Dott. Mauro Acierno, Psicologo - Psicoterapeuta Psicosomatista

Dott. Mauro Acierno, Psicologo - Psicoterapeuta Psicosomatista Ognuno ha diritto a salvaguardare la salute ed è un diritto che dobbiamo imparare a concederci.

Terapeuta EMDR certificato
Esperto in Psicologia dell'Emergenza e Psicotraumatologia
Esperto in Management dei Servizi Sanitari
Giudice Onorario Minorile

22/09/2026

Una volta le relazioni erano complicate. Oggi, a volte, prima ancora di capire se sono complicate dobbiamo capire se sono relazioni. Ci sentiamo ogni giorno, dormiamo insieme, condividiamo pensieri che non raccontiamo quasi a nessuno, ci cerchiamo quando ci manchiamo, soffriamo se compare qualcun altro. Però attenzione a dire che stiamo insieme: «Non mettiamo etichette».

E non c’è nulla di sbagliato, di per sé, nel non dare un nome a un rapporto. Abbiamo conquistato la libertà di costruire relazioni che non debbano necessariamente seguire i percorsi di una volta. Il punto è capire se quell’indefinitezza sia davvero una libertà condivisa oppure, qualche volta, un modo per restare abbastanza vicini da non perdersi e abbastanza lontani da non doversi scegliere.

Perché scegliere qualcuno comporta sempre una quota di rischio. Significa esporsi, rinunciare ad alcune possibilità, permettere all’altro di diventare importante. E significa anche accettare che, se un giorno finirà, farà male.

L’ambiguità può proteggerci proprio da questo. Posso cercarti quando mi manchi e allontanarmi quando la vicinanza diventa troppa. Posso desiderare la tua presenza senza chiamarla impegno, provare gelosia senza riconoscerla come tale, vivere quasi tutto di una relazione conservando però una via d’uscita: «In fondo, non stavamo insieme». Non significa necessariamente avere paura dell’impegno, né esiste una spiegazione psicologica buona per tutti. Ma una domanda può essere utile: questa indefinitezza mi sta lasciando libero o mi sta proteggendo dal rischio di scegliere?

Perché tenere aperte tutte le possibilità sembra libertà. Eppure possiamo trascorrere mesi, a volte anni, dentro qualcosa che non riusciamo a vivere fino in fondo e che, proprio perché non è mai stato davvero definito, facciamo persino fatica a lasciare. Forse il punto non è dare un nome a una relazione. È capire se abbiamo il coraggio di prendere posizione dentro quella relazione.

Perché a volte non scegliere ci sembra il modo migliore per non perdere niente. Ma mentre teniamo aperte tutte le possibilità, possiamo non accorgerci che stiamo perdendo proprio quella che stiamo vivendo.

21/09/2026

Un ragazzo protesta perché vuole lo smartphone. Dice che ce l’hanno tutti, che senza resta fuori dal gruppo, che i genitori non capiscono. L’adulto resiste, poi magari cede. È una scena che conosciamo bene. Quello che conosciamo meno è ciò che può accadere qualche anno dopo: quello stesso ragazzo potrebbe essere tra quelli che oggi dicono che, forse, sarebbe stato meglio incontrare qualche limite in più.

Un’indagine condotta da Skuola.net insieme all’Associazione Nazionale Di.Te. su circa 2.500 giovani tra i 10 e i 24 anni racconta qualcosa di interessante: il 47% sarebbe favorevole a vietare lo smartphone fino ai 14 anni e i social fino ai 16, mentre quasi uno su due vorrebbe un vero percorso di educazione digitale prima di potervi accedere. E sono proprio i più grandi, quelli che quell’esperienza l’hanno già attraversata, a chiedere più frequentemente questo tipo di preparazione.

Forse è questo il dato su cui dovremmo fermarci.

Per anni abbiamo raccontato il rapporto tra adolescenti e smartphone come un problema di autocontrollo: “deve imparare a staccarsi”, “sta sempre al telefono”, “non sa più annoiarsi”. Ma stiamo chiedendo a un cervello ancora in maturazione di autoregolarsi dentro ambienti digitali costruiti per trattenere l’attenzione, offrire ricompense rapide e alimentare continuamente confronto e ricerca di approvazione. Non significa che i social “facciano male” in modo automatico, né che esista un rapporto semplice di causa ed effetto. La ricerca scientifica è molto più prudente. Significa però riconoscere che la capacità di fermarsi, scegliere e tollerare la frustrazione si costruisce nel tempo e ha bisogno anche della presenza degli adulti.

Nella stessa indagine il 34,2% dei ragazzi riferisce tristezza o insoddisfazione dopo aver trascorso molto tempo sui social e quasi la metà sente di essere influenzata negativamente da ciò che vede nel proprio feed. Anche i dati internazionali invitano a non liquidare il fenomeno come una semplice preoccupazione degli adulti: lo studio HBSC dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, condotto su quasi 280.000 adolescenti di 44 Paesi e regioni, ha rilevato che la quota di ragazzi con un uso problematico dei social è passata dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022.

Sono associazioni e comportamenti che non autorizzano a concludere che uno schermo sia, da solo, la causa del malessere di un adolescente. Ma sono abbastanza importanti da chiederci che tipo di educazione stiamo costruendo intorno a questi strumenti.

Il primo smartphone, in fondo, non dovrebbe segnare il momento in cui un genitore si fa da parte, ma l’inizio di un’autonomia graduale. All’inizio significa esserci molto: conoscere gli ambienti frequentati, parlare di ciò che compare sullo schermo, spiegare perché alcune dinamiche riescono a catturarci così facilmente, stabilire tempi e confini. Poi, crescendo, quella presenza può arretrare. Il limite esterno lascia lentamente spazio alla capacità del ragazzo di costruirne uno interno.

Ed è qui che arriva una delle parti più difficili dell’essere genitori: tollerare che un limite possa rendere nostro figlio arrabbiato con noi. Proteggerlo non significa evitargli ogni frustrazione. A volte significa riuscire a restare presenti anche mentre protesta contro una regola di cui, in quel momento, non può ancora comprendere fino in fondo il senso.

C’è poi un ultimo particolare che rischiamo di dimenticare. Mentre chiediamo ai ragazzi di posare il telefono, spesso il nostro è sul tavolo. Mentre diciamo loro che devono imparare ad annoiarsi, riempiamo ogni attesa guardando uno schermo. L’educazione digitale comincia molto prima del primo smartphone: comincia dal modo in cui un bambino vede gli adulti abitare il silenzio, la noia, le relazioni e il tempo.

Forse quei ragazzi che oggi chiedono più limiti non ci stanno chiedendo semplicemente di vietare qualcosa. Ci stanno ricordando che crescere liberi non significa crescere senza confini. Significa incontrare adulti capaci di allargarli, poco alla volta, mentre impariamo ad attraversarli da soli.

FONTI

– Skuola.net – Associazione Nazionale Di.Te., indagine su circa 2.500 giovani tra i 10 e i 24 anni sull’utilizzo di smartphone e social network, dati diffusi nel settembre 2026.

– ANSA, “1 giovane su 2 vuole limiti a social per gli under 14 e patentino digitale”, 16 settembre 2026.

– World Health Organization, Regional Office for Europe, “A focus on adolescent social media use and gaming in Europe, Central Asia and Canada: Health Behaviour in School-aged Children international report from the 2021/2022 survey”, Volume 6, 2024.

– World Health Organization, Regional Office for Europe, “Teens, screens and mental health: New WHO report indicates need for healthier online habits among adolescents”, 25 settembre 2024.

– American Psychological Association, “Health Advisory on Social Media Use in Adolescence”, 2023.

– American Psychological Association, “Potential risks of content, features, and functions: The science of how social media affects youth”, 2024.

Nel 2015, ormai più di dieci anni fa, partecipai a uno studio sulla neuroanatomia della malattia di Alzheimer e della de...
16/09/2026

Nel 2015, ormai più di dieci anni fa, partecipai a uno studio sulla neuroanatomia della malattia di Alzheimer e della depressione in età avanzata. Fu uno dei miei primi incontri, da ricercatore, con un tema che negli anni avrei guardato anche da altre prospettive. Settembre è il mese dedicato alla sensibilizzazione sull’Alzheimer e sulle demenze e, ripensando a quel lavoro, mi è tornata in mente una domanda che forse vale la pena portarci dietro: quando una persona comincia a perdere i propri ricordi, quanto di lei stiamo davvero perdendo? Siamo abituati a pensare alla demenza soprattutto attraverso ciò che porta via: i nomi che non arrivano più, le date che si confondono, una strada conosciuta che improvvisamente non lo è più, fino al volto di una persona cara che può non essere riconosciuto. Tutto questo è reale. Le demenze possono compromettere progressivamente memoria, linguaggio, orientamento, capacità di giudizio, autonomia e comportamento. Ma c’è un rischio: confondere la perdita di alcune funzioni cognitive con la perdita della persona. Una persona può non ricordare il tuo nome e sentirsi al sicuro quando sente la tua voce, può non sapere spiegare perché è agitata e tranquillizzarsi quando qualcuno le prende la mano, può non ricordare un episodio della propria vita e reagire ancora alla musica che l’ha accompagnata. È proprio quando cambia il suo modo di stare nel mondo che deve cambiare anche il nostro modo di starle accanto. Prendersi cura di una persona con demenza significa, a un certo punto, smettere di chiederle continuamente di raggiungere il nostro mondo e imparare anche noi a entrare nel suo. Chiederle «Ti ricordi chi sono?» può trasformare una domanda innocente in un piccolo esame che continua a non superare. Possiamo invece presentarci, avvicinarci con calma e lasciarle il tempo di riconoscere ciò che riesce a riconoscere. Allo stesso modo, correggere continuamente una persona disorientata non le restituisce necessariamente ciò che la malattia le ha tolto e può, in alcuni momenti, aumentare paura e frustrazione. Questo non significa mentire o assecondare qualsiasi cosa, ma provare a comprendere il bisogno che può esserci dietro ciò che dice. Se una donna di ottantacinque anni domanda «Quando viene mia madre a prendermi?», forse non dobbiamo preoccuparci soltanto di ricordarle che sua madre è morta molti anni prima. Possiamo chiederci cosa rappresenti, in quel momento, quella madre: casa, protezione, sicurezza, il bisogno di non sentirsi sola. A volte, dietro una frase cognitivamente sbagliata, c’è un bisogno emotivamente comprensibile. E quando anche le parole diventano più difficili, quel bisogno può cercare altre vie. L’agitazione, il vagare, il rifiuto di mangiare o alcuni comportamenti aggressivi non sono necessariamente privi di senso: chi non riesce più a dirci «ho dolore», «ho paura» o «non capisco cosa mi state facendo» può finire per comunicarcelo attraverso il comportamento. Prima di domandarci soltanto come farlo cessare, dovremmo allora provare a capire cosa stia comunicando. Lo stesso sguardo dovrebbe guidarci nel proteggere l’autonomia residua e tutto ciò che appartiene alla storia della persona. Perdere una capacità non significa dover perdere tutte le esperienze che quella capacità rendeva possibili. La musica, gli odori, le fotografie, le abitudini, il contatto e le persone familiari possono diventare strade attraverso cui continuare a raggiungere qualcuno quando altri canali diventano più fragili. Sapere quale musica amava, come beveva il caffè, cosa lo infastidiva, quali gesti lo tranquillizzavano significa continuare a considerarlo una persona con una biografia, non soltanto una persona con una diagnosi. E significa non parlare di lui come se non fosse nella stanza, perché la compromissione cognitiva non sospende la dignità. Ma una malattia che modifica così profondamente il modo di stare nel mondo modifica inevitabilmente anche le relazioni. Mentre una persona può faticare sempre di più a riconoscere chi ha davanti, dall’altra parte può esserci qualcuno che continua a riconoscerla perfettamente e deve fare i conti con il dolore di vederla cambiare. Un figlio, una moglie, un marito possono vivere per anni tenerezza e rabbia, amore e stanchezza, vicinanza e bisogno di allontanarsi. Possono perdere la pazienza, sentirsi in colpa, arrivare al limite. Anche questo fa parte della demenza. Chiedere aiuto, condividere la cura o arrivare alla scelta di una struttura non significa necessariamente amare meno: significa riconoscere che anche chi si prende cura ha bisogno, a sua volta, di essere sostenuto. Forse è proprio guardando insieme queste due esperienze che possiamo capire perché la demenza venga talvolta definita “il lungo addio”. È un’immagine potente e racconta qualcosa di vero del dolore di chi assiste, ma racconta solo una parte della storia, perché parlare continuamente di qualcuno che “se ne va” rischia di farci dimenticare chi è ancora lì. La malattia può modificare profondamente il modo in cui una persona ricorda, parla, comprende e riconosce, ma quella persona continua ad avere un’esperienza del mondo: può avere paura, sentirsi al sicuro, cercare vicinanza, essere raggiunta da una voce, da una melodia, da un gesto, da una presenza. Ed è forse qui che cambia il nostro compito: quando alcune delle strade attraverso cui abbiamo sempre raggiunto quella persona iniziano a chiudersi, non possiamo pretendere che sia sempre lei a ritrovare la strada verso di noi. Dobbiamo imparare noi nuove strade per arrivare fino a lei. Perché una diagnosi di demenza può cambiare profondamente una persona, ma non la trasforma mai soltanto nella sua malattia.

20/08/2026

Da un po’ di tempo mi capita di osservare con una certa preoccupazione il livello di aggressività che attraversa i social, e più lo osservo più mi convinco che la questione interessante non riguardi semplicemente la maleducazione, la libertà concessa dall’anonimato o il fatto che dietro uno schermo ci sentiamo più autorizzati a dire ciò che vogliamo. Credo che stia accadendo qualcosa di più profondo e che valga la pena interrogarci su ciò a cui, lentamente, ci stiamo abituando. Basta leggere i commenti sotto una qualsiasi notizia, anche la più banale, per incontrare una quantità impressionante di disprezzo: persone che non si conoscono arrivano rapidamente all’insulto, all’umiliazione, all’augurio di morte, al giudizio sulla vita, sul corpo, sull’intelligenza o sulla famiglia di qualcuno partendo magari da una frase, da una fotografia o da un’opinione. La parte che trovo più preoccupante è che tutto questo ormai ci sorprende pochissimo. Scorriamo, leggiamo, magari sorridiamo per una risposta particolarmente feroce e passiamo oltre. In qualche modo la nostra soglia si è spostata e ciò che qualche anno fa avremmo percepito come un’aggressione oggi rischia di diventare semplicemente il linguaggio ordinario della rete. Da psicoterapeuta mi interessa soprattutto ciò che accade nella nostra mente quando entriamo in questa modalità, perché vivere insieme richiede una capacità psichica molto complessa: riuscire a conservare l’altro come persona anche quando ci irrita, ci contraddice, mette in discussione qualcosa in cui crediamo o appartiene a un mondo molto distante dal nostro. Significa riuscire a provare rabbia senza perdere completamente la rappresentazione di chi abbiamo davanti. Quando questa capacità si indebolisce, l’altro smette progressivamente di essere una persona intera e diventa la frase che ha scritto, il partito che vota, la squadra che tifa, il lavoro che fa, il suo errore, il suo corpo, la categoria alla quale abbiamo deciso di assegnarlo. A quel punto ferirlo diventa molto più semplice, perché stiamo colpendo una rappresentazione impoverita dell’altro e non sentiamo più fino in fondo di avere davanti qualcuno con una storia, legami, paure, fragilità e persone che gli vogliono bene. Nella relazione faccia a faccia esistono una serie di piccoli freni che spesso neppure percepiamo: vediamo l’espressione dell’altro cambiare, ascoltiamo il tono della sua voce, avvertiamo il silenzio dopo una nostra frase troppo dura, sentiamo quella quota di disagio che ci informa che forse siamo andati oltre. Online gran parte di questi segnali scompare e insieme a loro diminuisce anche quella naturale regolazione reciproca che rende possibile la convivenza. Il problema, però, sarebbe ancora relativamente circoscritto se tutto rimanesse dentro uno schermo. Quello che mi interroga è l’idea che trascorrere ogni giorno del tempo in ambienti nei quali il disprezzo viene premiato, condiviso e trasformato in intrattenimento possa lentamente educarci proprio a quel modo di stare con gli altri. Ogni ambiente che frequentiamo modifica qualcosa nel nostro modo di percepire ciò che è accettabile e i social non fanno eccezione. Se assistiamo continuamente alla trasformazione del disaccordo in scontro, della complessità in schieramento e della persona in bersaglio, rischiamo di perdere familiarità con alcune capacità che considero fondamentali per una società adulta: tollerare l’ambivalenza, sopportare la frustrazione, restare curiosi davanti a ciò che non comprendiamo, accettare che qualcuno possa pensarla diversamente senza diventare per questo un nemico e concederci persino il diritto di cambiare idea senza viverlo come una sconfitta. Mi sembra invece che si stia accorciando sempre di più lo spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo con quello che sentiamo. Qualcosa mi irrita e reagisco, qualcosa mi offende e attacco, qualcosa mette in discussione ciò in cui credo e sento immediatamente il bisogno di ristabilire la mia posizione svalutando chi ho davanti. Eppure una parte importante della maturità psicologica si costruisce proprio dentro quello spazio, nella possibilità di sentire intensamente qualcosa senza essere costretti a trasformarla immediatamente in un’azione contro qualcuno. La rabbia ha diritto di esistere, così come il dissenso, il conflitto e perfino l’antipatia; ciò che facciamo delle nostre emozioni riguarda invece la responsabilità che abbiamo nelle relazioni. Per questo faccio fatica a liquidare ciò che vediamo sui social come semplice “odio da tastiera”. Mi sembra piuttosto il sintomo di una progressiva difficoltà collettiva a reggere l’altro quando l’altro non ci conferma, e credo che dovremmo preoccuparcene soprattutto pensando alle generazioni che stanno imparando adesso come si discute, come si dissente e come si attraversa un conflitto osservando anche noi adulti. Una comunità che si abitua al disprezzo finisce inevitabilmente per diventare una comunità nella quale ciascuno deve stare un po’ più sulla difensiva, perché quando l’errore viene umiliato si impara a nasconderlo, quando il dubbio viene deriso si impara a fingere certezze, quando cambiare idea viene vissuto come una resa si smette di ascoltare e quando ogni differenza diventa una provocazione si finisce per cercare soltanto persone che ci assomigliano. È questa, forse, la prospettiva che mi preoccupa maggiormente: una società piena di connessioni e progressivamente meno capace di relazione. Credo allora che prima di pubblicare certe parole potrebbe essere utile recuperare una domanda molto semplice, che riguarda ciascuno di noi e che provo a rivolgere anche a me stesso: quello che sto per scrivere serve davvero a esprimere ciò che penso oppure, in questo momento, sto cercando soprattutto qualcuno sul quale scaricare ciò che sento? Perché possiamo avere opinioni durissime, discutere, arrabbiarci e dissentire profondamente; resta però una responsabilità che nessun algoritmo potrà assumersi al posto nostro, quella di decidere ogni volta quale tipo di essere umano vogliamo essere mentre lo facciamo.

04/08/2026

Vorrei fare una premessa, perché credo sia doverosa. Questo post non nasce per criticare o giudicare i genitori che pubblicano fotografie o video dei propri figli sui social. Diventare genitori è una delle esperienze più intense della vita ed è naturale avere il desiderio di condividere la propria felicità con le persone a cui si vuole bene.

Scrivo queste righe perché il mio lavoro mi porta ogni giorno a guardare le situazioni dal punto di vista dei bambini. Come psicoterapeuta e come giudice onorario minorile ho imparato che, molto spesso, ciò che un adulto vive come spontaneo e innocuo può avere conseguenze che meritano almeno una riflessione. Negli ultimi anni abbiamo iniziato a parlare di sharenting, un termine che descrive la condivisione abituale della vita dei figli sui social da parte dei genitori. È un fenomeno relativamente nuovo e la ricerca sta ancora cercando di comprenderne gli effetti a lungo termine. Una cosa, però, è già evidente: stiamo creando la prima generazione di bambini che arriva all’adolescenza con una storia digitale costruita quasi interamente da altri.

Un neonato non può scegliere se quella fotografia debba essere pubblicata. Non può decidere chi la vedrà, chi la scaricherà, dove finirà tra dieci o vent’anni. Eppure quella immagine contribuirà a costruire la sua identità digitale ancora prima che impari a parlare.

Dal punto di vista giuridico il diritto alla riservatezza del minore è un diritto fondamentale. La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia tutela la vita privata dei bambini e oggi questa tutela riguarda anche l’ambiente digitale. Anche la giurisprudenza italiana, negli ultimi anni, ha richiamato più volte i genitori a considerare l’interesse del figlio prima del desiderio di condividere immagini online. Quando una fotografia entra in rete, il controllo su quella fotografia diventa molto limitato.

C’è poi un aspetto che spesso viene sottovalutato. Le immagini dei bambini possono essere copiate, archiviate, manipolate, utilizzate per creare profili falsi, per alimentare sistemi di intelligenza artificiale o, nei casi peggiori, finire in circuiti frequentati da persone con interessi sessuali verso i minori. È una possibilità che nessun genitore immagina mentre pubblica una foto, ma il fatto che sia improbabile non significa che sia impossibile. Quando si parla di bambini, anche un rischio poco frequente merita attenzione.

Esiste però una riflessione che, personalmente, considero ancora più importante. Ogni bambino ha diritto a costruire lentamente la propria identità. Crescendo sceglierà cosa raccontare di sé, quali ricordi condividere, quali immagini mostrare e quali custodire. Se quella storia viene raccontata fin dall’inizio da qualcun altro, una parte di quella libertà rischia di essere sottratta ancora prima che possa esercitarla. Nelle aule di tribunale ricordiamo continuamente che un figlio non appartiene ai suoi genitori. Ha diritti propri, una dignità propria, una riservatezza propria. Credo che questo principio debba accompagnarci anche quando abbiamo uno smartphone tra le mani.

Forse vale la pena fermarsi un istante prima di pubblicare una foto e porsi una domanda molto semplice: se mio figlio avesse oggi la possibilità di scegliere, vorrebbe davvero che questa immagine fosse online?

Se la risposta non è così certa, forse la scelta più prudente è conservarla tra i ricordi di famiglia. Proteggere un figlio significa anche questo: lasciargli la possibilità di decidere, un giorno, quale immagine di sé consegnare al mondo.

Credo che uno degli effetti più dolorosi dell’ansia non sia l’ansia stessa. È quando, per paura di provarla, iniziamo a ...
09/07/2026

Credo che uno degli effetti più dolorosi dell’ansia non sia l’ansia stessa. È quando, per paura di provarla, iniziamo a restringere la nostra vita. Ogni evitamento dà un sollievo immediato, ma ha un costo silenzioso: finisce per convincerci che il mondo sia sempre più piccolo di quanto sia davvero.

𝗟’𝗮𝗻𝘀𝗶𝗮 𝗯𝘂𝘀𝘀𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮 𝗲 𝘃𝗼𝗶 𝗹𝗲 𝗮𝗽𝗿𝗶𝘁𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼𝗻𝗲: 𝟭𝟬 𝗳𝗮𝗹𝘀𝗶 𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝘀𝗳𝗮𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝗰𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗺𝗼𝗿𝗶𝗿𝗲 🫨
𝘙𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘵𝘦𝘮𝘪 𝘯𝘦𝘪 𝘤𝘰𝘮𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪 𝘮𝘪𝘵𝘪 𝘤𝘪 𝘢𝘷𝘦𝘵𝘦 𝘤𝘳𝘦𝘥𝘶𝘵𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘰𝘪, 𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘵𝘦 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘬𝘦 𝘴𝘦 𝘷𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘵𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘶𝘵𝘪 𝘪𝘯 𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘵𝘳𝘦 💬

Cominciamo con lo sgomberare il campo da un equivoco clamoroso. L’ansia non è una malattia, è un sistema di allarme che la natura ci ha regalato milioni di anni fa per scappare dai predatori, solo che oggi il predatore è la notifica di WhatsApp non letta e il sistema si attiva lo stesso, con la stessa intensità di quando davanti avevamo una tigre dai denti a sciabola.

1. L’ansia è sempre un problema da eliminare. Falso, un minimo di ansia serve, vi tiene svegli all’esame, vi fa controllare due volte se avete chiuso il gas, il problema nasce quando l’allarme suona anche senza incendio.
2. Chi ha attacchi di panico sta per avere un infarto o impazzire. Falso, il cuore che corre a duecento e il respiro che manca sono scariche di adrenalina, spiacevolissime ma non pericolose, è come il motore di un’auto che va su di giri a f***e, fa rumore ma non esplode.
3. Basta la forza di volontà per calmarsi. Falso, dire a un ansioso di calmarsi funziona quanto dire a un incendio di spegnersi da solo, servono strategie, non buoni propositi.
4. L’ansia è tutta psicologica, non ha nulla di biologico. Falso, coinvolge circuiti cerebrali precisi, con un’amigdala iperattiva e una corteccia prefrontale che non riesce a fare da freno, altro che capriccio mentale.
5. Respirare profondamente risolve sempre tutto all’istante. Parzialmente falso, aiuta molto ma non è una bacchetta magica, è più un ombrello nella pioggia, ripara ma non ferma il temporale.
6. Chi soffre d’ansia dovrebbe evitare le situazioni che la scatenano. Falso, evitare rinforza la paura invece di ridurla, è come non salire mai più in bicicletta dopo una caduta, così non si impara mai a stare in equilibrio.
7. L’ansia colpisce solo le persone deboli o fragili. Falso e anche un po’ offensivo, colpisce manager, atleti, medici, persone solidissime, la fragilità non c’entra, c’entra un sistema nervoso particolarmente sensibile.
8. I farmaci per l’ansia creano dipendenza sempre e comunque. Falso in modo generico, alcune categorie richiedono attenzione e prescrizione medica seria, altre come certi antidepressivi usati nell’ansia non danno dipendenza, il diavolo sta nei dettagli e nella competenza di chi prescrive.
9. Chi ha ansia lo capisce sempre da sé. Falso, spesso si presenta mascherata da mal di pancia, tensione muscolare, insonnia, e la persona gira per ambulatori convinta di avere chissà quale malattia del corpo.
10. L’ansia dura per sempre se non si affronta subito con una terapia. Falso in parte, esistono percorsi efficaci, in primis la psicoterapia cognitivo-comportamentale, e nei casi più importanti un supporto farmacologico mirato, nessuno è condannato a vivere con il freno a mano sempre tirato.

L’ansia insomma è come un cane da guardia troppo zelante che abbaia anche al postino, non bisogna sopprimerlo, bisogna insegnargli a riconoscere davvero il pericolo.



Voci bibliografiche.
⬇️
Bandelow B, Michaelis S, Wedekind D. Treatment of anxiety disorders. Dialogues Clin Neurosci 2017;19(2):93-107.
Craske MG, Stein MB. Anxiety. Lancet 2016;388(10063):3048-59.
Penninx BWJH, Pine DS, Holmes EA, Reif A. Anxiety disorders. Lancet 2021;397(10277):914-27.
Bystritsky A, Khalsa SS, Cameron ME, Schiffman J. Current diagnosis and treatment of anxiety disorders. P T 2013;38(1):30-57.

02/07/2026

È da un po' che questa pagina è in silenzio. Qualcuno se ne sarà accorto, altri probabilmente no. La verità è che negli ultimi mesi ho sentito il bisogno di dedicare quasi tutte le mie energie al lavoro e alle persone che avevo davanti. Tra lo studio e il tribunale è stato un anno intenso, uno di quelli che ti chiedono tanto e che, senza quasi accorgertene, ti cambiano un po'. Mi sono confrontato con storie difficili, sofferenze profonde e decisioni che non possono mai essere prese con leggerezza. È un privilegio poter entrare nella vita delle persone in momenti così delicati, ma sarebbe poco sincero dire che tutto questo non lasci traccia. Ho sempre pensato che ascoltare davvero qualcuno significhi accettare di lasciarsi toccare da ciò che racconta. Se l'ascolto è autentico, una parte di quelle storie finisce inevitabilmente per accompagnarti anche quando la giornata è finita. È il prezzo, ma anche il privilegio, di un lavoro che non si limita a risolvere problemi, ma ti mette ogni giorno davanti all'essere umano nella sua parte più fragile. Forse è anche per questo che, a un certo punto, ho sentito il bisogno di rallentare. Non perché mi fosse passata la voglia di condividere, ma perché avevo bisogno di ritrovare un po' di silenzio. Ci sono momenti in cui è più importante vivere le cose che raccontarle e questo, per me, è stato uno di quei momenti.
Oggi torno a scrivere semplicemente per ricordarmi perché continuo ad amare così tanto questo lavoro. Nonostante la fatica, nonostante il peso che alcune storie inevitabilmente lasciano addosso, rifarei questa scelta ancora mille volte. Ho imparato che non ci si prende cura degli altri dimenticandosi di se stessi. Ogni tanto bisogna rallentare, ritrovare il proprio respiro e tornare a casa, dentro di sé. Solo così si può continuare ad esserci davvero, con la stessa presenza e la stessa umanità che questo lavoro merita.

Ci pensavo oggi: forse una delle cose che stiamo perdendo di più è la capacità di vivere momenti che non servano a nient...
28/05/2026

Ci pensavo oggi: forse una delle cose che stiamo perdendo di più è la capacità di vivere momenti che non servano a niente. Momenti non produttivi, non utili, non performanti. Sembra banale, ma ormai facciamo fatica perfino a stare dentro qualcosa se non ci restituisce immediatamente un risultato. Anche il tempo libero spesso diventa una prestazione: bisogna allenarsi, migliorarsi, documentare, ottimizzare, dimostrare. E intanto ci stiamo dimenticando una cosa enorme: la mente umana non si regge solo sulla produttività. Ha bisogno anche di leggerezza, di vuoto, di presenza, di contatto, di gioco. Gioco vero. Quello senza obiettivi, senza competizione, senza utilità concreta. Ridere senza motivo, fare tardi parlando, fare l’amore senza guardare l’orologio, perdere tempo con qualcuno, camminare senza meta, annoiarsi perfino. Perché è lì che il cervello spesso ricomincia a respirare. È lì che il sistema nervoso esce dalla modalità sopravvivenza. E forse non è un caso se oggi così tante persone si sentono emotivamente spente: stiamo vivendo vite sempre più efficienti e sempre meno vive.

22/05/2026

Ci sono ragazzi che oggi stanno riuscendo perfettamente nella vita e contemporaneamente stanno pensando di sparire. Ed è questa la parte che continuiamo a non capire. Perché ci siamo costruiti un’idea estremamente superficiale della sofferenza mentale. Continuiamo a immaginarla evidente, rumorosa, facilmente riconoscibile. Pensiamo ancora che chi sta male debba necessariamente fermarsi, isolarsi, piangere, chiedere aiuto apertamente. In realtà sempre più persone stanno imparando a dissociarsi dal proprio dolore pur di continuare a funzionare. Negli ultimi anni questa cosa la vedo in maniera impressionante soprattutto nei più giovani. Ragazzi emotivamente esausti a vent’anni. Corpi costantemente in allarme. Menti che non riescono più a fermarsi davvero. Una sensazione cronica di vuoto che molti tentano di regolare attraverso iperstimolazione continua, social, pornografia, sostanze, relazioni compulsive, perfezionismo, prestazione. E mentre tutto questo accade continuiamo a parlare di salute mentale solo dopo le tragedie. Solo quando qualcuno si suicida. Solo quando il dolore diventa cronaca. Solo quando la sofferenza esplode in maniera irreversibile. È come se questo Paese riuscisse a vedere il disagio psicologico soltanto quando non può più evitarlo.
Ma a un certo punto bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: la salute mentale in Italia non è soltanto vittima di disattenzione culturale. È anche il risultato di precise scelte politiche fatte negli ultimi anni.
Non possiamo indignarci per il disagio giovanile e poi continuare a considerare superflua l’educazione emotiva e sessuo-affettiva nelle scuole. Non possiamo parlare di prevenzione mentre vengono bocciate proposte che avrebbero potuto creare spazi di ascolto, alfabetizzazione emotiva e riconoscimento precoce della sofferenza. Perché poi il risultato è questo: adolescenti che crescono emotivamente analfabeti, incapaci di riconoscere ciò che sentono, incapaci di gestire il rifiuto, la frustrazione, la vergogna, il conflitto, l’abbandono.
E nello stesso tempo continuiamo ad avere servizi territoriali saturi, carenza di personale, liste d’attesa interminabili e investimenti sulla salute mentale tra i più bassi d’Europa rispetto al bisogno reale della popolazione. La verità è che sulla salute mentale si continua a investire troppo poco perché il disagio psicologico, finché non esplode pubblicamente, non porta consenso immediato. Eppure stiamo assistendo a qualcosa di enorme. A un progressivo collasso emotivo collettivo che riguarda soprattutto i più giovani. Disturbi alimentari sempre più precoci. Autolesionismo. Dipendenze. Ritiro sociale. Vuoto identitario. Rabbia incontrollata. Sensazioni croniche di derealizzazione e spegnimento emotivo.
Ma tutto questo fa meno rumore di una tragedia. E allora viene ignorato.
Viviamo in una società che pretende prestazione continua anche da persone internamente devastate. I social hanno amplificato tutto questo in maniera enorme, trasformando il confronto in una condizione permanente del cervello umano. Milioni di adolescenti oggi crescono con la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa, di dover valere abbastanza, di dover essere performanti, desiderabili, interessanti, produttivi. Sempre. Poi accade una tragedia e improvvisamente tutti parlano di disagio mentale. Per qualche giorno. Poi tutto torna come prima. La verità è che non stiamo intervenendo sul dolore: stiamo semplicemente reagendo alle conseguenze quando ormai è troppo tardi.

Indirizzo

Via Lago Di Lesina 8B
Avezzano
67051

Orario di apertura

Lunedì 15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

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