22/02/2026
IL BAMBINO E I BAMBINI
Mezza Italia si sta commuovendo per la vicenda del piccolo Domenico, a cui hanno trapiantato un cuore difettoso. Ormai non c’è telegiornale che non ne parli. Conosciamo il volto della madre, il volto del suo avvocato, sappiamo tutto della macchina che lo tiene in vita, conosciamo la situazione drammatica di questa donna che ogni giorno si fa sei ore sui mezzi pubblici per andare a trovare il figlio in ospedale.
L’Italia ha il fiato sospeso per questo bambino attaccato alla macchina, che rischia di andarsene da un momento all’altro.
Nel frattempo, ogni giorno, decine di madri palestinesi devono dire addio ai loro figli piccoli, dilaniati dalla bombe o colpiti dai proiettili di Israele, oppure più semplicemente morti di fame o di malattia. Anche queste madri abbracciano con tenerezza i piccoli corpicini, anche queste madri cercano con lo sguardo perso nel vuoto un motivo per continuare a vivere.
Eppure noi a queste madri dedichiamo – al massimo – un pensiero lontano. Ma la loro tragedia non ci coinvolge a livello emotivo. Quella di Domenico sì. Perchè?
Perchè Domenico è uno di noi. Domenico, in questo momento, è il figlio piccolo di tutti gli italiani. Per questo motivo, il meccanismo di identificazione con la madre è fortissimo. In questo momento siamo tutti mamma di quel bambino che sta morendo.
Invece il bimbo palestinese è figlio altrui. E’ figlio di una donna senza nome. Lui stesso ha un nome che non conosciamo. Il bambino palestinese, senza nome e senza identità, è sostanzialmente un numero. Certo, ci dispiace anche per lui, ma in modo e in misura completamente differenti da come ci dispiace per Domenico.
Io non voglio trarre nessuna “lezione morale” da questa riflessione. E non cascherò certo nel tranello di dire che viviamo in un modo egoista, l’occidente, dove guardiamo solo a ciò che accade nel cortile di casa nostra. Non è così, anche perchè certamente, a ruoli invertiti, abbiamo lo stesso identico fenomeno: i palestinesi soffrono molto di più per uno dei loro figli ucciso, che non per uno dei nostri. I così fanno i cinesi, gli eschimesi e gli aborigeni. Loro conoscono bene i nomi e le storie di ciascuna delle loro piccole vittime, e delle loro madri. Mentre per loro, “la mamma di Domenico” è solo una serie di parole che non ha alcun significato particolare.
Allora diciamo una cosa: l’umanità è ancora in una fase in cui ciascuno prova un grande dolore per le proprie vittime, ma molto meno per quelli altrui. Più sono “vicini a casa” – in senso geografico e in senso culturale - e più è forte il senso di identificazione con la vittima, e con i suoi genitori. Più sono distanti, e meno la cosa ci interessa. L’umanità è ancora lontana dall’arrivare a capire che siamo tutti figli dello stesso Dio, che originiamo tutti dalla stessa scintilla divina, che facciamo tutti parte dello stesso progetto, che viviamo tutti sotto lo stesso cielo, che respiriamo tutti la stessa aria e beviamo la stessa acqua, che il male perpetrato dagli esseri umani è lo stesso a qualunque longitudine, e che il dolore di ciascuno è il dolore di tutti noi, indipendentemente da dove ci troviamo a vivere nel mondo in quel momento.
Il percorso per arrivare a capirlo è iniziato, certamente, ma è ancora molto lungo.
Massimo Mazzucco