Antonella Fanizza Psicologa

Antonella Fanizza Psicologa Psicologa - Psicoterapeuta Psicoanalitica
Master in Neuropsicologia Clinica

“Sa dottoressa, è da quando avevo 14 anni che dentro di me vivono delle entità. Entità buone, che mi aiutano e mi guidan...
17/01/2022

“Sa dottoressa, è da quando avevo 14 anni che dentro di me vivono delle entità. Entità buone, che mi aiutano e mi guidano nella vita. Sono loro che decidono dove devo andare e che cosa devo fare. A volte mi aiutano a riconoscere le persone cattive, le persone che mi vogliono fare del male, le persone che ce l’hanno con me, altre volte mi aiutano a calmarmi e a controllare la rabbia. Sono sicuro che esistono al 100%, non ho dubbi su questo.”

Avere a che fare con la malattia mentale non è mai facile, specialmente se si tratta di particolari condizioni, molto gravi, che stravolgono la vita dei pazienti e delle loro famiglie. Parlare con una persona delirante, per chi, come me, si è formato e lavora a stretto contatto con pazienti molto gravi, provoca una profonda ambivalenza.
Si rimane affascinati dalla portata dei deliri, dalla sicurezza con cui si crede a ciò che la mente crede, anche se palesemente impossibile, si rimane affascinati dalla portata creativa del delirio, dalla cura e specificità con cui la psiche crea delle storie che intrappolano le persone. Al contempo, si prova una profonda tristezza e sofferenza nel vedere come la vita familiare, relazionale, personale viene messa in crisi da un avvenimento di tale portata. Da qualcosa che travolge qualsiasi cosa, perché tutta la vita poi, in quel momento, viene vissuta in funzione di quello specifico delirio.

Entrare nel delirio, conoscere la persona oltre di esso, comprendere quali sono le paure e le motivazioni alla base, empatizzare con ciò che il delirio maschera è il vero lavoro, è la vera scommessa. Se c’è una cosa che ho imparato, è che nulla è casuale, neppure quando niente ha senso.

I principali orientamenti psicodinamici contemporanei sostengono che la depressione sia una condizione pervasiva che ha ...
13/12/2021

I principali orientamenti psicodinamici contemporanei sostengono che la depressione sia una condizione pervasiva che ha origine da una vulnerabilità biologica e temperamentale, dalla qualità delle relazioni di attaccamento e dalle esperienze infantili.
Il mondo interiore di una persona con depressione, contrariamente a quanto si possa pensare, non è fatto soltanto di tristezza e angoscia, ma presenta anche frustrazione, vergogna, perdita, impotenza, solitudine e senso di colpa e l’impatto che questi sentimenti hanno sulla percezione di sé e degli altri è devastante.

Quello che racchiude in gabbia la persona con depressione è un vero e proprio circolo vizioso alimentato da vulnerabilità e rabbia. Generalmente, la vulnerabilità rende la persona molto sensibile alle delusioni e ai rifiuti che la vita porta con sé; quando queste delusioni si verificano realmente il sentimento che ne consegue è la rabbia verso gli altri o verso chi è il responsabile della delusione.
La rabbia, però, porta con sé un fortissimo senso di colpa per essersela presa con gli altri, con chi è parte del mondo relazionale della persona. Per cercare di controllare questo senso di colpa, allora, la rabbia viene riversata contro se stessi, avendo come effetto l’aumentare della vulnerabilità, il crollare a picco dell’autostima, in quanto si comincia a pensare di non essere abbastanza, di essere stati cattivi per aver provato rabbia nei confronti degli altri e di essere gli unici colpevoli della propria condizione.

Così, dalla vulnerabilità, ha nuovamente inizio un nuovo ciclo.

Quello che accade in stanza di analisi è una ri-edizione delle proprie esperienze. Nel qui ed ora del dialogo analitico ...
11/12/2021

Quello che accade in stanza di analisi è una ri-edizione delle proprie esperienze. Nel qui ed ora del dialogo analitico si riattualizzano i modelli, i sentimenti, le relazioni, i pensieri, le modalità di agire che quotidianamente ci coinvolgono e che, a volte, ci tengono in scacco.
È la modalità di comunicazione tra paziente e analista che rende possibile l’espressione delle emozioni e dà vita mentale a persone che si sentono inesistenti.

(cfr. A. Ferro, Nella stanza d’analisi, 1996)

Nelle interazioni quotidiane sono diversi i meccanismi impliciti che ci portano a ipotizzare il mondo interno dell’altro...
16/06/2021

Nelle interazioni quotidiane sono diversi i meccanismi impliciti che ci portano a ipotizzare il mondo interno dell’altro. Queste supposizioni, però, per la maggior parte dei casi, sono nostre proiezioni. Talvolta, quando si suppongono le sensazioni degli altri dal loro modo di porsi, dalla postura del corpo, dall’atteggiamento e dal tono di voce e gli si attribuiscono delle intenzioni, si sta proiettando sull’altro la propria soggettività e non si sta invece osservando l’interazione.

Per esempio, in una situazione di interazione con uno sconosciuto, si può avere la sensazione che egli abbia intenzioni malevole nei nostri confronti, senza che questa supposizione sia supportata da comportamenti oggettivi o da un’osservazione esterna dell’interazione. Molto probabilmente, ciò che accade è che sia la nostra diffidenza e il nostro timore verso ciò che non conosciamo, verso ciò che non è prevedibile ad essere espressi in quella supposizione, piuttosto che le reali intenzioni dell’altro.

Anche con persone che conosciamo bene vi sono situazioni in cui non ci si riesce proprio a capire. Questo perché la percezione interiore di ciò che si ha da dire è molto diversa da quello che poi viene espresso e compreso. Colui che parla ritiene di avere un’idea molto chiara di ciò che ha da dire, specialmente se si tratta della propria opinione in merito a qualcosa che conosce bene. Ma questa chiarezza e semplicità non esistono che per lui. La sua idea, infatti, dipende da un sistema prestabilito di opinioni e sensazioni che sono accessibili solo dall’interno e non è detto che chi ascolta riesca a coglierne il significato così come lo intende l’altro.

È necessario quindi essere più chiari possibili e soprattutto cercare di mettersi nei panni dell’altro per collocare quell’interazione nel suo sistema di attribuzione di significato.

Generalmente percepiamo e agiamo nel mondo per come siamo, non per come esso realmente è. La nostra visione delle cose, ...
10/06/2021

Generalmente percepiamo e agiamo nel mondo per come siamo, non per come esso realmente è. La nostra visione delle cose, delle relazioni, di noi stessi è soggettiva, anche quando ci si sforza di non esserlo, perché si è dentro il proprio mondo, dentro se stessi, dentro le relazioni. La soggettività consiste nell’assegnare a ciò che viene vissuto un significato personale e privato, con i quali si “veste” il mondo reale al posto di vederlo così com’è.

La soggettività dipende da numerosi fattori. Primi di tutti le emozioni che si provano in un dato momento e il vissuto che ogni situazione ci provoca. Una persona gelosa o sospettosa tenderà a valutare i dettagli del mondo esterno come segni che confermano la sua sospettosità, un po’ come quando si passa la notte da soli in un luogo poco familiare e si avvertono tutti i piccoli rumori naturali che, in preda alla paura, finiscono per essere percepiti come una minaccia che si avvicina. Una situazione è necessariamente connotata dai significati che sono attribuiti dalla persona che la vive.

Anche nel momento in cui non siamo particolarmente emozionati, le nostre opinioni, le nostre credenze, i nostri valori e i nostri pregiudizi guidano l’interazione con gli eventi ed operano distorsioni che ci impediscono di cogliere i rapporti e il mondo come è. Nel momento in cui si discute con qualcuno circa qualsiasi argomento bisognerebbe sempre tenere a mente che esso riflette il proprio modo di attribuire significati alle cose, che, con molta probabilità, non corrisponderà a quella del nostro interlocutore.

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