19/11/2020
♟♟Una lettura attenta e profonda in chiave , generosamente offerta da Change - Scuola di Psicoterapia Sistemica e Relazionale, sulla storia intensa e complessa di , protagonista della magnifica ed appassionante miniserie trasmessa da .
Buone riflessioni e buona visione!
📺♟ Da giorni, nella top ten delle più viste in Italia, è in classifica “La regina degli scacchi”. Una serie di quelle belle, appassionante ed introspettiva che mozza il fiato soprattutto a noi psicoterapeuti. Quali le possibili riflessioni? Ecco le nostre:
La storia di Beth non appare così lontana da quelle che spesso ascoltiamo in stanza di . È una bambina segnata da un’infanzia infelice in orfanotrofio, in lotta continua tra psicofarmaci, che la renderanno dipendente ancora bambina, e la dipendenza da alcol e droghe in età adulta. Una vita travagliata che trova nel gioco degli scacchi l’unico faro nel mare della disperazione.
Beth, come tanti bambini e/o adulti, porta nel cuore il peso di una memoria dolorosa, legata ad esperienze di discontinuità degli affetti, al frequente alternarsi di movimenti affettivi forti e di allontanamenti imprevedibili da parte delle figure di riferimento.
Questo è quello che si verifica in tutte le infanzie infelici in cui i bambini crescono in un mondo di trascuratezze, noncuranza e violenza. L’assenza reale, affettiva e relazionale dei caregivers spesso induce quei bambini ad imitarli per colmare quel vuoto, come se fosse il loro dono d’amore con il quale cercano, inconsapevolmente, una prossimità psichica ed una vicinanza affettiva. Queste ci sembrano le tracce della storia di Beth che è alla continua ricerca di quell’amore materno mancato troppo presto di cui porta con sé alcuni tratti, dalla genialità alla fragilità emotiva.
Il contesto e la cultura sanitaria dell’America degli anni Cinquanta appaiono poco inclini all’ascolto e alla cura dei vissuti di Beth quanto piuttosto incentrati sull’esigenza del raggiungimento di una “conformità” volta a sedare gli animi. Oggi, dopo poco più di settant’anni, siamo consapevoli che il lavoro psicoterapico è fondamentale a partire dall’ascolto empatico e attento del racconto delle esperienze traumatiche infantili. Infatti, come sostiene , «raccontare a persone che ti ascoltano e che ti prendono sul serio, prendendosi cura del tuo dolore, ha un effetto immediatamente terapeutico perché corrisponde al processo di elaborazione dell’evento traumatico».
Chissà quali sentieri avrebbe potuto percorrere Beth se fosse vissuta nel tempo presente, se avesse avuto la possibilità di raccontarsi e di rivivere il proprio dolore all’interno di una relazione terapeutica sufficientemente sicura. Questo è l’interrogativo che risuona nelle nostre menti.
Ve ne consigliamo quindi la visione, non solo per essere un prodotto televisivo costruito alla perfezione, ma anche e soprattutto per fare una riflessione a monte, che ci porta indietro nel tempo a quando il percorso di liberazione personale era molto più tortuoso.