20/08/2026
La psicologia non è morale e non deve essere immorale ma amorale.
"Mi vergogno profondamente quando vedo colleghi trasformare la psicopatologia in una sentenza morale.
Un conto è descrivere comportamenti abusanti, manipolativi o aggressivi; un altro è costruire, a partire da un racconto unilaterale, una caricatura diagnostica nella quale il presunto “narcisista” viene elevato a incarnazione del male.
La clinica non è un tribunale e lo psicologo non è il giudice incaricato di stabilire chi sia il carnefice e chi la vittima.
Anche chi agisce condotte gravemente disfunzionali può essere portatore di una sofferenza psicopatologica. Questo non significa assolverlo, né relativizzare il danno prodotto.
Significa semplicemente non dimenticare che comprendere non equivale a giustificare e che diagnosticare non equivale a condannare.
Termini come “narcisismo maligno”, “tratti psicopatici”, “controllo sadico” o “cancellazione della coscienza”, quando vengono utilizzati come etichette definitive e prive di una rigorosa valutazione clinica, rischiano di trasformare la psicologia in una forma di demonologia contemporanea.
E trovo particolarmente inquietante che siano proprio alcuni professionisti della salute mentale ad alimentare questa deriva: attribuire al paziente una categoria morale, anziché interrogarsi sulla complessità della sua organizzazione psichica.
Ma c’è un’ultima, paradossale considerazione.
Quelle stesse dinamiche manipolatorie che vengono attribuite con tanta sicurezza al “narcisista” possono essere rintracciate, almeno sul piano comunicativo, anche in chi costruisce contenuti di questo genere: semplificare la realtà, creare un nemico riconoscibile, alimentare paura e indignazione e proporre una chiave interpretativa assoluta capace di catturare l’attenzione.
In un’attualità in cui puntare il dito contro il “narcisista” sembra diventato un efficace strumento per intercettare pubblico e potenziali clienti, viene spontaneo chiedersi se dietro queste narrazioni vi sia davvero sempre un interesse clinico.
Perché dubito fortemente che, in questa rappresentazine, il termine che si preferisca sia “pazienti”.
E allora la domanda diventa scomoda: quando la sofferenza psicologica diventa una categoria narrativa da vendere, chi sta realmente utilizzando chi?
Il nostro compito non è scegliere da che parte stare.
È comprendere ciò che accade nella mente di chi soffre, anche quando quella sofferenza si manifesta attraverso comportamenti distruttivi.
Altrimenti non stiamo facendo clinica.
Stiamo semplicemente distribuendo colpe con un linguaggio apparentemente scientifico."
Autore: Federico Cavaliere