Dott. Francesco Margheriti - Biologo Nutrizionista

Dott. Francesco Margheriti - Biologo Nutrizionista Biologo Nutrizionista. Specializzato in Nutrizione ed Integrazione Clinica e Sportiva. Allenatore Personal Trainer, FIPE. Specialista in Lipidomica e Fitoterapia.

Sono un biologo nutrizionista, laureato magistrale in Biologia della Salute, presso l’Università di Bologna. Iscritto all’Albo Professionale dell’Ordine Biologi Emilia Romagna e Marche, A_2908. Esperto in nutrizione clinica e nutrizione ed integrazione per lo sportivo, ho perfezionato i miei studi frequentando corsi post laurea e di aggiornamento sulla nutrizione umana e sulle metodiche nutriziona

li, di integrazione e di allenamento per lo sportivo. Allenatore Personal Trainer I livello FIPE – Federazione Italiana Pesistica. Collaboro con palestre e centri fitness in Emilia Romagna. Scrivo e curo il blog www.dottmargheriti.it, oltre che essere collaboratore per siti di settore come www.garage.pizza e www.gameplay.cafe

Gambe pesanti, caviglie gonfie o piccoli inestetismi della circolazione? 🌿 Spesso si sente parlare di ippocastano come r...
21/08/2026

Gambe pesanti, caviglie gonfie o piccoli inestetismi della circolazione? 🌿 Spesso si sente parlare di ippocastano come rimedio naturale d'eccezione, ma sai qual è la formulazione più adatta al tuo disturbo specifico?

Non tutti i prodotti sono uguali: tra creme, gel, tinture madri e capsule, scegliere quello giusto fa la differenza per ottenere reali benefici.

Nel nostro nuovo articolo approfondiamo tutte le opzioni disponibili per aiutarti a trovare la soluzione perfetta per le tue esigenze di benessere e circolazione. 👇

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Tanti parlano di fibre, ma quante bisogna assumerne per stare veramente bene e cercare di prevenire eventuali problemi i...
13/08/2026

Tanti parlano di fibre, ma quante bisogna assumerne per stare veramente bene e cercare di prevenire eventuali problemi in futuro?

Scopri quante fibre mangiare al giorno per stare bene, quali benefici hanno su intestino, glicemia, colesterolo e microbiota, e come raggiungere la quota ideale.

DISBIOSI E PARKINSONSapevi che il legame tra la nostra pancia e la testa è molto più profondo di quanto immaginiamo, spe...
20/05/2026

DISBIOSI E PARKINSON

Sapevi che il legame tra la nostra pancia e la testa è molto più profondo di quanto immaginiamo, specialmente per chi affronta la sfida del Parkinson?

Negli ultimi anni la ricerca ha dimostrato che l'intestino non è solo un organo che digerisce, ma un vero e proprio centro di controllo che comunica costantemente con il cervello attraverso il microbiota, ovvero quell'insieme di miliardi di batteri che ospitiamo internamente.
Quando questo ecosistema è in equilibrio tutto funziona bene, ma se i batteri "cattivi" prendono il sopravvento si crea una condizione chiamata disbiosi che può alimentare l'infiammazione e influenzare la progressione della malattia.

Un aspetto davvero sorprendente riguarda il fatto che molti anni prima della comparsa dei tremori o dei problemi di movimento, l'infiammazione potrebbe nascere proprio nell'intestino e risalire verso il sistema nervoso attraverso il nervo vago.

Esiste inoltre una sorta di interferenza tra certi batteri e la cura principale per il Parkinson, la levodopa.
Alcuni microrganismi sono capaci di "consumare" il farmaco prima ancora che questo riesca a raggiungere il sangue, rendendo la terapia meno efficace per il paziente.

Fortunatamente a tavola possiamo fare molto per aiutare i nostri batteri buoni e migliorare la risposta alle cure.
Un consiglio fondamentale è quello di NON esagerare con le proteine a pranzo, perché carne, uova o formaggi possono ostacolare l'ingresso del farmaco nel fegato prima e nel cervello poi.
Molto meglio concentrare questi alimenti a cena e preferire un pranzo a base di verdure e cereali.
È altrettanto importante fare il pieno di fibre e cibi amici dell'intestino come lo yogurt o il kefir, senza dimenticare di bere almeno DUE litri d'acqua al giorno per aiutare la regolarità.

Prendersi cura del proprio microbiota non è solo una questione di dieta, ma un pilastro fondamentale per sostenere la salute del nostro cervello.

Negli ultimi anni il maqui (Aristotelia chilensis) è diventato oggetto di numerosi studi nel campo della nutrizione. Si ...
07/03/2026

Negli ultimi anni il maqui (Aristotelia chilensis) è diventato oggetto di numerosi studi nel campo della nutrizione.
Si tratta di una piccola bacca originaria del Sud America, particolarmente ricca di antocianine, tra cui la delfinidina, composti bioattivi associati a diverse funzioni biologiche.

La ricerca scientifica ha iniziato a studiare il possibile ruolo di queste molecole in diversi ambiti della salute.
Alcuni lavori suggeriscono effetti interessanti sul metabolismo del glucosio, sulla protezione cardiovascolare e sui processi legati allo stress ossidativo.

Ad esempio, lo studio “Delphinidin-Rich Maqui Berry Extract Lowers Fasting and Postprandial Glycemia and Insulinemia in Prediabetic Individuals” (Alvarado, 2016) ha osservato una riduzione della glicemia post-prandiale e della risposta insulinica in soggetti con alterata tolleranza al glucosio.

Un altro studio clinico, “A Randomized Clinical Trial Evaluating the Efficacy of an Anthocyanin-Maqui Berry Extract on Oxidative Stress Biomarkers” (Davinelli, 2015), ha evidenziato una diminuzione dei marker di stress ossidativo e delle LDL ossidate, un parametro coinvolto nei processi aterosclerotici.

Anche studi più recenti stanno indagando il possibile ruolo delle antocianine del maqui nella modulazione di enzimi digestivi e metabolici, suggerendo un potenziale impatto sul metabolismo dei nutrienti.

Naturalmente è importante ricordare che nessun singolo alimento può essere considerato una soluzione miracolosa: i benefici per la salute derivano soprattutto da un’alimentazione complessivamente equilibrata e da uno stile di vita sano.

Nel nuovo articolo del blog ho analizzato cosa dice davvero la letteratura scientifica sul maqui, citando gli studi più rilevanti pubblicati negli ultimi anni.

Se vuoi approfondire proprietà, meccanismi biologici e risultati degli studi scientifici, trovi l’articolo completo qui:
👉 https://www.dottmargheriti.it/blog/cosa-e-il-maqui

Gli acidi grassi omega-3, presenti soprattutto nel pesce e nell’olio di pesce, sono da tempo associati a benefici per la...
05/03/2026

Gli acidi grassi omega-3, presenti soprattutto nel pesce e nell’olio di pesce, sono da tempo associati a benefici per la salute cardiovascolare e metabolica. Negli ultimi anni, tuttavia, l’attenzione della ricerca si è concentrata anche su un altro possibile ambito: il loro ruolo nei confronti del tumore alla prostata.

Uno studio pubblicato nel 2015 sul Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics (“Omega-3 fatty acids and other FFA4 agonists inhibit growth factor signaling in human prostate cancer cells”, Liu Z., 2015) ha mostrato che EPA e DHA possono legarsi a un recettore presente sulle cellule tumorali chiamato FFA4, interferendo con alcuni segnali cellulari che favoriscono la proliferazione delle cellule cancerose.

Anche ricerche cliniche più recenti stanno esplorando questa relazione. Nel 2024, uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology (“High Omega-3, Low Omega-6 Diet With Fish Oil for Men With Prostate Cancer on Active Surveillance”, Aronson W., 2024) ha osservato che una dieta ricca di omega-3 e povera di omega-6, associata a olio di pesce, può ridurre alcuni marcatori di proliferazione cellulare nei pazienti con carcinoma prostatico a basso rischio.

Il tema resta comunque oggetto di dibattito scientifico. Nel 2013 uno studio molto discusso pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute (“Plasma Phospholipid Fatty Acids and Prostate Cancer Risk in the SELECT Trial”, Brasky T., 2013) aveva suggerito una possibile associazione tra livelli elevati di omega-3 nel sangue e maggiore rischio di tumore alla prostata. Analisi successive hanno però evidenziato diversi limiti metodologici e i risultati complessivi della letteratura restano eterogenei.

In sintesi, la ricerca più recente suggerisce che gli omega-3 possano influenzare alcuni meccanismi biologici coinvolti nella crescita tumorale, ma non esistono ancora prove definitive di un effetto preventivo diretto.

👉 Nell’articolo completo analizzo nel dettaglio gli studi scientifici più recenti, i meccanismi molecolari coinvolti e cosa emerge davvero dalla letteratura internazionale.

🔗 Leggi l’approfondimento completo qui:
https://www.dottmargheriti.it/blog/ruolo-degli-omega-3-nella-prevenzione-del-cancro-alla-prostata

Quando si parla di depurazione del fegato e dimagrimento, spesso quello che leggiamo online è molto diverso da quello ch...
29/01/2026

Quando si parla di depurazione del fegato e dimagrimento, spesso quello che leggiamo online è molto diverso da quello che emerge dagli studi scientifici.
Il fegato e il peso corporeo sono in realtà strettamente collegati: quando il fegato accumula troppo grasso (il cosiddetto “fegato grasso” o MASLD), lavora peggio e il corpo diventa più resistente all’insulina, e questo rende più facile accumulare grasso, soprattutto sulla pancia, e più difficile dimagrire anche se si prova a fare dieta.

Uno studio del 2009 ha mostrato che perdere circa l’8% del peso corporeo può ridurre il grasso nel fegato di oltre il 60% e migliorare nettamente la sensibilità all’insulina, segno che il metabolismo inizia a funzionare meglio.
In pratica, meno grasso nel fegato significa un organismo che gestisce meglio zuccheri e grassi e che quindi risponde meglio agli sforzi per dimagrire.

La buona notizia è che non serve perdere decine di chili per aiutare davvero il fegato. Diversi studi indicano che una perdita di peso di circa il 5% migliora già gli esami del fegato come ALT e AST, mentre con una riduzione del 7–10% si vedono miglioramenti importanti dell’infiammazione e della steatosi.
In chi riesce a perdere intorno al 10% del proprio peso, in molti casi si osservano persino miglioramenti della fibrosi, cioè dei danni strutturali più seri del fegato. Tradotto in un esempio concreto: una persona di 80 kg che perde tra 4 e 8 kg, in modo graduale e controllato, può già ottenere benefici reali e misurabili sulla salute epatica.

Tutto questo però non ha nulla a che vedere con l’idea di “depurazione epatica” venduta da succhi, tisane o programmi detox di pochi giorni.
Una revisione critica delle cosiddette “diete detox”, pubblicata nel 2015, ha concluso che non esistono veri studi clinici di qualità che dimostrino che questi programmi eliminino tossine o facciano dimagrire in modo sano e duraturo.
Anche istituzioni ufficiali come il National Center for Complementary and Integrative Health negli Stati Uniti ricordano che mancano prove solide a favore dei detox e che alcuni prodotti o pratiche possono anche essere rischiosi, per esempio per squilibri elettrolitici o interazioni con farmaci.
Il fegato, infatti, non ha bisogno di essere “pulito” in una settimana: lavora tutti i giorni, 24 ore su 24, grazie a sistemi di trasformazione ed eliminazione delle sostanze di scarto già integrati nel suo funzionamento.

Dal punto di vista biologico, si può dire che la vera “depurazione” del fegato avviene quando lo alleggeriamo dal carico di grasso e gli forniamo ciò di cui ha bisogno per lavorare bene.
Questo significa mangiare in modo equilibrato, con uno stile di tipo mediterraneo ricco di verdure, frutta, legumi, cereali integrali, pesce e olio d’oliva, riducendo zuccheri, fritti e alcol, e mantenere un leggero deficit calorico che consenta una perdita di peso graduale.

Significa anche muoversi regolarmente: l’attività fisica, infatti, può migliorare il grasso nel fegato e la sensibilità all’insulina anche quando la bilancia non si muove molto, grazie all’effetto diretto sui muscoli e sul metabolismo.
Alcuni nutrienti e molecole come il glutatione e il suo precursore N-acetilcisteina (NAC) hanno mostrato in studi clinici di supportare la funzione epatica e migliorare alcuni esami del sangue, ma si tratta sempre di supporto a uno stile di vita sano, non di scorciatoie miracolose. Ripetiamo insieme, supporto non miracolo.

In definitiva, la domanda “la depurazione epatica quanto influisce su un percorso di dimagrimento?” ha una risposta chiara se cambiamo il significato di “depurazione”. Se per depurazione intendiamo succhi, tisane, digiuni o prodotti con promesse eclatanti, la loro influenza sul dimagrimento è praticamente nulla e non supportata da prove serie.
Se invece per depurazione intendiamo migliorare davvero la salute del fegato con perdita di peso graduale, alimentazione curata, poco alcol e movimento, allora sì: un fegato più sano può fare una grande differenza, perché rende il corpo più sensibile all’insulina, gestisce meglio zuccheri e grassi e rende il dimagrimento più efficace e sostenibile nel tempo.

I probiotici si misurano in CFU, ovvero unità formanti colonia, che indicano i batteri vivi capaci di colonizzare l'inte...
26/01/2026

I probiotici si misurano in CFU, ovvero unità formanti colonia, che indicano i batteri vivi capaci di colonizzare l'intestino.
La domanda comune è se bastino milioni o servano miliardi per ottenere benefici su digestione, microbiota e sistema immunitario. Gli studi recenti chiariscono che non esiste una dose universale, ma dipende dallo strain specifico e dall'obiettivo terapeutico.

Per la salute generale e il supporto quotidiano al microbiota, dosi intorno a 1-10 miliardi di CFU al giorno mostrano efficacia in trial clinici, come riportato in revisioni sistematiche.
Ad esempio, nella meta-analisi "Probiotics for the prevention of pediatric antibiotic-associated diarrhea" di Goldenberg et al. del 2015, dosi ≥5 miliardi CFU/die prevengono meglio la diarrea associata ad antibiotici rispetto a dosi inferiori. Uno studio del 2026, "Effect of Probiotic Strain, Duration, and Dose on Preventing ICU-Acquired Infection" di Al-Aklabi et al., conferma che almeno 5 miliardi CFU/die, con durate maggiori o uguali a 14 giorni, riducono infezioni in pazienti critici usando strain come Lactobacillus acidophilus LA-5.

Dosi più alte, oltre i 10 miliardi, possono essere utili in casi specifici come squilibri post-antibiotici o infiammazioni, ma più non significa sempre meglio: revisioni come quella di Ouwehand del 2017 indicano un breakpoint a 10 miliardi per AAD, senza dose-response lineare oltre.
Per il pubblico medio, integratori con 10-20 miliardi CFU (Lactobacillus o Bifidobacterium) bastano, assunti con costanza per almeno 4-8 settimane, migliorando barriera intestinale e markers infiammatori senza effetti collaterali significativi.

Scegli prodotti con ceppi identificati (es. L. rhamnosus GG) e CFU garantiti fino alla scadenza, verificando etichette per matching con studi evidence-based.

Inizia con dosi medie e monitora risposta personale, consultando un nutrizionista o un medico per personalizzazioni.

Per la maggior parte delle persone sane non esiste la necessità di “cicli” di fermenti lattici a calendario fisso; ha pi...
23/01/2026

Per la maggior parte delle persone sane non esiste la necessità di “cicli” di fermenti lattici a calendario fisso; ha più senso usare i probiotici per periodi di alcune settimane o mesi in momenti critici (stress, cambio stagione, antibiotici, disturbi intestinali ricorrenti) e poi fare pause, piuttosto che prenderli 1 mese sì e 1 mese no per tutta la vita senza un motivo preciso.

I probiotici agiscono come ospiti temporanei: non colonizzano stabilmente l’intestino, ma esercitano i loro effetti finché li assumi e poi vengono eliminati, come sottolineato da una guida aggiornata su durata di assunzione e transitorietà dei ceppi (“How Long Should You Take Probiotics? A Science‑Backed Guide”, Seed Health, 2025).
Per mantenere benefici su barriera intestinale, sistema immunitario e benessere generale, molti studi clinici usano assunzioni continue per almeno 8–12 settimane, per esempio il trial randomizzato di Ahmad et al. 2025 “Effects of Probiotic Supplementation on Depressive Symptoms and Gut Microbiota Composition” che ha utilizzato 12 settimane di integrazione con Lactobacillus rhamnosus GG e Bifidobacterium longum.

Un filone molto recente sulla performance e la salute degli atleti, come la review di Teglas et al. 2025 “Probiotic supplementation for optimizing athletic performance”, mostra che protocolli di 1–3 mesi di probiotici multi‑ceppo migliorano sintomi gastrointestinali, profilo lipidico e percezione di salute generale, ma che questi effetti tendono a ridursi quando l’assunzione viene sospesa, proprio perché i batteri sono transitori.
Anche nelle persone con patologie croniche si osservano durate simili: in un trial randomizzato di 12 settimane in pazienti con sclerosi multipla, riassunto da Zeng et al. 2025 nell’umbrella meta‑analysis “Probiotics and gastrointestinal disorders: an umbrella meta‑analysis”, i probiotici hanno ridotto marker infiammatori come hs‑CRP e migliorato alcuni parametri di qualità di vita, ma senza indicare la necessità di cicli a vita a intervalli prestabiliti.

Le nuove linee guida internazionali su probiotici e prebiotici per la salute intestinale, pubblicate dall’International Scientific Association for Probiotics and Prebiotics nel documento “New global guidelines for probiotics and prebiotics for gut health and disease” (ISAPP, 2025), sottolineano due concetti chiave: usare ceppi e dosaggi studiati per obiettivi specifici e per durate simili a quelle dei trial, e personalizzare durata e frequenza sulla base della risposta clinica, invece di proporre cicli standard uguali per tutti.
Una review recente di Mafe et al. 2025 “A review on probiotics and dietary bioactives: Insights into gut microbiota and metabolic health” evidenzia che, sul lungo periodo, la base rimane lo stile di vita (fibre, polifenoli, attività fisica, sonno), mentre i probiotici vanno considerati come un supporto mirato, a blocchi di alcune settimane o mesi, nei periodi in cui l’equilibrio del microbiota è più fragile.

In pratica, per la salute generale di un adulto sano, una strategia ragionevole può essere: 1–3 mesi di probiotico con ceppi e dosi documentate, in fasi di maggior stress, cambio stagione o dopo antibiotici, seguiti da alcune settimane o mesi di pausa in cui si lavora soprattutto su alimentazione ricca di fibre e stile di vita; poi si valuta se ripetere un nuovo ciclo in base a sintomi e obiettivi, non per abitudine automatica.

Rimane fondamentale scegliere prodotti con ceppi ben caratterizzati e supportati da studi clinici, adattando frequenza e durata insieme al professionista, perché la stessa review di Zeng et al. 2025 mostra un’enorme eterogeneità tra protocolli (ceppi, dosaggi, durate) e non permette di fissare un “ciclo standard” valido in assoluto per tutti.

Il tofu è un alimento ottenuto dalla cagliatura del latte di soia: in pratica si parte dal fagiolo di soia, si prepara u...
21/01/2026

Il tofu è un alimento ottenuto dalla cagliatura del latte di soia: in pratica si parte dal fagiolo di soia, si prepara una bevanda vegetale ricca di proteine e, aggiungendo un coagulante, si formano dei “panetti” bianchi dalla consistenza più o meno compatta.
È una fonte proteica vegetale completa, con tutti gli amminoacidi essenziali, povera di grassi saturi e naturalmente priva di colesterolo, quindi interessante come alternativa alle proteine animali in un’ottica di salute cardiovascolare.

Dal punto di vista nutrizionale il tofu apporta proteine di buona qualità, grassi prevalentemente insaturi, una quota di fibra e diversi minerali come calcio, ferro e magnesio, con valori che variano molto a seconda del tipo di tofu e del coagulante usato.
È anche ricco di isoflavoni della soia (come genisteina e daidzeina), composti bioattivi con azione fitoestrogenica lieve, spesso chiamati “fito-ormoni” ma con un effetto decisamente più debole rispetto agli estrogeni umani.
In soggetti sani queste molecole si comportano più come modulatori che come “stimolanti ormonali”, e vengono metabolizzate anche dalla flora intestinale, per cui la risposta può variare da persona a persona.

Negli ultimi anni la ricerca si è concentrata soprattutto sugli effetti del consumo regolare di soia e tofu su cuore, metabolismo e rischio di malattie croniche. Una meta-analisi prospettica del 2023, “Soy Consumption and the Risk of Type 2 Diabetes and Cardiovascular Diseases” di Li e colleghi, ha mostrato che circa 26–27 g di tofu al giorno erano associati a una riduzione del rischio di malattie cardiovascolari di circa il 18% rispetto ai consumi più bassi, in particolare per l’ictus. Questo effetto protettivo sembra legato alla combinazione di proteine vegetali, acidi grassi insaturi e isoflavoni, che nel complesso migliorano il profilo lipidico e alcuni marker infiammatori.

Sul piano più clinico, uno studio controllato randomizzato in doppio cieco del 2022, “Effect of 4-Week Consumption of Soy Kori-tofu on Cardiometabolic Health Markers” di van der Waal et al., ha valutato per quattro settimane un tofu “kori” (tofu di soia surgelato/essiccato) in adulti tra 40 e 70 anni con colesterolo moderatamente elevato. Rispetto a un controllo a base di proteine del siero di latte, il consumo quotidiano di questo tofu ha portato a una riduzione significativa di alcuni marcatori cardiometabolici, tra cui il colesterolo totale e LDL, suggerendo un ruolo utile del tofu nelle strategie dietetiche per la prevenzione cardiovascolare.

Il tofu è stato studiato anche in relazione al rischio oncologico. Una meta-analisi del 2024, “Soy Product Consumption and the Risk of Cancer” di Wang e colleghi, ha esaminato oltre 300.000 partecipanti e diversi tipi di prodotti a base di soia: un incremento di circa 61 g al giorno di tofu era associato a una riduzione del rischio complessivo di cancro intorno al 12%, con un rischio ancora più basso nelle persone che arrivavano a circa 100 g al giorno. In questo lavoro il tofu risulta uno dei derivati della soia più favorevoli, probabilmente per il profilo di isoflavoni e la densità proteica.
È importante ricordare che si tratta di studi osservazionali: il tofu si inserisce in stili di vita globalmente più sani, ma è uno dei tasselli che contribuiscono al quadro protettivo.

C’è poi il capitolo “ormoni e tumori ormono-dipendenti”, spesso fonte di preoccupazione nel pubblico.
Una revisione ampia del 2022, “The health effects of soy: A reference guide for health professionals” di Messina, conclude che negli adulti l’assunzione moderata di soia e tofu non aumenta il rischio di tumori legati agli ormoni sessuali e, anzi, in molti studi epidemiologici è associata a un rischio leggermente inferiore di tumore della mammella e della prostata.
Una meta-analisi del 2024 su prodotti di soia e tumori, la già citata revisione di Wang, conferma che il consumo elevato di tofu è collegato a minori diagnosi di diversi tipi di tumore, senza evidenza di effetti pro-estrogenici dannosi nelle popolazioni studiate.
Restano però necessarie valutazioni individuali nelle persone in terapia oncologica o con condizioni endocrine specifiche, dove i fitoestrogeni possono interagire con alcuni farmaci.

Gli effetti del tofu non riguardano solo cuore e tumori, ma anche intestino e benessere generale.
Un lavoro del 2024, “The Health Benefits of Tofu, an Unfermented Soybean Food that Regulates the Intestinal Environment” di Takahashi e colleghi, ha valutato 82 adulti giapponesi con problemi di stipsi, confrontando tofu ricco di isoflavoni con una versione povera di questi composti. Dopo alcune settimane, nel gruppo che assumeva il tofu “normale” la percentuale di persone che riferivano miglioramento della stitichezza era circa il doppio rispetto al gruppo con tofu povero di isoflavoni (41,5% vs 21%), con un effetto particolarmente evidente nelle donne.
In parallelo sono aumentati i livelli urinari di isoflavoni, suggerendo un ruolo della modulazione del microbiota intestinale e della produzione di metaboliti come l’equolo.

Un altro aspetto interessante è il supporto alla composizione corporea e all’infiammazione, soprattutto in età avanzata e in contesti di attività fisica. Uno studio del 2017, “Effects of dried tofu supplementation during interval walking training on the methylation of the NFKB2 gene in the whole blood of older women” di Nemoto e colleghi, ha analizzato donne intorno ai 65 anni impegnate in un programma strutturato di camminata a intervalli.
Il gruppo che assumeva quotidianamente tofu essiccato dopo l’allenamento, rispetto al placebo, ha mostrato maggior aumento della massa muscolare della coscia, miglioramento della forza e modifiche epigenetiche nel gene NFKB2 legate a una minore suscettibilità all’infiammazione sistemica.
Questo suggerisce che il tofu, inserito in un contesto di esercizio regolare, può contribuire sia al mantenimento della massa magra sia a un profilo infiammatorio più favorevole.

Nel complesso, quindi, il tofu non è semplicemente un “formaggio di soia”, ma un alimento funzionale che combina proteine di alta qualità, grassi buoni e composti bioattivi utili per cuore, metabolismo, intestino e, potenzialmente, per la prevenzione di alcune forme di cancro.
Per la maggior parte delle persone sane, un consumo regolare e moderato (ad esempio 2–4 porzioni a settimana, pari a circa 60–100 g per porzione) inserito in una dieta varia e ricca di vegetali può rappresentare una strategia semplice e concreta per migliorare il profilo nutrizionale complessivo.

Come sempre, il beneficio non viene da un singolo cibo “miracoloso”, ma da un pattern alimentare equilibrato dove il tofu può diventare una delle principali fonti proteiche vegetali al posto di carni lavorate e formaggi ricchi di grassi saturi.

Le caseine in polvere derivano dal latte e si distinguono per la loro digestione lenta, che forma una sorta di gel nello...
19/01/2026

Le caseine in polvere derivano dal latte e si distinguono per la loro digestione lenta, che forma una sorta di gel nello stomaco e rilascia aminoacidi in modo prolungato nel sangue, a differenza della whey che agisce velocemente. Questo profilo cinetico le rende ideali per coprire periodi di digiuno prolungato, come la notte, quando il corpo ripara i muscoli senza nuovi apporti nutrizionali. Studi recenti confermano che il timing di assunzione influenza il recupero post-allenamento.

Uno studio randomizzato controllato pubblicato su Nutrients, "Casein Supplementation Timing and Exercise Performance in Soccer Players: Pre-Sleep vs. Post-Exercise Intake-A Randomized Controlled Trial", con autore principale Serdar Bayrakdaroğlu nel 2025, ha testato 30 g di caseine micellari su calciatori professionisti dopo un allenamento ad alta intensità. Il gruppo che le ha prese subito post-esercizio ha migliorato picco di potenza e indice di fatica nel test RAST, mentre chi le ha assunte 30-60 minuti prima di dormire ha guadagnato in salto verticale (CMJ) e potenza media, mostrando che entrambi i momenti funzionano senza superiorità netta. In pratica, se ti alleni di sera, una dose pre-sonno evita cali prestazionali il giorno dopo.

Un'altra review su Phys Act Nutr, "Pre-sleep casein protein ingestion: new paradigm in post-exercise recovery nutrition", di Jooyoung Kim nel 2020, sintetizza evidenze su 40-48 g di caseine 30 minuti prima di dormire dopo resistance training serale. Questo aumenta la disponibilità plasmatica di aminoacidi overnight, stimola la sintesi proteica, inibisce il catabolismo e riduce infiammazione e indolenzimento muscolare, favorendo un bilancio proteico positivo durante il sonno. Per atleti o chi fa palestra regolare, 40 g la sera equivalgono a un "nutriente a rilascio controllato" che ottimizza ipertrofia e forza a lungo termine.

Il messaggio chiave è flessibilità: post-allenamento per un boost rapido anti-catabolico, o pre-sonno per sostenere la sintesi proteica notturna, sempre con dosi intorno ai 30-40 g mescolate in acqua o latte scremato. Non conta solo il totale proteico giornaliero, ma distribuirlo con caseine la sera massimizza il recupero senza interferire con il riposo.
Prova e adatta al tuo schema, monitorando progressi in palestra.

Indirizzo

Via Di Corticella 181/3
Bologna
40128

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