26/08/2026
Josef K. si sveglia una mattina e viene arrestato. Nessuno gli dice per cosa. Nessuno gli mostra un capo d'accusa. Passerà il resto del romanzo a cercare una colpa che il processo dà per scontata, ma che lui non riesce mai a trovare.
In studio vedo questa scena quasi ogni settimana, senza tribunale e senza guardie. Persone che si svegliano con un senso di colpa preciso, fisico, concreto — ma senza sapere di cosa si sentono colpevoli. Cercano l'errore che giustifichi il malessere, e quando non lo trovano concludono che l'errore ci deve essere per forza: semplicemente non l'hanno ancora trovato.
È uno dei meccanismi più subdoli dell'ansia: il sintomo arriva prima della spiegazione, e la mente, pur di darsi pace, si inventa un'imputazione. Josef K. passa il romanzo a difendersi da un'accusa che nessuno formula mai per intero — esattamente come chi passa la vita a giustificarsi davanti a un giudice interiore che non ha mai letto il capo d'imputazione.
La domanda che faccio più spesso, in questi casi, non è "cosa hai fatto di male". È: chi ti ha detto che dovevi essere processato?
Cosa riconosci di te in questa scena?
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