sua solidità — è diventato un luogo interno, non solo esterno.
Un luogo dove ci si può presentare interi. Non solo bambini da accudire. Non solo figli da compiacere.

Per molti pazienti, la stanza di terapia è il primo spazio davvero adulto.
Uno spazio in cui l’autonomia non rompe il legame, e il legame non chiede sottomissione.

È lì che la cura diventa trasformativa.
Non perché guarisce, ma perché restituisce qualcosa che prima non c’era:
la possibilità di esserci, senza bisogno di scegliere tra amore e libertà.

Indirizzo

Via Madonna Del Prato 116
Arezzo
52100

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