03/09/2026
𝙈𝙚𝙣𝙤 𝙘𝙖𝙧𝙗𝙤𝙞𝙙𝙧𝙖𝙩𝙞, 𝙢𝙚𝙣𝙤 𝙞𝙣𝙛𝙞𝙖𝙢𝙢𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚? 𝙇𝙖 𝙨𝙘𝙞𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙙𝙞𝙚𝙩𝙧𝙤 𝙪𝙣 𝙛𝙚𝙣𝙤𝙢𝙚𝙣𝙤 𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚, 𝙢𝙖 𝙨𝙥𝙚𝙨𝙨𝙤 𝙛𝙧𝙖𝙞𝙣𝙩𝙚𝙨𝙤
Mi capita spesso di sentire:
“Ho ridotto i carboidrati e mi sento molto meno infiammato.”
Oppure, in maniera ancora più netta:
“Ho eliminato quasi completamente i carboidrati, mangio prevalentemente proteine e grassi e molti dei miei disturbi sono migliorati.”
È un’osservazione interessante, che non dovrebbe essere né liquidata come semplice suggestione né trasformata nella conclusione opposta secondo cui “i carboidrati sono infiammatori”.
La realtà fisiologica è decisamente più complessa.
Quando l’apporto glucidico viene drasticamente ridotto, soprattutto in soggetti con adiposità viscerale, insulino-resistenza o alterazioni metaboliche, possono verificarsi contemporaneamente diversi cambiamenti: diminuzione delle escursioni glicemiche, riduzione dell’iperinsulinemia, maggiore ossidazione degli acidi grassi e, quando la restrizione è sufficientemente marcata, aumento della produzione di corpi chetonici.
Tra questi, il β-idrossibutirrato (BHB) non rappresenta soltanto un combustibile alternativo al glucosio, ma anche una molecola di segnale metabolico. È stato studiato, tra gli altri meccanismi, per la capacità di modulare l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3, coinvolto nella produzione di mediatori pro-infiammatori come IL-1β e IL-18.
Ma probabilmente c’è qualcosa di ancora più importante.
Ridurre drasticamente i carboidrati significa spesso eliminare contemporaneamente zuccheri aggiunti, farine raffinate, dolci, snack, bevande zuccherate e numerosi alimenti ultraprocessati.
Il soggetto non ha quindi semplicemente “tolto i carboidrati”: ha modificato profondamente la qualità della propria alimentazione, spesso riducendo spontaneamente anche l’introito energetico.
A questo si aggiunge la progressiva perdita di tessuto adiposo viscerale, che non è un semplice deposito di energia, ma un tessuto endocrino e immunologicamente attivo capace di contribuire allo stato infiammatorio cronico di basso grado.
Ecco perché il miglioramento percepito può essere assolutamente reale.
Il passaggio concettuale da evitare è però:
“Sto meglio senza carboidrati, quindi i carboidrati causano infiammazione.”
Non è ciò che dimostrano le evidenze.
Patate, riso, frutta non sono metabolicamente equivalenti a biscotti, dolci, bevande zuccherate e prodotti ultraprocessati soltanto perché appartengono tutti alla grande categoria degli alimenti contenenti carboidrati.
Le evidenze sulle diete low-carb e chetogeniche mostrano effetti potenzialmente favorevoli su alcuni marker infiammatori, soprattutto nei soggetti metabolicamente compromessi, ma non dimostrano che l’eliminazione dei carboidrati sia universalmente superiore a una dieta ben costruita quando vengono controllati perdita di peso, bilancio energetico e qualità alimentare.
Quindi sì: ridurre fortemente i carboidrati può, in determinati fenotipi metabolici, contribuire a ridurre uno stato infiammatorio.
Ma probabilmente non perché i carboidrati siano intrinsecamente “infiammatori”.
Il risultato nasce dall’interazione tra chetosi, sensibilità insulinica, riduzione del grasso viscerale, deficit energetico, qualità degli alimenti, eliminazione degli ultraprocessati e risposta individuale.
Ed è proprio questa distinzione che separa una strategia nutrizionale ragionata dalla semplice demonizzazione di un macronutriente.