27/07/2026
Psicoanalisiecinema45righeepiùperunfilm
Odissea di Christopher Nolan
Quando Ulisse mette piede a Itaca, il viaggio non è ancora finito. Finisce il mare. Comincia il ritorno. Ma tornare non significa ritrovare la casa. Significa scoprire se esiste ancora un uomo capace di abitarla.
Forse è questa la domanda che attraversa la nuova Odissea di Christopher Nolan. Non quella, più ovvia, dell'eroe che cerca la propria terra, ma quella di un uomo che, dopo avere attraversato la guerra, la morte, il desiderio e la perdita, non sa più se il luogo verso cui tende esista ancora dentro di lui. Itaca diventa così molto più di una destinazione. Diventa il nome di una possibilità interiore.
Nolan incontra Omero senza trasformarlo in un monumento. Lo sottrae alla retorica dell'epica e ne conserva il nucleo più umano. Il suo è un film grandioso, ma mai compiaciuto della propria grandezza. Gli spazi immensi, il mare, le tempeste e il silenzio che segue la violenza non cercano soltanto lo stupore visivo. Sembrano dare forma a un paesaggio interiore, nel quale ogni approdo coincide con una domanda rivolta a se stessi.
Anche il ritmo della regia colpisce. Nolan alterna la vertigine degli spazi aperti all'intimità dei primi piani. Dopo il fragore delle battaglie, la macchina da presa torna ostinatamente sui volti, quasi a ricordarci che ogni impresa epica lascia la sua traccia più profonda non nella storia, ma nel corpo di chi l'ha attraversata. È forse qui che il film raggiunge la sua intensità maggiore.
Anche gli interpreti sembrano muoversi nella stessa direzione. Matt Damon costruisce un Ulisse lontano da ogni retorica eroica. La sua forza è nello sguardo stanco, nella misura, nella capacità di suggerire che il peso più grande non è quello della guerra, ma quello del tempo. Anne Hathaway restituisce una Penelope intensa e trattenuta. La sua attesa non ha nulla di passivo: è una silenziosa custodia del legame, la capacità di continuare a pensare l'altro anche quando l'altro è lontano. Tom Holland dà infine a Telemaco la fragile inquietudine di ogni figlio chiamato a costruire interiormente l'immagine del padre prima ancora di poterlo incontrare.
C'è però una scelta narrativa che mi sembra ancora più significativa. Nolan non ci consegna mai un Ulisse definitivo. Lo conosciamo attraverso racconti, ricordi, giudizi e sguardi spesso contraddittori. Per qualcuno è un eroe, per altri un uomo arrogante, per altri ancora un sopravvissuto che porta con sé il peso delle proprie decisioni. Il protagonista sembra continuamente sfuggire a ogni definizione
Guardando il film, ho avuto spesso la sensazione che il vero protagonista non fosse Ulisse.
Il vero protagonista è il tempo.
Non il tempo dell'orologio, ma il delle esperienze. Il tempo che cambia il peso delle perdite, rende estranei luoghi un tempo familiari e trasforma il desiderio in nostalgia,oppure in possibilità di ricominciare.
Le guerre e le devastazioni che sempre più spesso attraversano il nostro tempo non distruggono soltanto città. Spezzano la continuità del mondo. In poche ore ciò che appariva stabile diventa irriconoscibile: le case, le strade, i paesaggi della memoria, ma anche le abitudini, i legami, il senso stesso dell'appartenere a un luogo. Chi sopravvive non perde soltanto ciò che possedeva. Perde il mondo nel quale aveva imparato a vivere.
Forse è questa una delle esperienze psichiche più radicali della contemporaneità. Dalle guerre alle migrazioni forzate, dalle alluvioni agli incendi, fino alle trasformazioni sempre più rapide delle nostre società, cresce la sensazione che il mondo possa venir meno da un momento all'altro. Non è soltanto la perdita di un oggetto o di una persona, ma la frattura di quella continuità dell'esistere di cui parlava Winnicott: il venir meno della fiducia che il mondo continuerà a essere un luogo abitabile.
Anche l'Odissea racconta, in fondo, questa esperienza. Il viaggio di Ulisse non è soltanto il ritorno verso Itaca. È il tentativo di ritrovare un mondo dopo che il proprio mondo è andato perduto. Forse è proprio questo che rende ancora oggi il poema di Omero così vicino a noi. In un tempo in cui tutto sembra poter essere travolto o dissolversi con estrema rapidità, il desiderio più profondo non è fermare il tempo, ma ritrovare un luogo – esterno e interiore – nel quale sia ancora possibile abitare la propria vita.
Per questo il mare di Nolan non è soltanto il mare. È il luogo nel quale ogni certezza viene messa alla prova. Ogni onda sembra cancellare qualcosa e restituire, nello stesso istante, una parte diversa di sé. Ogni approdo offre la tentazione di fermarsi. Ogni ripartenza domanda il coraggio di rinunciare.
Anche le figure del mito cambiano significato. Polifemo non è soltanto il mostro da sconfiggere, ma l'accecamento dell'onnipotenza. Le Sirene rappresentano il fascino di una soddisfazione assoluta che, proprio per questo, conduce alla morte del desiderio. Circe e Calipso incarnano due differenti illusioni: quella di una vita senza tempo e quella di un amore senza perdita.
Ogni volta che Ulisse riprende il mare lascia qualcosa sulla riva.
Non soltanto persone.
Lascia una versione di sé.
Ogni separazione è, prima di tutto, un lutto. Non necessariamente il più doloroso, ma certamente il più inevitabile. Forse è questa la verità più profonda che l'Odissea continua a consegnarci. Nessun viaggio conduce davvero verso un luogo senza chiedere, lungo il cammino, di lasciare qualcosa dietro di sé. Non soltanto persone amate, ma illusioni, promesse, fantasie di onnipotenza, immagini di sé. Crescere non significa accumulare esperienze. Significa accettare che alcune parti di noi debbano essere perdute perché altre possano nascere.
È per questo che il film di Nolan mi è apparso soprattutto come il grande poema della separazione. Ogni isola invita Ulisse a fermarsi. Ogni approdo promette riposo, appartenenza, perfino felicità. Ma ogni quiete rischia di trasformarsi in una rinuncia alla vita. Continuare il viaggio significa accettare che nessun luogo possa proteggerci definitivamente dal tempo.
Forse l'Odissea è il primo grande racconto del lavoro della separazione. Ogni approdo domanda a Ulisse di fermarsi. Ogni ripartenza gli impone un lutto. Lascia compagni, desideri, illusioni, perfino immagini di sé. Alla fine del viaggio non conquista semplicemente Itaca. Conquista la possibilità di vivere senza pretendere che il tempo gli restituisca ciò che ha perduto.
Nella stanza d'analisi questa scena si ripete continuamente. Il paziente arriva spesso chiedendo di ritrovare ciò che crede di avere smarrito: un amore, un corpo, un tempo della propria vita. Ma il lavoro analitico non riconsegna il passato. Rende possibile abitarne l'assenza. Non elimina la perdita. Le restituisce un posto nella storia di una persona.
Anche Ulisse, in fondo, non torna semplicemente perché desidera Itaca. Torna perché ogni essere umano ha bisogno che qualcuno possa riconoscere il cammino che ha attraversato. Nessuno diventa davvero se stesso nella completa solitudine. Abbiamo bisogno dello sguardo dell'altro perché la nostra esperienza acquisti consistenza e possa trasformarsi in memoria. Itaca è anche questo: il luogo nel quale il viaggio trova finalmente un testimone.
Da questa prospettiva anche Penelope cambia volto. Non custodisce soltanto il marito. Custodisce la possibilità che, dopo tutto ciò che è accaduto, esista ancora uno spazio nel quale qualcuno possa tornare a sentirsi a casa. La sua tela non difende semplicemente una fedeltà; protegge un tempo che non può essere forzato. In un'epoca dominata dall'urgenza e dall'immediatezza, Penelope ricorda che alcuni legami non sopravvivono nonostante la distanza, ma proprio grazie alla capacità di attraversarla.
Nolan compie poi una scelta che considero tra le più riuscite del film. Non trasforma mai Ulisse in un eroe senza ombre. Non lo assolve e non lo condanna. Lo osserva. Lo lascia abitare la propria ambiguità. È una scelta profondamente umana. La maturità non coincide con la purezza, ma con la capacità di sostenere le proprie contraddizioni senza rifugiarsi nell'idealizzazione o nel disprezzo.
Quando il film termina, non sono tanto le battaglie o la spettacolarità delle immagini a rimanere nella memoria. Restano i volti. Il volto consumato di Ulisse. Quello paziente di Penelope. Quello inquieto di Telemaco. Nolan sembra ricordarci che il tempo scrive innanzitutto sul corpo. Prima ancora che nei ricordi, è nello sguardo, nei gesti, nella postura che la vita lascia le sue tracce più profonde.
Forse continuiamo a tornare a Omero perché continua a parlare della nostra esistenza. Dell'illusione che da qualche parte esista ancora un luogo capace di restituirci ciò che abbiamo perduto. Ma la vita segue un'altra logica. Non restituisce il passato. Ci chiede di imparare ad abitarlo.
È qui che il viaggio di Ulisse incontra la psicoanalisi. Non perché entrambe raccontino un ritorno, ma perché entrambe sanno che nessun ritorno è possibile senza attraversare il lavoro della separazione. Ogni trasformazione autentica domanda il coraggio di lasciare morire una parte di sé affinché un'altra possa lentamente prendere forma. È forse il compito più difficile dell'esistenza, ma anche il più profondamente umano.
Forse è questo il dono più autentico che Christopher Nolan affida al suo Ulisse. Ricordarci che il viaggio non serve a ritrovare ciò che abbiamo lasciato, ma a diventare qualcuno capace di riconoscerlo senza pretendere che sia rimasto uguale.
Forse Itaca non è il luogo in cui il tempo si arresta. È il luogo nel quale il tempo, finalmente, smette di essere un nemico.
Ogni ritorno porta con sé una scoperta silenziosa: la casa è cambiata, le persone sono cambiate, noi siamo cambiati. E tuttavia, proprio in quella distanza tra ciò che ricordavamo e ciò che ritroviamo, può nascere una forma nuova di appartenenza.
L'Odissea di Nolan ci ricorda che non esistono approdi capaci di cancellare il dolore del viaggio. Esistono, però, luoghi nei quali quel dolore può finalmente trovare dimora. Forse è questo il significato più profondo del ritorno: non recuperare il passato, ma riconciliarsi con il tempo.
E quando Ulisse posa finalmente lo sguardo su Itaca, comprendiamo che il viaggio non lo ha riportato semplicemente a casa. Lo ha condotto, per la prima volta, dentro la propria vita.
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista