28/06/2023
CONTACTLESS...
Senza mamma, senza il suo contatto pelle su pelle, mi sentivo perduto.
Senza di lui, senza il suo contatto pelle su pelle, mi sentivo perduta.
Io, invece, mi sentivo perduto.
Punto e basta.
Forse perché avrei voluto avere anch'io un spalla sulla quale appoggiarmi.
Perché ero stanco, e anche un po' depresso.
Niente a che fare con chaise longue e tariffe orarie da capogiro, con un tizio o una tizia pronta ad ascoltare i miei problemi.
No, la mia depressione era qualcosa di leggero, come un raffreddore di stagione che si stava prolungando più del dovuto nonostante l'aspirina.
Sentivo il loro peso su di me, come se fossi io le fondamenta della famiglia, una colata di cemento armato che non sarebbe mai "venuta giù", nemmeno in caso di terremoto.
E invece io non ero altro che una palafitta di legno sull'oceano, instabile e bisognosa di manutenzione, un castello di sabbia alla mercé di una mareggiata imminente.
Un giorno fu lei a parlare. Disse: - Sei stanco? Mi rendo conto che abbiamo preteso molto da te. E tu hai fatto di tutto per farci stare bene.
Annuii, senza però rispondere.
- Io e il piccolo vorremo che tu sorridessi di più - continuò mia moglie.
Abbozzai un sorriso.
- Non intendevo uno di quelli circostanza...
- E' tutto ciò che riesco a fare - mi giustificai. - Almeno per ora.
E fu allora che lei si staccò da me, e il piccolo fece lo stesso con lei.
Da uno a tre in una frazione di secondo.
Cominciammo a respirare a grandi boccate, come l'aria stesse svanendo intorno a noi e volessimo fare cambusa.
Sentii il cuore accelerare, poi decelerare, e mi parve di stare meglio.
- Come va? - mi chiese mia moglie.
- Be... bene - abbozzai. - E voi?
Lei rivolse lo sguardo verso nostro figlio, poi di nuovo verso di me. - Bene - disse.
E così iniziò la nostra vita insieme, quella vera, fatta di contatto ma anche di "assenza di contatto".
Uno, ma anche tre.
Tre, ma anche uno.
Perfezione, insomma.
I tre lati di un triangolo capace di diventare retta e proseguire verso l'infinito.
Forse anche oltre.
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