Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa

Dott.ssa Celeste Loglisci Psicologa Sono una psicologa psicoterapeuta ad orientamento Psicodinamico individuale e di gruppo

ACCOGLIERE NON SIGNIFICA RASSEGNARSISi parla molto di accoglienza: accogliere ciò che sentiamo, ciò che ci accade, persi...
26/08/2026

ACCOGLIERE NON SIGNIFICA RASSEGNARSI

Si parla molto di accoglienza: accogliere ciò che sentiamo, ciò che ci accade, persino ciò che non possiamo cambiare. Ma è una parola che rischia di essere fraintesa.
Accogliere non significa sopportare. E soprattutto non significa rassegnarsi.
La rassegnazione contiene una rinuncia: qualcosa mi fa soffrire, vorrei che fosse diverso, ma penso di non poter fare altro che subirlo. L’accoglienza, invece, comincia da un atto di coscienza: riconoscere ciò che c’è, anche quando non corrisponde a ciò che vorremmo.
Il primo sguardo, però, dovrebbe rivolgersi verso di noi. Prima di attribuire interamente all’altro, a una relazione o a una situazione la causa del nostro disagio, dovremmo domandarci quale parte ci appartenga. Quali dinamiche ripetiamo? Quali aspettative portiamo con noi? Quali antiche ferite vengono riattivate dal presente?
Jung ci ha insegnato quanto facilmente proiettiamo fuori di noi ciò che ancora non riconosciamo dentro di noi. Per questo cambiare continuamente persone, luoghi o relazioni può diventare una fuga: possiamo cambiare scenario e ritrovare, poco dopo, lo stesso dramma con attori differenti.
Ma esiste anche il rischio opposto.
Il lavoro su di sé può trasformarsi in un alibi per sopportare indefinitamente ciò che ci fa male. Possiamo convincerci che dobbiamo comprendere ancora, essere più pazienti, lavorare ulteriormente su noi stessi. E qualche volta è vero. Altre volte, invece, dietro questa apparente saggezza si nascondono paura, abitudine, senso di colpa o timore dell’incertezza.
Qui Hillman aggiungerebbe forse qualcosa di prezioso: non tutto deve essere immediatamente corretto, guarito o ricondotto a una nostra mancanza. Occorre anche imparare a guardare ciò che si presenta per quello che è, senza costringerlo dentro una spiegazione che ci rassicuri.
Può arrivare allora un momento in cui abbiamo riconosciuto le nostre proiezioni, modificato il nostro comportamento, cercato di comprendere l’altro e osservato sinceramente le nostre paure. Eppure quella situazione continua a non appartenerci più.
Accoglierlo non significa aver fallito.
Significa prendere atto che una persona ha determinati limiti, che una relazione può offrirci soltanto ciò che è, che un ambiente forse non cambierà. E proprio questa accettazione della realtà può restituirci la libertà di scegliere.
Perché non sempre andarsene è una fuga, così come non sempre rimanere è coraggio.
Forse la differenza più profonda è proprio questa: la rassegnazione immobilizza, mentre l’accoglienza rende consapevoli.
Prima ci chiede di guardare dentro di noi e riconoscere ciò che possiamo trasformare. Poi ci chiede di guardare fuori di noi e vedere ciò che realmente esiste. Infine ci pone davanti alla domanda più difficile:
sto rimanendo perché questa realtà ha ancora qualcosa da chiedermi, oppure perché ho paura di lasciarla?
A volte accogliere significa restare e trasformarsi.
Altre volte significa riconoscere che la trasformazione più autentica consiste nell’avere il coraggio di prendere un’altra strada.

Non voglio più costruire casedentro cuori spezzati,cercare di aggiustare il tettoche perde ancora lacrimeper qualcunoe r...
21/08/2026

Non voglio più costruire case
dentro cuori spezzati,
cercare di aggiustare il tetto
che perde ancora lacrime
per qualcuno
e riparare assi di un pavimento
trascurato da altri.
Invece andrò nel mio cuore a forma di casa.
Con amore metterò ordine nel caos lasciato da altri,
la adorerò al punto che nessuno
potrà mai più definirla infestata.
E, infine,
aprirò le porte
e mi darò il benvenuto.

(Nikita Gill - "Case")

Immagine: Dipinto di Isaak Brodsky - 0"Fallen leaves"

20/08/2026
Reagire è facile.Fermarsi, invece, richiede presenza.L’intelligenza emotiva non significa reprimere quello che senti.Non...
18/08/2026

Reagire è facile.
Fermarsi, invece, richiede presenza.

L’intelligenza emotiva non significa reprimere quello che senti.
Non significa diventare freddo, controllato, impenetrabile.

Significa riconoscere ciò che si muove dentro di te prima che diventi una parola tagliente,
un gesto impulsivo, una risposta che ferisce qualcuno che non c’entra.

Perché le emozioni non sono il problema.
Il problema è quando le usi come scarico.
Quando trasformi la tua rabbia in distanza.
La tua paura in controllo.
La tua frustrazione in colpa da lanciare addosso agli altri.

Essere emotivamente maturi non vuol dire non provare nulla.
Vuol dire imparare a stare qualche secondo in più dentro quello che senti, senza consegnarlo immediatamente al mondo.

"Sentire. Respirare. Capire. Scegliere".

In quello spazio minuscolo tra impulso e risposta
si costruisce una forma rara di forza.
Non quella che domina gli altri.
Quella che non ha più bisogno di travolgerli.

Un segno di grande intelligenza emotiva è rifiutarsi di scaricare il proprio cattivo umore sugli altri.

(Charlie Fantechi)

Immagine: Dipinto di Nickie Zimov

Una delle cose che più mi stupisce è vedere come nella nostra cultura il concetto di responsabilità venga associato a qu...
18/08/2026

Una delle cose che più mi stupisce è vedere come nella nostra cultura il concetto di responsabilità venga associato a quello di colpa e come i due siano usati quasi come sinonimi.
Intanto, una persona è tanto più in grado di assumersi delle responsabilità quanto meno ragiona in termini di colpa.
Una persona in preda ai sensi di colpa rimane paralizzata e non compie proprio alcuna azione responsabile.
La colpa in sé e per sé è comunque un filtro che distorce la realtà, in qualsiasi direzione la si usi, sia per osservare il proprio comportamento che quello altrui.

Io credo che i concetti così condivisi e radicati di cattiveria e colpa siano etichette che gli uomini hanno creato dal nulla appiccicando tali terribili giudizi alla immaturità altrui nel tentativo di spiegarla ma soprattutto di cambiare l’altro a proprio piacere e secondo il proprio desiderio.
In fondo in fondo la colpa nasce come un bisogno di prendere potere sugli altri.
E in questo caso il potere viene acquisito in un modo molto subdolo, cioè mediante un sottile ricatto che investe la parte più nobile e profonda dell’essere umano e che suona pressappoco così: “Comportati come dico io altrimenti tu sei cattivo nel tuo vero essere, nel tuo cuore”.
Dall’altro lato spesso abbiamo paura di ferire o crediamo che dobbiamo rendere felici gli altri, e ci attribuiamo un potere onnipotente che di fatto non abbiamo.

Nella storia dell’umanità possiamo notare quanto l’atteggiamento di cercare una causa esterna del male sia frequente.
La grande cecità consiste nel credere a tale parziale e deresponsabilizzante interpretazione.
Guerre, crociate, persecuzioni razziali, fenomeni di intolleranza, rivoluzioni, spargimenti di sangue, faide, omicidi passionali, vendette di gruppo, terrorismo, sono evidenti fenomeni su scala sociale conseguenti a questo atteggiamento di vedersi sempre vittime di un qualcosa di esterno senza esaminare la propria parte di responsabilità e giustificando quindi azioni atroci innalzando sopra di esse una bandiera di giustizia.

Ma se dal piano sociale scendiamo a quello individuale e famigliare, a noi più vicino, il fenomeno del trovare il colpevole fuori di noi e conferire ad esso la responsabilità per le nostre sofferenze e per la nostra mancata autorealizzazione si fa estremamente evidente.
Sentirsi in colpa costa meno sforzo di fare concretamente qualcosa per rimediare ad un errore ma alla lunga si rivela svantaggioso.
In realtà l’assumersi concretamente la responsabilità della propria vita, dei propri pensieri, emozioni e comportamenti e dare un calcio al peso ossessionante dei sensi di colpa rappresenta l’unica strada per una serena realizzazione.

(Paolo Baiocchi - da “Responsabilità e sensi di colpa”)

Immagine: Opera di Jeff Stanford - "Anchored to the New"

11/08/2026

Le radici non appartengono al luogo della nascita
ma a quello dove scegliamo,
consapevolmente, di appartenere.

Non sempre coincidono con la casa d’infanzia,
con le strade che ci hanno visto crescere,
con le lingue che abbiamo imparato
prima ancora di sapere parlare.

A volte ci accorgiamo che lì, dove siamo nati,
non c’è spazio per espandersi,
che l’aria ci sta stretta
e le aspettative pesano più dell’affetto.

Le radici vere si formano quando
smettiamo di compiacere,
quando iniziamo a chiederci chi siamo davvero,
cosa ci nutre, cosa ci fa sentire vivi e interi.

Sono una scelta, non una condanna.

Radicarsi è un processo lento,
fatto di prove, errori, distacchi e ritorni.
È qualcosa che succede dentro prima che fuori.
Inizia quando ci sentiamo accolti senza doverci spiegare, quando smettiamo di difenderci
e possiamo finalmente respirare.

Ci sono luoghi, relazioni, spazi mentali
che ci fanno sentire a casa più di ogni mappa.
Sono quelli dove possiamo stare senza maschere,
dove non ci vergogniamo di avere bisogno,
dove non siamo solo "quello che facciamo"
ma "chi siamo" e va bene così.

Le radici non sono una nostalgia,
ma una direzione.
Non dicono da dove veniamo,
ma dove stiamo scegliendo di andare
restando fedeli a noi stessi.

Radicarsi è smettere di scappare,
non dagli altri, ma da sé.
È restare.
Restare dove si cresce,
anche se fa paura.
Anche se fa fatica.

Perché alla fine,
le radici non cercano la terra perfetta.
Cercano un posto dove possiamo fiorire,
anche imperfetti.

(Luana Sanvidotto - "Radici")

Immagine: Opera di Diana Yevtukh

L’amore è incondizionato. La paura è piena di condizioni.Sul sentiero della paura, ti amo solo se ti lasci controllare d...
07/08/2026

L’amore è incondizionato. La paura è piena di condizioni.

Sul sentiero della paura, ti amo solo se ti lasci controllare da me, se sei buono con me, se ti adatti all’immagine che mi sono fatto di te.
Creo un’ immagine di come dovresti essere, e poiché non sarai mai così, ti giudico e ti trovo colpevole.

Sul sentiero dell’amore, non ci sono se, non ci sono condizioni.
Ti amo senza nessun motivo, senza giustificazioni. Ti amo così come sei.
Se non mi piaci come sei, è meglio che mi trovi qualcun altro.

Non abbiamo il diritto di cambiare gli altri, e nessuno ha il diritto di cambiare noi.
Se cambiamo sarà soltanto perché siamo noi a volerlo.

(Miguel Ruiz - da "La padronanza dell’amore")

Immagine: Dipinto di Sarah Thomas - "Spring Light"

Non devo più scegliere tra attaccamento e autenticità. Posso essere me stesso ed essere amato, e se qualcuno non mi acce...
07/08/2026

Non devo più scegliere tra attaccamento e autenticità.
Posso essere me stesso ed essere amato, e se qualcuno non mi accetta quando dico di ''No'', vuol dire che quel legame non era sicuro.

(Gabor Matè)

Immagine: Opera fotografica di Hannes Caspar

L’essere umano non è un’etichetta.Da molti anni cerco di evitare una trappola.Quella delle etichette. Le etichette tranq...
31/07/2026

L’essere umano non è un’etichetta.
Da molti anni cerco di evitare una trappola.
Quella delle etichette.
Le etichette tranquillizzano. Sembrano spiegare. Ma molto spesso smettono di farci vedere la persona.
Dire: “È un narcisista". “È un evitante". “È un dipendente". “È un vittimista” - ci dà l’illusione di aver compreso qualcuno.
In realtà, molto spesso, abbiamo soltanto smesso di interrogarlo.

Per questo preferisco parlare diversamente.
Non del narcisista, ma del narcisismo.
Non dell’evitante, ma dell’evitamento.
Non del dipendente, ma della dipendenza.
Non del vittimista, ma del vittimismo.
Perché non sto descrivendo una persona.
Sto cercando di comprendere una posizione esistenziale.
Una modalità di abitare il mondo.
E le posizioni esistenziali, a differenza delle etichette, possono cambiare.

L’essere umano è sempre più grande della posizione che sta vivendo.
Più grande della sua paura. Più grande della sua difesa. Più grande della sua ferita. Più grande del suo sintomo.
Per questo non mi interessa definire le persone. Mi interessa comprendere il modo in cui stanno attraversando la vita.
L’evitamento non è una persona. È un modo di proteggersi. Il narcisismo non è una persona. È un modo di difendersi dalla propria fragilità. La dipendenza non è una persona. È un modo di cercare fuori ciò che non si riesce ancora a trovare dentro. Il vittimismo non è una persona. È un modo di abitare il dolore senza attraversarlo.

Se trasformiamo una posizione esistenziale in un’identità, togliamo alla persona la possibilità di cambiare.
Ogni volta che incontro un essere umano, la domanda non è mai: “Chi è?” La domanda è:
“Come sta abitando oggi la propria esistenza?”
Questa domanda lascia aperta la speranza. Perché nessuna posizione esistenziale coincide definitivamente con la persona.

Ogni essere umano può cambiare il proprio modo di stare al mondo. E questo è il motivo per cui continuo a credere nell’uomo.
Alcuni principi che guidano il mio modo di guardare l’essere umano:
La persona non coincide mai con il suo sintomo. La persona non coincide mai con la sua diagnosi. La persona non coincide mai con la sua ferita. La persona non coincide mai con il suo comportamento. La persona è sempre più grande della posizione esistenziale che sta attraversando.

Le etichette chiudono la comprensione.
Le posizioni esistenziali aprono la possibilità del cambiamento.
E cambiare una posizione esistenziale significa cambiare il proprio modo di stare nel mondo.

Ed ecco che mi piace sottolinerare il principio più importante di tutt: io non incontro mai un evitante. Non incontro mai un dipendente. Non incontro mai un vittimista.
Incontro sempre un essere umano che, in questo momento della sua vita, sta abitando una determinata posizione esistenziale.
E finché è un essere umano, rimane sempre più grande della posizione che sta vivendo.

Questo non è semplicemente un chiarimento terminologico.
È antropologia. Ed è anche un'etica clinica.
Perché impedisce a qualsiasi terapia di trasformarsi in un catalogo di etichette e le restituisce al suo compito originario: "contemplare l’essere umano prima ancora di descriverlo".

Non è un vademecum.
È una dichiarazione di metodo, e forse una delle più importanti elaborazioni della visione antropologica.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Scultura Responsiva di Inge Lager - da "Land Art"

Psicoanalisiecinema45righeepiùperunfilm Odissea di Christopher NolanQuando Ulisse mette piede a Itaca, il viaggio non è ...
27/07/2026

Psicoanalisiecinema45righeepiùperunfilm
Odissea di Christopher Nolan
Quando Ulisse mette piede a Itaca, il viaggio non è ancora finito. Finisce il mare. Comincia il ritorno. Ma tornare non significa ritrovare la casa. Significa scoprire se esiste ancora un uomo capace di abitarla.
Forse è questa la domanda che attraversa la nuova Odissea di Christopher Nolan. Non quella, più ovvia, dell'eroe che cerca la propria terra, ma quella di un uomo che, dopo avere attraversato la guerra, la morte, il desiderio e la perdita, non sa più se il luogo verso cui tende esista ancora dentro di lui. Itaca diventa così molto più di una destinazione. Diventa il nome di una possibilità interiore.
Nolan incontra Omero senza trasformarlo in un monumento. Lo sottrae alla retorica dell'epica e ne conserva il nucleo più umano. Il suo è un film grandioso, ma mai compiaciuto della propria grandezza. Gli spazi immensi, il mare, le tempeste e il silenzio che segue la violenza non cercano soltanto lo stupore visivo. Sembrano dare forma a un paesaggio interiore, nel quale ogni approdo coincide con una domanda rivolta a se stessi.
Anche il ritmo della regia colpisce. Nolan alterna la vertigine degli spazi aperti all'intimità dei primi piani. Dopo il fragore delle battaglie, la macchina da presa torna ostinatamente sui volti, quasi a ricordarci che ogni impresa epica lascia la sua traccia più profonda non nella storia, ma nel corpo di chi l'ha attraversata. È forse qui che il film raggiunge la sua intensità maggiore.
Anche gli interpreti sembrano muoversi nella stessa direzione. Matt Damon costruisce un Ulisse lontano da ogni retorica eroica. La sua forza è nello sguardo stanco, nella misura, nella capacità di suggerire che il peso più grande non è quello della guerra, ma quello del tempo. Anne Hathaway restituisce una Penelope intensa e trattenuta. La sua attesa non ha nulla di passivo: è una silenziosa custodia del legame, la capacità di continuare a pensare l'altro anche quando l'altro è lontano. Tom Holland dà infine a Telemaco la fragile inquietudine di ogni figlio chiamato a costruire interiormente l'immagine del padre prima ancora di poterlo incontrare.
C'è però una scelta narrativa che mi sembra ancora più significativa. Nolan non ci consegna mai un Ulisse definitivo. Lo conosciamo attraverso racconti, ricordi, giudizi e sguardi spesso contraddittori. Per qualcuno è un eroe, per altri un uomo arrogante, per altri ancora un sopravvissuto che porta con sé il peso delle proprie decisioni. Il protagonista sembra continuamente sfuggire a ogni definizione
Guardando il film, ho avuto spesso la sensazione che il vero protagonista non fosse Ulisse.
Il vero protagonista è il tempo.
Non il tempo dell'orologio, ma il delle esperienze. Il tempo che cambia il peso delle perdite, rende estranei luoghi un tempo familiari e trasforma il desiderio in nostalgia,oppure in possibilità di ricominciare.
Le guerre e le devastazioni che sempre più spesso attraversano il nostro tempo non distruggono soltanto città. Spezzano la continuità del mondo. In poche ore ciò che appariva stabile diventa irriconoscibile: le case, le strade, i paesaggi della memoria, ma anche le abitudini, i legami, il senso stesso dell'appartenere a un luogo. Chi sopravvive non perde soltanto ciò che possedeva. Perde il mondo nel quale aveva imparato a vivere.
Forse è questa una delle esperienze psichiche più radicali della contemporaneità. Dalle guerre alle migrazioni forzate, dalle alluvioni agli incendi, fino alle trasformazioni sempre più rapide delle nostre società, cresce la sensazione che il mondo possa venir meno da un momento all'altro. Non è soltanto la perdita di un oggetto o di una persona, ma la frattura di quella continuità dell'esistere di cui parlava Winnicott: il venir meno della fiducia che il mondo continuerà a essere un luogo abitabile.
Anche l'Odissea racconta, in fondo, questa esperienza. Il viaggio di Ulisse non è soltanto il ritorno verso Itaca. È il tentativo di ritrovare un mondo dopo che il proprio mondo è andato perduto. Forse è proprio questo che rende ancora oggi il poema di Omero così vicino a noi. In un tempo in cui tutto sembra poter essere travolto o dissolversi con estrema rapidità, il desiderio più profondo non è fermare il tempo, ma ritrovare un luogo – esterno e interiore – nel quale sia ancora possibile abitare la propria vita.
Per questo il mare di Nolan non è soltanto il mare. È il luogo nel quale ogni certezza viene messa alla prova. Ogni onda sembra cancellare qualcosa e restituire, nello stesso istante, una parte diversa di sé. Ogni approdo offre la tentazione di fermarsi. Ogni ripartenza domanda il coraggio di rinunciare.
Anche le figure del mito cambiano significato. Polifemo non è soltanto il mostro da sconfiggere, ma l'accecamento dell'onnipotenza. Le Sirene rappresentano il fascino di una soddisfazione assoluta che, proprio per questo, conduce alla morte del desiderio. Circe e Calipso incarnano due differenti illusioni: quella di una vita senza tempo e quella di un amore senza perdita.
Ogni volta che Ulisse riprende il mare lascia qualcosa sulla riva.
Non soltanto persone.
Lascia una versione di sé.
Ogni separazione è, prima di tutto, un lutto. Non necessariamente il più doloroso, ma certamente il più inevitabile. Forse è questa la verità più profonda che l'Odissea continua a consegnarci. Nessun viaggio conduce davvero verso un luogo senza chiedere, lungo il cammino, di lasciare qualcosa dietro di sé. Non soltanto persone amate, ma illusioni, promesse, fantasie di onnipotenza, immagini di sé. Crescere non significa accumulare esperienze. Significa accettare che alcune parti di noi debbano essere perdute perché altre possano nascere.
È per questo che il film di Nolan mi è apparso soprattutto come il grande poema della separazione. Ogni isola invita Ulisse a fermarsi. Ogni approdo promette riposo, appartenenza, perfino felicità. Ma ogni quiete rischia di trasformarsi in una rinuncia alla vita. Continuare il viaggio significa accettare che nessun luogo possa proteggerci definitivamente dal tempo.
Forse l'Odissea è il primo grande racconto del lavoro della separazione. Ogni approdo domanda a Ulisse di fermarsi. Ogni ripartenza gli impone un lutto. Lascia compagni, desideri, illusioni, perfino immagini di sé. Alla fine del viaggio non conquista semplicemente Itaca. Conquista la possibilità di vivere senza pretendere che il tempo gli restituisca ciò che ha perduto.
Nella stanza d'analisi questa scena si ripete continuamente. Il paziente arriva spesso chiedendo di ritrovare ciò che crede di avere smarrito: un amore, un corpo, un tempo della propria vita. Ma il lavoro analitico non riconsegna il passato. Rende possibile abitarne l'assenza. Non elimina la perdita. Le restituisce un posto nella storia di una persona.
Anche Ulisse, in fondo, non torna semplicemente perché desidera Itaca. Torna perché ogni essere umano ha bisogno che qualcuno possa riconoscere il cammino che ha attraversato. Nessuno diventa davvero se stesso nella completa solitudine. Abbiamo bisogno dello sguardo dell'altro perché la nostra esperienza acquisti consistenza e possa trasformarsi in memoria. Itaca è anche questo: il luogo nel quale il viaggio trova finalmente un testimone.
Da questa prospettiva anche Penelope cambia volto. Non custodisce soltanto il marito. Custodisce la possibilità che, dopo tutto ciò che è accaduto, esista ancora uno spazio nel quale qualcuno possa tornare a sentirsi a casa. La sua tela non difende semplicemente una fedeltà; protegge un tempo che non può essere forzato. In un'epoca dominata dall'urgenza e dall'immediatezza, Penelope ricorda che alcuni legami non sopravvivono nonostante la distanza, ma proprio grazie alla capacità di attraversarla.
Nolan compie poi una scelta che considero tra le più riuscite del film. Non trasforma mai Ulisse in un eroe senza ombre. Non lo assolve e non lo condanna. Lo osserva. Lo lascia abitare la propria ambiguità. È una scelta profondamente umana. La maturità non coincide con la purezza, ma con la capacità di sostenere le proprie contraddizioni senza rifugiarsi nell'idealizzazione o nel disprezzo.
Quando il film termina, non sono tanto le battaglie o la spettacolarità delle immagini a rimanere nella memoria. Restano i volti. Il volto consumato di Ulisse. Quello paziente di Penelope. Quello inquieto di Telemaco. Nolan sembra ricordarci che il tempo scrive innanzitutto sul corpo. Prima ancora che nei ricordi, è nello sguardo, nei gesti, nella postura che la vita lascia le sue tracce più profonde.
Forse continuiamo a tornare a Omero perché continua a parlare della nostra esistenza. Dell'illusione che da qualche parte esista ancora un luogo capace di restituirci ciò che abbiamo perduto. Ma la vita segue un'altra logica. Non restituisce il passato. Ci chiede di imparare ad abitarlo.
È qui che il viaggio di Ulisse incontra la psicoanalisi. Non perché entrambe raccontino un ritorno, ma perché entrambe sanno che nessun ritorno è possibile senza attraversare il lavoro della separazione. Ogni trasformazione autentica domanda il coraggio di lasciare morire una parte di sé affinché un'altra possa lentamente prendere forma. È forse il compito più difficile dell'esistenza, ma anche il più profondamente umano.
Forse è questo il dono più autentico che Christopher Nolan affida al suo Ulisse. Ricordarci che il viaggio non serve a ritrovare ciò che abbiamo lasciato, ma a diventare qualcuno capace di riconoscerlo senza pretendere che sia rimasto uguale.
Forse Itaca non è il luogo in cui il tempo si arresta. È il luogo nel quale il tempo, finalmente, smette di essere un nemico.
Ogni ritorno porta con sé una scoperta silenziosa: la casa è cambiata, le persone sono cambiate, noi siamo cambiati. E tuttavia, proprio in quella distanza tra ciò che ricordavamo e ciò che ritroviamo, può nascere una forma nuova di appartenenza.
L'Odissea di Nolan ci ricorda che non esistono approdi capaci di cancellare il dolore del viaggio. Esistono, però, luoghi nei quali quel dolore può finalmente trovare dimora. Forse è questo il significato più profondo del ritorno: non recuperare il passato, ma riconciliarsi con il tempo.
E quando Ulisse posa finalmente lo sguardo su Itaca, comprendiamo che il viaggio non lo ha riportato semplicemente a casa. Lo ha condotto, per la prima volta, dentro la propria vita.
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista

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