28/08/2026
Ci sono persone che attraversano il mondo come un progetto di demolizione in corso. Hanno stanze interiori da ricostruire, emozioni ancora senza nome, ferite che chiedono ascolto. E talvolta entrano negli spazi degli altri aspettandosi che tutto si riorganizzi intorno al proprio dolore, ai propri umori, al bisogno urgente di sentirsi visti e riconosciuti.
Il mondo può così trasformarsi in un palcoscenico sovraffollato, dove ogni presenza cerca il proprio riflettore, affidando agli sguardi degli altri il racconto del proprio valore, delle proprie ferite, della propria immagine.
Poi c'è anche qualcuno che ha imparato un'altra forma di presenza: l'arte di abitare il mondo tenendo conto anche dello spazio dell’altro. È la persona che riconosce la propria frustrazione e sceglie con cura dove riversarla, ricordando che ogni essere umano che incontra porta con sé una storia, una fatica, una giornata che merita rispetto.
È quella che nota la stanchezza altrui e sa offrire anche il dono del silenzio. Quella che arriva puntuale, ricambia una chiamata, avvisa quando è in ritardo, dice grazie. Quella che sa percepire quando è il momento di restare e quando è il momento di lasciare spazio.
Sono gesti piccoli, quasi invisibili. Eppure raccontano una forma profonda di maturità. La consapevolezza che la propria esistenza occupa uno spazio nel mondo e che abitare quello spazio significa imparare a muoversi con attenzione, lasciando agli altri la possibilità di respirare.
Una presenza autenticamente buona prende forma nel saper abitare se stessi senza smettere di accorgersi dell'altro. Il carattere si rivela nella temperatura che si lascia dietro di sé, nelle parole che rimangono, nella sensazione che resta.
Alcune presenze, senza fare rumore, lasciano dietro di sé qualcosa di raro: un po’ più di leggerezza.
- Dott.ssa Fabrizia Capurso