29/08/2026
“Io aspetto” è stato l’albo che ha ispirato la sala d’attesa del mio centro.
La sala in cui le persone si fermano prima di entrare in seduta.
Aspettare è una parte fondamentale della nostra esistenza.
Forse, in fondo, la nostra vita è fatta anche di questo: di cose che ancora non sono accadute e che desideriamo, temiamo, speriamo possano accadere.
Aspettiamo il bacio della buonanotte.
Che smetta di piovere.
Che arrivi l’amore.
Di rivedere qualcuno che amiamo.
Aspettiamo che i bambini crescano, che passi il dolore, che arrivino le vacanze.
Aspettiamo che il medico ci dica: «Non è niente».
Aspettiamo risposte, incontri, cambiamenti.
L’attesa ci accomuna tutti. È un filo sottile che attraversa le nostre vite e che, senza che ce ne accorgiamo, ci lega gli uni agli altri.
Eppure aspettare può essere una grande fatica.
Quando qualcosa tarda ad arrivare, vorremmo riempire quel tempo, distrarci, farlo passare più in fretta. Come se il tempo dell’attesa fosse un tempo sospeso, quasi un tempo perso.
Ma forse non è così.
Forse anche l’attesa è un tempo che ci appartiene.
Un tempo in cui possiamo incontrare quello che sentiamo, ascoltare le nostre paure, riconoscere i nostri pensieri, accorgerci di ciò che desideriamo davvero.
Non sempre possiamo scegliere ciò che stiamo aspettando.
Possiamo però scegliere come stare dentro quel tempo.
È per questo che abbiamo voluto una sala d’attesa nel nostro centro che fosse anche un invito.
Un invito a non riempire quei minuti, a non scacciarli, a non cercare necessariamente qualcosa che li faccia passare.
Ma a fermarsi.
Perché prima di entrare in seduta, forse, c’è già qualcosa che sta accadendo: siamo lì, con noi stessi, con quello che stiamo vivendo, con le domande che ci hanno portato fin lì.
E allora quella sala non è soltanto un luogo in cui aspettare che si apra una porta.
Può diventare il luogo in cui, per qualche minuto, ci concediamo di ascoltare ciò che quella porta sta per aprire dentro di noi.
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