BEP BenEssere Persona - Dott.ssa Sara Loffredo Psicologa Psicoterapeuta

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BEP BenEssere Persona - Dott.ssa Sara Loffredo Psicologa Psicoterapeuta Il Ben-Essere diventa una realtà concreta quando passa per la cura complessiva di sé.

Il Ben-Essere diventa una realtà concreta quando passa per una cura globale di sé, che intreccia il corpo, la mente e le relazioni col mondo.

14/09/2026
CIAO EViaggiare serve a conoscere. A conoscersi.Forse non è nemmeno tanto importante la meta, quanto lo spirito con cui ...
02/09/2026

CIAO E

Viaggiare serve a conoscere. A conoscersi.
Forse non è nemmeno tanto importante la meta, quanto lo spirito con cui si cerca di raggiungerla.
Un pensiero del genere sembra meraviglioso...e, purtroppo, ancora troppo astratto.

Col passare del tempo, con i mesi che si susseguono, la sensazione crescente è di un allarme sottile, di un pericolo diffuso, che a tratti resta sotterraneo e a tratti emerge e che rende lo spazio, l'ambiente intorno, sempre meno sicuro, meno percorribile, meno conoscibile.

Una volta si faceva l'autostop, con il massimo della tranquillità. Oggi sembra essere pauroso anche solo prendere un taxi in città.
Figuriamoci prendere un volo.

E voi, come state in viaggio...?

Di psicologia si parla tanto.Di Psicologia si parla ancora troppo poco.Molti credono che riguardi soltanto la persona si...
19/07/2026

Di psicologia si parla tanto.
Di Psicologia si parla ancora troppo poco.
Molti credono che riguardi soltanto la persona singola; e questo è vero in parte.
Ancora poco diffusa però è l'idea, altrettanto vera, che una psiche sana non è solo "assenza di disturbo mentale", ma è pace interiore, relazione con il mondo fuori, apertura, conoscenza, osservazione, esplorazione, creazione di legami, emozioni.
È questione di energia che ci attraversa, per uscire fuori e mettere radici all'esterno; creare per poi ritornare a noi.
Un circolo virtuoso che va coltivato, passo dopo passo. Pensiero dopo pensiero. Contatto dopo contatto.

La scena che mi ha fatto più male in Perfect Days… dura meno di un minuto.Un uomo entra in un locale.Ordina.Si siede.Man...
17/07/2026

La scena che mi ha fatto più male in Perfect Days… dura meno di un minuto.

Un uomo entra in un locale.
Ordina.
Si siede.

Mangia completamente da solo.

La prima volta che l’ho vista ho pensato una cosa che probabilmente avremmo pensato in molti.

“Che tristezza.” Poi ho continuato a guardare. E mi sono accorta di un dettaglio.

Non tirava fuori il telefono ogni trenta secondi.
Non scorreva Instagram.
Non cercava qualcosa per riempire il silenzio.

Era semplicemente lì.

Con il suo piatto.
Con i suoi pensieri e sembrava in pace.

Allora mi sono chiesta una cosa.

Quando abbiamo iniziato a credere che stare da soli fosse una sconfitta?

Forse il problema non è mangiare da soli.

Forse è aver dimenticato come stare bene con noi stessi.

In Giappone esiste un’espressione che mi torna spesso in mente quando ripenso a quella scena.

一人時間.

Si legge Hitori jikan (ひとり時間).

Significa il tempo che scegli di dedicare a te stesso.

Non il tempo della solitudine.
Il tempo della presenza.

Forse Perfect Days non parla di un uomo solo.

Parla di un uomo che ha imparato qualcosa che molti di noi stanno dimenticando.

Che la pace non arriva quando trovi sempre qualcuno con cui riempire il silenzio.

Arriva quando il silenzio smette di farti paura.

🇯🇵



(da Il mio viaggio in Giappone fb)

16/07/2026
25/12/2025
03/11/2025

Nel campo di concentramento, gli diedero un numero: 119104.
Ma ciò che cercarono più di tutto di spezzare… fu proprio ciò che finì per salvare milioni di vite.

1942 Vienna.

Viktor Frankl aveva trentasette anni. Psichiatra rispettato, carriera promettente, un manoscritto quasi terminato e una moglie, Tilly, il cui sorriso era capace di riempire una stanza.

Aveva un visto per l’America. Un biglietto per la salvezza.
Ma i suoi genitori anziani non potevano seguirlo.
E così rimase.

Pochi mesi dopo, i nazisti vennero per tutti loro.
Theresienstadt. Poi Auschwitz. Poi Dachau.

Il manoscritto a cui aveva dedicato anni — cucito con cura nella fodera del cappotto —
gli fu strappato via appena arrivato.
La sua opera. Il suo scopo. Ridotti in cenere.

I suoi vestiti furono presi. I capelli rasati. Il nome cancellato.
Sulle carte d’ammissione restava solo un numero: 119104.

Ma c’è una cosa che i carcerieri non avevano capito:
puoi togliere a un uomo tutto — il nome, i beni, il futuro.
Ma ciò che sa… non glielo puoi rubare.

E Viktor Frankl sapeva qualcosa sulla mente umana.
Qualcosa che gli avrebbe salvato la vita.
E cambiato per sempre la storia della psicologia.

Nei lager, notò un pattern.
I prigionieri non morivano solo di fame, freddo o malattia.
Morivano quando perdevano il loro “perché”.

Quando un uomo smetteva di credere in qualcosa — una persona da rivedere, una promessa da mantenere, un lavoro da finire —
il suo corpo crollava in pochi giorni.
I medici avevano perfino un termine per questo: give-up-itis, la malattia dell’abbandono.

Ma chi restava ancorato a un senso —
resisteva. Anche all’indicibile.

Frankl cominciò un esperimento.
Non in un laboratorio. Ma nelle baracche.

Si avvicinava ai prigionieri sul punto di cedere e sussurrava:
“Chi ti aspetta?”
“Qual è il lavoro che ti resta da finire?”
“Cosa diresti a tuo figlio, per sopravvivere a tutto questo?”

Non poteva offrire cibo, né libertà.
Ma poteva offrire qualcosa che nemmeno i nazisti potevano confiscare:
una ragione per vedere il domani.

Uno sopravvisse pensando alla figlia.
Un altro per finire una teoria scientifica.

Frankl, invece, sopravvisse riscrivendo mentalmente il suo libro.
Pagina dopo pagina. Nella notte delle baracche.

Aprile 1945. La liberazione.

Pesava 38 chili. Le ossa sporgevano sotto la pelle.
Tilly era morta. Sua madre. Suo fratello. Tutto ciò che amava, distrutto.

Avrebbe avuto ogni motivo per arrendersi.
Ma non lo fece.

Si sedette.
E cominciò a scrivere.

Nove giorni.
Tanto gli bastò per riscrivere, solo con la memoria, il libro che i nazisti gli avevano bruciato.

Ma questa volta, dentro c’era qualcosa che mancava all’originale:
la prova.

La prova che la sua teoria non era solo filosofia. Era sopravvivenza.

La chiamò Logoterapia — la terapia del significato.
Un’idea semplice, ma rivoluzionaria:
l’essere umano può sopportare quasi tutto… se ha un perché per farlo.

“Chi ha un perché abbastanza forte, può sopportare quasi ogni come.”
(Le parole erano di Nietzsche, ma Frankl le aveva dimostrate all’inferno.)

1946 Il libro viene pubblicato.

In tedesco: Trotzdem Ja zum Leben sagen — Dire sì alla vita, nonostante tutto.
In inglese: Man’s Search for Meaning.

Gli editori inizialmente lo rifiutano.
“Troppo cupo”, dicono.
“Chi vorrebbe leggere dei campi di concentramento?”

Ma piano piano, il libro si diffonde.
Terapisti piangono leggendolo.
Prigionieri vi trovano speranza.
Persone distrutte da malattie, perdite, divorzi, fallimenti…
capiscono che anche il dolore può avere un senso.

L’impatto è immenso.

Tradotto in più di 50 lingue.
Oltre 16 milioni di copie vendute.
La Biblioteca del Congresso lo inserisce tra i 10 libri più influenti d’America.

Ma ciò che conta davvero è altro.
È chi, nella sua notte più buia, l’ha letto
e ha deciso di resistere ancora un giorno.

Perché Viktor Frankl ha dimostrato ciò che i nazisti non sono riusciti a distruggere:
puoi togliere tutto a un essere umano — la libertà, la famiglia, il futuro, la speranza —
ma resta sempre una libertà finale:
quella di scegliere il significato da dare a ciò che ci accade.

Non possiamo controllare ciò che ci succede.
Ma possiamo sempre scegliere cosa farne.

Oggi, Viktor Frankl non è più tra noi.
Ma nelle corsie degli ospedali, negli studi dei terapeuti, nelle carceri,
nei momenti silenziosi in cui qualcuno si chiede se valga la pena andare avanti —
le sue parole risuonano ancora:

“Quando non possiamo più cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi.”
“Si può togliere tutto a un uomo, tranne una cosa: la libertà di scegliere il proprio atteggiamento davanti a qualsiasi circostanza.”

I nazisti gli diedero un numero.

La Storia gli ha dato l’immortalità.

Perché l’uomo che ha perso tutto…
ha insegnato al mondo che il senso è l’unica cosa che nessuno potrà mai portarci via.

Il prigioniero 119104 non si è solo salvato.

Ha trasformato la sofferenza in guarigione.

E da qualche parte, stanotte, qualcuno sul bordo del baratro leggerà le sue parole
e deciderà di restare. Ancora un giorno.

Questa non è semplice sopravvivenza.

È una vittoria sulla morte stessa.

-𝑅𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑎 𝑒𝑣𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑎𝑑𝑢𝑡𝑖, 𝑐𝑜𝑛 𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑑𝑎 𝑓𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑏𝑖𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑒 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑖𝑚𝑜𝑛𝑖𝑎𝑛𝑧𝑒 𝑜𝑟𝑎𝑙𝑖.

𝗩𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗦𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮

25/10/2025

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