22/08/2026
LA MEDITAZIONE E I SUOI FRAINTENDIMENTI (2)
Consapevolezza e identificazione
Continuando a parlare di meditazione e dei suoi fraintendimenti più sottili, alcuni praticanti sono dell'idea che, quando si è consapevoli, non vi siano né giudizio né identificazione con l'esperienza immediata.
Ma osservando un po' più a fondo, scopriamo che non è proprio così. Per la persona ordinaria, o puthujjana, l'identificazione avviene anche in presenza della consapevolezza.
Questo perché l'identificazione con l'esperienza immediata, che è un processo involontario, è parte integrante della struttura cognitiva del puthujjana, al contrario di quanto accade negli arahant e nei Buddha. Questo stato di cose è descritto nel Mūlapariyāya Sutta ( Majjhima Nikāya 1).
La presenza-consapevolezza aiuta a osservare e comprendere questi processi, ma da sola non è in grado di alterare la struttura fondamentale dell'esperienza della persona. Per fare ciò, è necessario coltivare la retta visione del sentiero ariya (nobile o sovramondano) e la saggezza o vipassanā.*
A questo riguardo, il Buddha parlò di tre tipi di bhava, essere o esistenza condizionata: il primo è quello dominato dalla sensualità (kāmabhava), lo stato ordinario per le persone fuori dal contesto meditativo. Vi sono altri due reami di esistenza: quello della forma (rūpabhava), in cui dimorano gli yogin assorbiti nel samādhi con oggetto, e quello senza forma (arūpabhava), in cui si trovano quei meditanti capaci di accedere al samādhi senza forma (arūpasamādhi). Si tratta di stati di coscienza sottili, ma pur sempre samsarici.
Questa descrizione dovrebbe aiutare a comprendere la differenza tra presenza-consapevolezza e vipassanā, ossia la saggezza penetrativa.
*Il termine vipassanā è qui usato nel senso originario di visione intuitiva della natura dei fenomeni; non è un riferimento alla tecnica di meditazione moderna che porta questo nome.
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